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Viaggio in Terrasanta, giorno 4: tra le macerie del Kibbutz Kfar Aza

Arturo Scotto
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Mario Rossi - La Repubblica

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Diario di Arturo Scotto in viaggio in Terrasanta con Roberto Speranza. 4/fine

20 dicembre
Kibbutz Kfar Aza e Tel Aviv

Arriviamo al Kibbutz Kfar Aza provati dopo un’ora e mezza di viaggio da Gerusalemme. Facciamo una pausa a un check point militare – Shuva junction – dove il Ministero degli Esteri ci fornisce giubbotti antiproiettile. Non sono obbligatori, ma sono fortemente consigliati. Li indossiamo, forse più per rispetto alla forma che per convinzione. Il governo ti fa firmare una liberatoria dove è scritto che nel caso ti accada qualcosa la responsabilità è ovviamente tua: stai andando tecnicamente in una zona di guerra, sotto il comando della Gaza division di Tsahal. Non so perché, almeno a me sale un po’ di inquietudine.

D’altra parte, lungo la strada ci capita di incrociare a ogni semaforo camionette in movimento dell’Idf. Siamo a un chilometro e mezzo in linea d’aria da Gaza, fanno quasi venti gradi e nell’aria c’è un odore fortissimo di cordite. Si ascoltano di continuo i rumori dei razzi che partono dall’artiglieria – un calcolo approssimativo mi fa dire uno ogni due minuti – e il frastuono dei jet che partono per i bombardamenti è assordante.

Il kibbutz è antichissimo, la fondazione risale al 1951, qui si può dire che c’è il cuore pulsante della storia del paese che ci ospita. Ci abitavano 900 persone fino al 7 ottobre, di tutte le età e di tutte le estrazioni sociali; 63 sono state le vittime, 19 i rapiti. Ogni casa ha uno spazio esterno quasi sempre con giardino, le caratteristiche delle abitazioni sono spartane ma appaiono molto piacevoli da vedere e confortevoli da vivere, gli spazi comuni sono tantissimi perché un kibbutz è per eccellenza un luogo di condivisione. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare che potesse calare addosso proprio qui l’orrore più grande.

Queste comunità sono storicamente un pezzo della Israele progressista e inclusiva, il luogo dove continua a sopravvivere l’idea di una società egualitaria dove i mezzi di produzione sono parzialmente socializzati e le decisioni su come mandare avanti la vita del luogo vengono assunte in maniera democratica e assembleare. Colpire un kibbutz significa spingere la società israeliana ancora più a destra. E apre la strada a una stretta sulla sicurezza senza precedenti.

Una cosa è certa, come mi dice un vecchio amico del Meretz Roberto della Rocca la sera nella sua bellissima casa di Tel Aviv: quei luoghi erano una riserva di militanza e una fucina di memoria dei partiti della sinistra israeliana. È chiaro che Hamas vuole colpire la Israele che negli anni ha resistito a Netanyahu e al ripiegamento conservatore se non addirittura reazionario che ha attraversato larga parte della società. È in uno di questi Kibbutz, per la precisione Be’eri, che è stata uccisa Vivian Silver. Fondatrice di Women Wage Peace e di B’Tselem rappresentava una delle espressioni più conosciute e stimate del pacifismo israeliano, dell’opposizione all’occupazione dei territori e alla violazione dei diritti umani a Gaza. Le case sono quasi tutte distrutte, lasciate dall’Idf così come erano in quell’istante dopo la strage del 7 ottobre, senza praticamente alcuna manipolazione eccetto ovviamente la rimozione dei corpi delle vittime. I tetti bruciati, le pareti crivellate di colpi, materassi, padelle, asciugamani scaraventati alla rinfusa ovunque. La quotidianità rimpiazzata dall’irruzione di un terrore cieco e barbarico.

Non è un mistero che l’attentato del 7 ottobre abbia avuto più fasi. Quella militare di Hamas – probabilmente non concordata con l’ala politica collocata all’estero – e quella di cani sciolti che non avevano mai visto nulla oltre quel confine maledetto che chiude a chiave Gaza da quasi venti anni. Non c’è alcuna causa nobile al mondo – e quella dei diritti dei palestinesi è una causa nobile – che può rendere giustificabili i fatti del 7 ottobre.

Il direttore di Haaretz, il più grande quotidiano progressista del paese, ci accoglie nella sua stanza dove sulla destra c’è una foto scattata da un suo reporter: un bambino palestinese in mezzo a cinque soldati che lo controllano. È uno scatto emblematico il cui messaggio vuol significare: siamo una democrazia, lo stato di diritto deve valere per tutti. Alla domanda se dopo il 7 ottobre è cambiato qualcosa nel suo punto di vista sui palestinesi, la risposta è molto netta: no. Continua a credere che ci sia la necessità di una modalità di convivenza diversa, di uguali diritti per tutti. Apre allo stato binazionale, ma vede molte nubi all’orizzonte rispetto a questa prospettiva che pure attraversa il dibattito di una parte della comunità progressista di Israele. Haaretz non si è messa contro l’operazione a Gaza, per quanto sia stato il giornale che più di tutti ha denunciato le falle dell’intelligence e dell’esercito il 7 ottobre, ma sta portando avanti una campagna martellante contro Nethanyahu e le sue responsabilità, senza sconti e senza alcuna reticenza. Ci dice che l’errore di fondo è stata una fiducia “messianica” nella forza della tecnologia e che il 7 ottobre ha rivelato che questo non basta a proteggere Israele. Occorre la politica, che non può essere soppiantata dalla logica militare.

Complessivamente si lancia in un excursus della storia recente del paese, sugli errori della sinistra – non siamo riusciti a dare una risposta da sinistra alla domanda di sicurezza emersa dopo la seconda Intifada e il fallimento degli accordi di Camp David – che oggi per sua ammissione non esiste più. “La sinistra in Israele restiamo noi”, dice. Ma quel noi non si candida alle elezioni, non forma i governi, non si siede ai tavoli negoziali.

I laburisti e il Meretz – che incontriamo in momenti diversi – stanno lavorando finalmente a una lista unica. Da poco si è dimessa la segretaria del Labour – Merav Michaeli – e oggi il partito si avvia a scegliere una nuova leadership. Se non si uniscono le due formazioni storiche della sinistra israeliana, quelle che hanno fondato nei fatti lo Stato con Ben Gurion e alimentato gli accordi di Oslo con Rabin, il rischio è che quando si voterà nessuna delle due sarà presente in Parlamento. Lo dicono i sondaggi che purtroppo sono impietosi. Noi spingiamo per questa soluzione nei colloqui, anche perché ormai alla Knesset i deputati che si collocano ancora lungo la frontiera dei “due popoli, due Stati” si contano purtroppo sulle dita di una mano.

Come sia potuto accadere che in un decennio la sinistra sia evaporata è la questione che dovrebbe assillare anche noi europei: sicuramente il fallimento degli accordi di Oslo, sabotati sapientemente da Netanyahu, e anche una tendenza del sistema politico israeliano alla frammentazione. Eppure c’è qualcosa in più: la crescita della destra estremista, dove il peso specifico degli ultra ortodossi e dei coloni estremisti diventa sempre più condizionante, si inserisce, guardando città così avanzate culturalmente e tecnologicamente come Tel Aviv o Haifa, dentro un progressivo isolamento di Israele nelle relazioni esterne. Un paese che si chiude – che vede il mondo come una minaccia e dove l’economia di guerra prende sempre più il sopravvento – non ha bisogno della rappresentanza della sinistra politica.

Il quartier generale delle famiglie degli ostaggi è al sesto piano di piazza Da Vinci. Una sede molto grande, piena di giovani volontari che fornisce h24 assistenza psicologica alle vittime, che monitora ogni informazione utile che arrivi dall’esterno, che conserva e rivendica una dimensione totalmente non governativa. In questo luogo si respira tutta la tragedia del 7 ottobre con i poster di tutti gli ostaggi sulle pareti: a oggi sono 129 quelli ancora nelle mani di Hamas.

Sono queste famiglie che incontriamo in una riunione senza filtri dove ci fanno vedere i video degli ostaggi, raccontano le storie nei minimi dettagli dei fatti accaduti nei singoli kibbutz o nel rave party colpito, invocano una mediazione. Sono i più decisi nella critica a Netanyahu, parlano della guerra di Bibi che non è la loro guerra, di errori compiuti dall’esercito come quello di qualche giorno prima: hanno sparato a tre ostaggi che avevano issato la bandiera bianca, uccidendoli. La stessa Idf ha dovuto ammetterlo.

Ci chiedono di parlare di questa tragedia in ogni luogo dove ci capiterà di intervenire: fermare le ostilità militari, cessare il fuoco e aprire una trattativa vera per liberarli tutti. C’è chi vuole riabbracciare il proprio fidanzato di 27 anni, che faceva il bodyguard a un Festival di musica. Chi il proprio padre di 79 anni, comparso in un video di Hamas poche ore prima del nostro incontro, ammalato di cuore e che non sanno quanto a lungo potrà resistere. Chi il proprio fratello maggiore, che è comparso in un video di Hamas ferito alle gambe e con il volto tumefatto. Non si hanno notizie, non si sa dove siano nascosti, non si conosce bene in quale parte della striscia siano nascosti.

Più avanti c’è la piazza che ha fatto il giro del mondo: quella della lunghissima tavolata apparecchiata per una cena, dove stazionano centinaia di persone per testimoniare che questa campagna non è finita, mentre risuona l’Hallelujah di Leonard Cohen: un modo fortissimo per dire che sono ancora troppi dentro quelle prigioni, che occorre far emergere un messaggio di compattezza e di solidarietà perché escano.

Domani ripartiamo molto presto. Prima ancora che un bilancio politico, che faremo nei prossimi giorni togliendo di mezzo la dimensione emotiva del viaggio, resta una considerazione da cui nessuno può sfuggire: è in quest’area del mondo, tanto piccola per contenere un carico di storia così grande, che passano questioni decisive per un mondo pacificato e stabile. Uno Stato per i palestinesi, il cui riconoscimento internazionale è quanto mai urgente, la sicurezza per Israele, innanzitutto di non essere esposta ad attacchi terroristici, la liberazione immediata degli ostaggi, le risorse necessarie per le organizzazioni internazionali e per la cooperazione allo sviluppo, la tutela del dialogo interreligioso: questi temi restano aperti nell’agenda internazionale.

Stare qui in giorni difficili è stato un piccolo contributo per dare una mano a realizzarli.

(4/fine)

Lavoro e democrazia. Per una legge sulla rappresentanza.

Il 25 novembre si è tenuta a Roma la prima iniziativa di Compagno è il Mondo. Sono intervenuti tra gli altri: Pier Luigi Bersani, Maria Cecilia Guerra, Elly Schlein, Arturo Scotto, Michael Braun, Cristian Ferrari, Michele Raitano, Alessandra Raffi.
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1 week ago

4 CommentiComment on Facebook

Sì, anche Lui manca tantissimo ♥️

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