Scotto: l’attacco di Trump non c’entra con la libertà degli iraniani

Umberto De Giovannangeli - L'Unità
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Mario Rossi - La Repubblica

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Intervista a L’Unità

di Umberto De Giovannangeli

Arturo Scotto, capogruppo Pd alla commissione Lavoro della Camera e membro della Direzione nazionale del Partito Democratico, una passione coltivata e praticata da sempre per la politica estera. Passione e impegno che ha prodotto un libro che è, insieme, testimonianza di vita e analisi politica con la Palestina, e la pace, nel cuore: Flotilla. In viaggio per Gaza. Diario per una nuova rotta (Giunti), da oggi nelle librerie e presentato sempre oggi a Roma, ore 18 alla Mondadori store di Piazza Cola di Rienzo, con la partecipazione di Pierluigi Bersani e Anna Foa.

Che libro è Flotilla?

È un libro che prova a raccontare la storia, vista da un osservatorio interno privilegiato, della più grande missione umanitaria dal basso degli ultimi decenni. Mi sembrava sbagliato lasciarla cadere nel dimenticatoio, come un semplice fatto di cronaca, una parentesi tra le altre. La Global Sumud Flotilla ha fallito sicuramente nell’obiettivo principale: quello di portare aiuti alla popolazione di Gaza e rompere l’assedio della Striscia su cui pende un blocco navale illegale. Ma ha suscitato una grande emozione in tutto il mondo, ha riaffermato il primato dell’umanità davanti alla barbarie della fame usata come arma di guerra. Ha costretto i governi a fare i conti con opinioni pubbliche sempre meno inclini a tollerare il genocidio, compresi strati della popolazione tradizionalmente distanti dalla politica e dalla partecipazione che si sono ribellati e sono scesi in piazza. Quella missione ha messo al centro della scena il destino di un popolo senza patria e senza potere. Non mi pare una cosa da poco e per questo ho deciso di prendere la penna e scrivere. Il mio è senz’altro un punto di vista di parte, ma lo sforzo resta quello di provare a individuare vie d’uscita a un conflitto infinito, cercando di spiegare che la pace è innanzitutto politica. Solo in questo tempo inquietante chi lo dice può essere scambiato per un imbelle, se non addirittura per un proxy di dittatori, fondamentalisti, terroristi. Siamo al rovesciamento della realtà. D’altra parte, la principale ossessione delle classi dirigenti europee sembra essere il riarmo, non la difesa di un modello di società fondato sui diritti sociali e sui servizi pubblici. Venerdì ero a Torino alla mostra su Enrico Berlinguer e mi è balzato all’occhio un manifesto del 1981, si parlava degli euromissili: “Riarmo chiama guerra. Stanno sparando sul tuo futuro” Questo era il titolo. Sembra scritto oggi.

Cosa le resta di quella esperienza?

Provo a raccontare come, durante la preparazione e lungo tutta la traversata, che è durata un mese esatto, siamo rimasti colpiti dalla mobilitazione spontanea soprattutto delle giovani generazioni. Che sono state larga parte del movimento per la fine della guerra, per il diritto del popolo palestinese ad autodeterminarsi. Sono sempre stati descritti come schiacciati sul presente, rassegnati, abulici e invece hanno salvato la faccia a democrazie stanche, la cui professione di impotenza non era altro che complicità nei confronti del governo di un paese che si è macchiato di crimini contro l’umanità sapendo che nessuna reazione lo avrebbe fermato. Quei giovani non sono tornati a casa, anche se le piazze oggi sono vuote o meno piene di prima: i movimenti sono come fiumi carsici che cambiano la superficie. E io credo che la sinistra italiana lo abbia capito, tant’è che non si è tirata indietro davanti a questo moto di rabbia, ha provato a dargli rappresentanza. La presenza di parlamentari del Pd in una missione così difficile, complessa e anche distante dalla pratica politica a cui tanti di noi, me compreso, siamo stati abituati, è stata una operazione non scontata di ricucitura tra le piazze che non ci vedevano più e il palazzo che ci sembrava esaurisse tutto lo spazio della politica. È stato possibile anche perché Elly Schlein e tutto il gruppo dirigente del partito ci ha offerto massimo sostegno dal primo momento e anche una grande libertà nel portare avanti questa iniziativa.

E il governo?

Resta incredibile, se si legge il diario che ho provato a mettere in fila in quelle pagine, come la destra abbia concepito la tragedia di Gaza come la prova generale della sua prossima campagna elettorale, mobilitando tutta la sua macchina propagandistica: lo scontro tra chi professa la difesa di un occidente bianco e cristiano e tutto il resto del mondo, a partire dai musulmani, che rappresentano una minaccia all’ordine costituito. Se si va a prendere la rassegna stampa di quelle settimane, i giornali reazionari descrivevano tutti coloro che manifestavano solidarietà se non addirittura pietà nei confronti delle vittime palestinesi come seguaci, non si sa quanto inconsapevoli, di Hamas. Il loro obiettivo è sempre lo stesso: la guerra di civiltà per corroborare un messaggio suprematista fondato sulla paura dell’altro e dunque sulla sua oppressione. E per queste ragioni sono anche disponibili a introdurre forme di legislazione di emergenza per intimidire chi dissente. Per quanto mi riguarda, non ho mai concepito la mia presenza a bordo come una forma di attivismo, il mio mestiere era un altro. Piuttosto fungevamo da scorta democratica e istituzionale e, insieme ad altri colleghi imbarcati (Pd, M5s, Avs), abbiamo cercato di dare una mano in un teatro difficilissimo, dove la traversata è stata piena di pericoli e insidie, compreso il bombardamento dei droni su barche disarmate e battenti bandiera italiana, fino all’abbordaggio della marina militare israeliana, il sequestro delle imbarcazioni e l’arresto. Ricostruisco minuto per minuto quei passaggi e posso assicurare che non fu una gestione semplice. Abbiamo sempre provato a tenere un filo con il governo, il parlamento ed altre istituzioni per provare a trovare soluzioni che evitassero impatti cruenti e incontrollabili, facendo la nostra parte con “disciplina e onore”. Racconto tutto quello che ho visto, senza veli né autocensure, perché resti agli atti che in quella missione non c’erano degli irresponsabili, ma degli attivisti pienamente obbedienti alle regole del diritto internazionale. Chi lo violava erano i governi che avrebbero dovuto farlo rispettare, compreso il nostro.

I media mainstream hanno oscurato Gaza.

Oggi su Gaza i riflettori si sono totalmente spenti, a stento si trovano i trafiletti sui quotidiani che raccontano la pulizia etnica ancora pienamente in corso. È in atto una gravissima rimozione collettiva. Nel frattempo, Israele ha nei fatti posto le basi per l’acquisizione della Cisgiordania, cacciato le ong – che rientrano grazie a una sentenza della Corte suprema, ma non sappiamo fino a quando -, continua a occupare più del 50 per cento della Striscia e il valico di Rafah continua a essere chiuso per gli aiuti umanitari. Ma tutto questo non esiste più nel discorso pubblico, l’Europa si volta come sempre dall’altra parte, mentre va in scena l’orribile sceneggiata del Board of peace dove i palestinesi sono comparse mal sopportate, mentre il bastone del comando è in mano agli immobiliaristi rigorosamente legati alla famiglia Trump.

Tutto questo con il Medio Oriente in guerra.

L’attacco all’Iran non ha nulla a che fare con le istanze di libertà che sono emerse in questi mesi drammatici dalle piazze di Teheran. E hanno generato decine di migliaia di morti per mano di un regime sanguinario. È puramente un’operazione militare, dove cosa accadrà il giorno dopo è secondario nella testa di Trump e Netanyahu. Per loro il disordine stesso è uno strumento di dominio. Non dimentichiamo che l’Iran ha la seconda riserva di petrolio al mondo e la terza di gas: sbaglierò, ma il Presidente USA non è insensibile a questi dati oggettivi. Mai la Casa Bianca aveva acquisito un volto così sfacciatamente predatorio: persino di fronte a palesi violazioni della Carta delle Nazioni Unite come fu al tempo dell’Iraq provarono a nobilitare l’operazione nel nome della democrazia. Domina una cultura gangsteristica delle relazioni internazionali, dove un aspirante premio Nobel per la Pace smonta tutti gli istituti del multilateralismo e nessuno osa fermarlo.

Trump e Netanyahu parlano di un attacco preventivo.

La legittima guerra preventiva non esiste in nessun manuale di diritto internazionale. Vorrei ricordarlo ai tanti che mostrano un singolare strabismo di fronte all’escalation di queste ore. USA e Israele agiscono nell’illegalità assoluta. Questo va detto e urlato, perché stiamo accumulando precedenti pericolosi. Anche se Khamenei non verrà rimpianto da nessuno, questo non significa che le esecuzioni extragiudiziali siano diventate improvvisamente legittime. Anche perché stabiliscono precedenti pericolosi che possono essere estesi a ogni contesto. Qui siamo davanti piuttosto a due leadership disperate che per ragioni domestiche – Netanyahu che va votare a fine anno e deve sfuggire ai processi e Trump che ha tra i piedi gli Epstein files e le elezioni di Midterm – scatenano una guerra. Le conseguenze sono incalcolabili, sia sul piano dei costi umani, dell’allargamento della sfera del conflitto al Golfo intero, degli effetti della chiusura dello stretto di Hormuz con l’impennata dei prezzi sui prodotti energetici. Sarebbe interessante capire chi ci guadagnerà.

Resta l’imbarazzante atteggiamento del governo.

Interessante assistere al mutismo di Giorgia Meloni. È stata più loquace sul Festival di Sanremo che sull’Iran. Si sono affannati ad avere uno strapuntino nel Board of Peace, benché come osservatori, ma Trump non si è degnato nemmeno di mandargli un whatsapp per avvisarli che stava per bombardare Teheran. D’altra parte, se ti comporti sempre da servo, chi comanda ti tratta come tale. La verità è che ci siamo sganciati dal resto dell’Europa – che ha innumerevoli limiti, come si vede anche in queste ore – senza alcun paracadute per i nostri interessi. La destra italiana sta attraversando il suo momento Trump e, dunque, antepone la dimensione dell’appartenenza ideologica al dettato costituzionale. Per loro la Costituzione è un intralcio, mentre per noi è un argine allo strapotere dei ricchi e dei prepotenti. Ci battiamo per il No alla Legge Meloni-Nordio anche davanti a questo caos. Perché la nostra Carta è l’ultima riserva di unità nazionale e come tale va preservata.

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Lavoro e democrazia. Per una legge sulla rappresentanza.

Il 25 novembre si è tenuta a Roma la prima iniziativa di Compagno è il Mondo. Sono intervenuti tra gli altri: Pier Luigi Bersani, Maria Cecilia Guerra, Elly Schlein, Arturo Scotto, Michael Braun, Cristian Ferrari, Michele Raitano, Alessandra Raffi.
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