di Michelangelo Mecchia
La sinistra italiana dovrebbe seguire l’esempio dei democratici americani e puntare sulla “radicalità progressista”, perché è la risposta ideale “alla destra populista” di Donald Trump e Giorgia Meloni. Il presidente repubblicano ha perso le midterm, quindi dovrà proseguire il mandato senza una maggioranza al Congresso. Il deputato del Partito democratico Arturo Scotto ha commentato con Fanpage l’esito delle elezioni, individuando elementi comuni e parallelismi con l’Italia.
Qual è la lezione che può trarre la sinistra italiana dalle elezioni americane?
Una radicalità progressista è la risposta ideale alla destra populista. Non significa estremismo, ma andare alla radice della macchina che produce diseguaglianze. Nel caso degli Usa la parola d’ordine è “Medicare for All”, cioè sanità per tutti, con il modello sociale europeo come riferimento. Che però noi stiamo abbandonando. Basta guardare all’ultima legge di Bilancio del centrodestra, che taglia risorse alla sanità pubblica. Un altro tema è la qualità del lavoro, di fronte a una generazione condannata a un salario basso e alla precarietà; o ancora, la progressività fiscale. Di fronte a questi temi la sinistra deve recuperare forza.
Anche la vittoria di Abdul El-Sayed e altri candidati più radicali va letta in questa chiave?
La prima reazione politica del Partito Democratico, dopo la sconfitta clamorosa di due anni fa di Kamala Harris, è partita dal pezzo rappresentato da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez: hanno cominciato un lungo viaggio nell’America interna, quella che aveva premiato Donald Trump alle presidenziali. Quel pezzo di mondo del lavoro che si era sentito solo davanti a una globalizzazione selvaggia. Se non fosse partita la mobilitazione “No Kings”, probabilmente non ci sarebbe stata questa ripresa di fiducia verso il campo progressista americano. Inoltre, il termine “socialismo democratico” – che fino a qualche anno fa era qualcosa di sovversivo – è stato sdoganato. Oggi i socialisti democratici sono un pezzo fondamentale della coalizione che può battere il trumpismo e riportare i democratici al governo.
È plausibile immaginare un presidente alla Casa Bianca di orientamento socialdemocratico?
Non è pensabile un presidente democratico che non abbia al centro della propria coalizione elettorale e del proprio messaggio politico qualche elemento di socialismo democratico.
A lei chi piacerebbe vedere alla Casa Bianca?
Non faccio nomi, però mi piace molto questa generazione giovane che è in campo. E naturalmente mi piacerebbe una donna leader degli Stati Uniti d’America, come auspico una donna di sinistra leader in Italia come Elly Schlein.
Su quali temi Trump ha perso le elezioni? Carovita, autoritarismo, nuove guerre? Cosa ha pesato di più?
L’esagerazione. Io credo che uno dei messaggi che viene dagli Stati Uniti d’America è che l’estrema destra può essere un innamoramento temporaneo. Poi però quando si cala nella realtà, e deve preoccuparsi di salari, di carburanti e di politica estera, fallisce clamorosamente. Trump ha impoverito il ceto medio americano. Le guerre messe in campo, nonostante le promesse di essere il presidente che lavorava per la pace nel mondo. Le drammatiche diseguaglianze che si sono allargate negli Stati Uniti d’America. L’idea di una cricca di potere, cleptomane, che ha aumentato i propri fatturati; penso alle big tech, o all’investimento sfacciato nelle criptovalute con cui la famiglia Trump ha prosperato. Tutto ciò ha contribuito a mobilitare l’elettorato, lo ha portato a dire “ora basta”.
C’è chi sostiene che gli elettori non si siano mobilitati per difendere la democrazia o ragioni più nobili, ma “semplicemente” perché la vita costa di più.
In realtà, se uno guarda al messaggio di fondo dei candidati democratici che hanno avuto risultati più significativi, per quasi tutti – mi riferisco a quelli abbastanza irregolari, non dell’establishment democratico – la comunicazione era: difendiamo la democrazia contro le oligarchie economiche e i tecnocapitalisti.Dentro questa declinazione c’è anche un messaggio sulla crescita delle diseguaglianze e il contraccolpo subito dal ceto medio con l’aumento del costo della vita. Chi difende la democrazia, difende anche una società più giusta. Chi pensa che invece sia un ostacolo e la piega ai propri interessi è anche quello che produce più diseguaglianze e distruzioni.
Carovita, guerra. Con le dovute differenze, sono temi con cui anche Meloni deve fare i conti; la destra potrebbe perdere consenso sulle stesse questioni che hanno penalizzato Trump?
Giorgia Meloni è stata la leader europea che più di tutti ha scommesso sul trumpismo. Si è candidata a fare la pontiera con Donald Trump proprio nel momento in cui la Casa Bianca ha deciso di mettere dazi all’economia europea, e senza portare nessun risultato a casa né criticando questa scelta gravissima. È stata quella che di fronte all’attacco all’Iran ha detto: «Non condivido ma non condanno». Ha dato il via libera al 5% del prodotto interno lordo in spese militari, come chiesto da Trump. Nei prossimi due anni investiremo 14 miliardi in spese militari; intanto, le regioni ne chiedono 6,8 per tenere in vita il Sistema sanitario nazionale. E il governo gliene ha dati 2,4. La subalternità al trumpismo è stata la cifra di Giorgia Meloni. L’Italia di Giorgia Meloni si è presentata come sovranista, ma è stata in realtà subalterna al trumpismo degli Stati Uniti d’America, come mai era accaduto nella storia repubblicana.
Eppure secondo i sondaggi il consenso di Meloni resta stabile. È anche colpa vostra, mentre i dem Usa sono riusciti a trovare una ricetta vincente?
Se guardiamo ai dati, il governo è ai minimi storici di consenso nella società italiana: c’è una generazione in piazza ormai da mesi, a cui la risposta che ha dato l’esecutivo è stata una raffica di decreti sicurezza. Niente su salario, diritto allo studio, un’idea di futuro. Se guardiamo a questa manovra soltanto il 2% delle risorse – 600 milioni su 26 miliardi di manovra – sono destinate in maniera diretta e indiretta alle giovani generazioni. Questa generazione si è mobilitata per un popolo senza patria e senza potere a Gaza, durante il genocidio. Sul referendum della CGIL, se avessero votato solo gli under 35 il quorum sarebbe stato raggiunto. I giovani sono stati decisivi per il referendum che ha salvato la Costituzione italiana, perché questa generazione ha interpretato la Costituzione italiana come un argine per i nuovi sovrani, quelli che pensano che la guerra sia il mantra di questo tempo. Io non credo che Giorgia Meloni sia così forte come sembra.
Come interpreta il silenzio della destra sulla sconfitta dei repubblicani?
È l’opportunismo di una classe dirigente senza idee, che per conformismo si è messa dietro al sovrano Trump, ma oggi non sa come reinventarsi. Il ministro Tajani difende Giorgia Meloni e dice che «non è una maga». Sicuramente non è una maga, ma un abile prestigiatrice, visto che è riuscita a sparire dai radar senza commentare lo schianto di Trump. Di trumpiani in giro in questo momento non se ne vedono più. Strano. Il punto è che la destra ha pensato di poter fare a meno dell’Europa, di contribuire a indebolirla, insieme al suo sistema di alleanze internazionali: Trump, Netanyahu, Putin e tutte le forze sovraniste. Oggi però si trova nuda di fronte al crollo negli Stati Uniti, e di un’ipotesi che ha prodotto guerre, fame e ingiustizie. Per fortuna le democrazie sono più forti, e poi a votare vanno le persone in carne e ossa.
Anche Salvini non si è sbilanciato.
Ricordo la corsa di Salvini a farsi le fotografie di nascosto con Trump alla convention repubblicana di due anni fa. Ricordo il nostro ministro Tajani, che alla prima riunione del Board of Peace da osservatore si è messo il cappellino MAGA a fianco di Donald Trump. Nessuno di loro può pensare di fare un reset di questi ultimi due anni. Pensano che le persone abbiano la memoria corta. Invece i cittadini italiani, soprattutto le nuove generazioni, sanno benissimo quali sono gli appuntamenti fondamentali per la loro vita. Non li mancheranno.

