Intervista a Oggi
di Alessandro Penna
Alle 3.48 l’Ansa batte questa notizia: «Alluvione a Firenze». Passa qualche ora e il regista Franco Zeffirelli, cinepresa in pugno e stivali nel fango, aggiunge un’immagine e un paragone: «È una laguna: come Venezia, ma sfigurata».
Nella notte tra il 3 e il 4 novembre de4l 1966, dopo giorni di pioggia e allarmi inascoltati, l’Arno ruppe gli argini, si fece massa di acqua e melma, imbarcò, viaggiando a 70 km all’ora, la nafta che. usciva dalle caldaie e travolse 3mila ettari di piazze, vicoli, chiese, musei. È la prima catastrofe naturale raccontata in presa diretta dai media, e per questo è rimasta incisa nella corteccia cerebrale del paese. Seminò la morte. In senso letterale: persero la vita 35 persone, tutti gli animali dello zoo, 60 purosangue alloggiati all’ippodromo. E in senso “letterario”: vennero sommersi anche preziosissimi volumi della Biblioteca nazionale. Questo per dire che, oltre alla cittadinanza, era in pericolo l’essenza della città, il suo patrimonio artistico. In tante tenebre, una luce. Anzi, 12mila lumini: tanti furono i ragazzi che accorsero da tutto il mondo per aiutare Firenze e i fiorentini. Tra loro c’era anche un giovanissimo Pier Luigi Bersani.
Quando successe, lei aveva 15 anni e 35 giorni.
«Ero in quinta ginnasio, il secondo annodi liceo. Il professore di religione, un sacerdote molto aperto, don Niso, comincia a dire: “Facciamo qualcosa, andiamo”. Ci siamo trovati in 14, io ero il più giovane: fu un problema con i miei, perché abitavamo in un paesino della provincia (Bettola, in val di Nure, a 15 chilometri da Piacenza, ndr), non ero mai stato da nessuna parte e Firenze, vista da Bettola, era come Los Angeles».
Come li convinse?
«Dissi solo: “Guardate che io vado a Firenze”. Loro erano spaventati, ma mi conoscevano: capivano che, se mi avessero detto di no, sarei andato lo stesso. Don Niso calmò mia madre, partimmo con un pulmino. A bordo c’erano delle mezze tute, qualche stivale. Non sapevamo cosa andavamo a fare. Girava solo questa voce: “I giovani vanno a salvare i libri”».
Come le apparve Firenze?
«Ebbi l’impressione dello stupro di una bellezza. Ma dopo lo sgomento cominciò a montare una sensazione mai provata prima. Avevano adattato una palestra a dormitorio, con decine di letti a castello. La sera arrivavi, ti lavavi come potevi e c’era sempre un paio di ragazzi con la chitarra che cantavano i Beatles e Bob Dylan: era un’atmosfera impagabile, tutti giovani, solo giovani».
Come eravate organizzati?
«Noi arrivammo cinque o sei giorni dopo la piena. Ci diedero delle carriole e delle pale e ci divisero in due squadre. Con la mia andammo sul Lungarno a “sbadilare” delle cantine e dei laboratori artigiani, invasi dalle acque e dal fango, terribilmente maleodoranti perché le fogne erano “esplose” subito».
Fu faticoso.
«Avevo un fisico più che decente, non mi spaventava il badile. Siamo rimasti 12 giorni, abbiamo cambiato due o tre laboratori, ricordo quello di un orefice, che ci accolse e non si fece più vedere per paura, credo io, di apparirci sospettoso o malfidente. Tiravamo su “cariolate” di gioielli, lui era davvero una persona deliziosa: l’ultimo giorno, quando avevamo sgombrato tutto, a ciascuno della mia squadra regalò una piccola catenina d’argento con un crocefisso. “È per le vostre mamme”, ci disse».
I fiorentini furono grati.
«Durante il giorno, arrivata l’una, avevamo una fame da lupo. Avevano allestito una mensa, ma perdevi del tempo… Era rimasto aperto qualche bar qui e là, facendo mezzo chilometro lo raggiungevi. Senonché, il primo giorno, chiedo un panino e quello non vuole che paghi, non fa pagare nessuno. E io, abituato che le cose si pagano, non ho più avuto il coraggio di tornarci: facevo la fame (ride, ndr), per fortuna dei compagni la sera mi davano qualche avanzo».
L’impressione, alimentata dalla cronaca recente e dai social, è che se succedesse ora i giovani si farebbero un selfie davanti all’Arno. Sembrano più portati a saccheggiare che a spalare.
«Non la penso così. Noi avevamo l’idea che si apriva un orizzonte. Avevamo una fiducia nel futuro che ti faceva andare all’avventura. Ai ragazzi d’oggi manca quest’orizzonte. Cosa sentono a casa loro? Io sentivo mio padre che faticava dalla mattina alla sera, ma un passettino avanti lo faceva: noi non avevamo la tv, e dopo un po’ di tempo la prendemmo. Quasi tutte le famiglie facevano un passo in più. Ora in casa cosa ascoltano i giovani, se non preoccupazioni? I soldi che mancano per la spesa, la paura di essere licenziati. E davanti a loro c’è un mondo inafferrabile, con disuguaglianze parossistiche. Una tecnologia che ti sorveglia senza essere sorvegliata. Faccio un esempio minimo».
Prego.
«Il registro elettronico a scuola. Io ai miei tempi facevo il “fughino”, ma alla fine del trimestre mio padre voleva i voti perché si spezzava la schiena per farmi studiare. E io facevo il fughino ma sapevo che dovevo impegnarmi: ero responsabilizzato. Loro non possono fare il fughino, ma nessuno li responsabilizza. Tornando al registro elettronico, mi chiedo: è possibile introdurlo senza una discussione? Perché c’è un tema antropologico, lì: la formazione di un adolescente. Che si sente braccato in cambio di nulla. Ai giovani vorrei dire che anche ai miei tempi sembrava “una morta gora” (una situazione stagnante, è una citazione dantesca, ndr), ma poi si è incendiata una prateria. Il problema è che se non hai un obiettivo positivo, una speranza, cosa si incendia?».
Franco Zeffirelli ha raccontato che tra gli Angeli del fango sbocciarono tanti amori. Ne sa qualcosa?
«Essendo “sbadilante”, purtroppo le uniche ragazze le incrociai quando andammo via: non ricordo in quale piazza facemmo un falò e un girotondo, ci saranno stati 200 giovani e tante ragazze straniere, che a Bettola non le avevamo mai viste. Cantavamo il valzer delle candele, io non è che fossi insensibile al loro fascino. Ma di occasioni…».
Di occasioni?
«Di occasioni zero!».

