Intervista a Repubblica Firenze
di Barbara Gabbrielli
Non un semplice diario di bordo, piuttosto un libro che ricostruisce, attraverso fatti e protagonisti, i momenti e le ragioni che hanno portato alla grande missione umanitaria civile via mare della Global Sumud Flotilla. Su una di quelle imbarcazioni c’era anche il deputato dem Arturo Scotto che adesso, in Flotilla. In viaggio per Gaza (Giunti Editore), offre una bussola per rileggere quei giorni indimenticabili: l’attesa, la paura, la notte dei droni, l’abbordaggio dell’esercito israeliano, l’arresto, il sequestro dei telefoni, le 24 ore di detenzione. Giovedì prossimo l’autore sarà alla Libreria Feltrinelli di piazza della Repubblica, con la giurista Micaela Frulli e il giornalista Saverio Tommasi (ore 18,30). 
«È stata un’esperienza completamente diversa. Ho partecipato da uomo politico che, insieme agli altri parlamentari a bordo, era lì a protezione degli attivisti, una sorta di scorta democratica. Giorgia Meloni ci disse di scendere perché non era quello il nostro ruolo. Invece, noi abbiamo rivendicato che il nostro ruolo era proprio stare lì. Per fortuna nella Costituzione il parlamento sta ancora sopra al governo e non viceversa».
Lei scrive che i grandi eventi di rilevanza mondiale possono innescare nuove forme di partecipazione politica. Tornano in mente i movimenti legati al Social forum, dei quali però è rimasto poco. Pensa che anche la mobilitazione per Gaza farà questa fine?
«La Flotilla ha fatto emergere un sentimento già presente nella società, soprattutto tra i più giovani, stanchi di assistere alla morte di migliaia di persone nell’indifferenza della comunità internazionale. Da lì, la partecipazione è diventata mobilitazione politica collettiva. Un segno resterà, soprattutto in chi è sceso in piazza o ha occupato la propria scuola per la prima volta. I movimenti sono come fiumi carsici: scompaiono e poi riemergono, ma nel frattempo trasformano il terreno».
C’è tanta Toscana in questo suo libro, la circoscrizione in cui è stato eletto.
«In Toscana ho trovato una sensibilità e un sistema di valori radicati nel tempo. Qui si è costruita una sintesi non scontata tra la tradizione dei partiti del movimento operaio e il mondo cattolico, spesso in prima linea nelle battaglie per la pace e il disarmo. Basta pensare all’eredità di Giorgio La Pira».
Da Gaza alla questione della sicurezza sul lavoro, in queste pagine si compie anche un viaggio attraverso i diritti, soprattutto quelli negati. Tutto si tiene?
«I diritti sociali e civili, il diritto alla libertà, la lotta per la democrazia e per la liberazione dei popoli sono strettamente collegati. Purtroppo, siamo dentro un declino sul quale facciamo fatica ad aprire una riflessione vera. Questo declino ci parla di una precarizzazione nel mondo del lavoro, che diventa sempre di più insicuro e sottopagato. Incidenti come quelli avvenuti qui in Toscana, a Calenzano o nel cantiere di via Mariti a Firenze, dimostrano che cosa significhi disinvestire nella cultura del lavoro. Ecco perché la questione palestinese non è semplicemente un affare di politica estera che riguarda quel luogo lì, ma parla anche di noi».
Sulla sua barca, la Karma, si era ricreata una società in piccolo, in cui tutti eravate equipaggiati solo con l’essenziale e pronti a condividere spazi strettissimi. Che cosa le ha insegnato questa esperienza?
«Quando stai in una barchetta insieme a persone che hanno il tuo stesso obiettivo e la tua stessa impronta politica e culturale, ma con cui non hai mai diviso uno spazio comune, impari a prenderti cura dell’altro e delle sue fragilità. La nostra era un’azione di solidarietà verso un popolo oppresso, ma è diventata anche un’esperienza di solidarietà umana tra chi provava a fare un’impresa molto difficile, molto discussa e attaccata dall’esterno, in particolare dalla destra italiana che ha provato a gettargli addosso il marchio della vicinanza ad Hamas».
Sente di aver fallito?
«Nonostante tutto quell’esperienza è riuscita a reggere. Certo, ha fallito perché ha fallito nel suo obiettivo principale che era portare gli aiuti umanitari e rompere quell’assedio illegale che è contro qualsiasi forma di diritto internazionale. Però, nonostante questo, nonostante il fallimento dell’obiettivo politico è riuscita a suscitare una straordinaria mobilitazione».
Da Greta Thunberg a Thiago Ávila, passando per Saverio Tommasi, con cui ha diviso la cuccetta, sono tante le persone che ha incrociato. C’è qualcuno o qualcuna che si porta particolarmente nel cuore?
«Quella della Flotilla è stata una missione molto eterogenea, che ha fatto incontrare tanti mondi diversi. Chi mi porto nel cuore sono i tantissimi attivisti che ho incontrato, ma in particolare i ragazzi e le ragazze di Music for Peace che hanno raccolto tonnellate di materiale umanitario. Un fatto senza precedenti. Quel materiale doveva arrivare a Gaza, ma purtroppo da oltre cinque mesi è bloccato alla frontiera, nonostante la presidente del Consiglio avesse detto che, se lo davano a lei, l’avrebbe fatto arrivare entro qualche minuto».


