di Paolo Pagani
Giovanni Giolitti ebbe a dire che l’ Italia è un paese con la gobba e che la politica deve essere un buon sarto per cucirle il vestito su misura. Tanti governi, nella storia dell’Italia unita, gli hanno dato retta e i problemi strutturali di un paese troppo lungo, come lo ha definito Giorgio Ruffolo, si sono trascinati nei decenni.
I governi che hanno tentato di curare la gibbosità si contano sulle dita di una mano: il primo governo De Gasperi, alcune scelte del secondo, il primo centrosinistra, i governi dell’Ulivo e il secondo Conte.
Quello attuale è, fuori da ogni dubbio, tra i più determinati a non cambiare niente del peggio dell’Italia.
Lisciare il pelo all’evasione e all’elusione fiscale, chiudere occhi e orecchie verso le diffuse illegalità nel sistema produttivo (lavoro nero, sicurezza eccetera), “non disturbare”, cito, le imprese perché non cambino politiche industriali per cui da oltre 20 anni il paese non cresce ma crescono i profitti, negare l’esistenza di un problema climatico e ambientale per non inimicarsi nessuno dei poteri forti, lasciare che i fatti congiurino per una strisciante privatizzazione della sanità.
E quello che viene fatto va ad aggravare gli squilibri. Autonomia differenziata che allarga il fossato tra Nord e Sud. Modifiche al Pnrr che hanno stralciato le misure più innovative. Riforma della giustizia che tenta di subordinare la magistratura al governo. Premierato per rispondere a un sentimento diffuso (uno dei caratteri più negativi e duraturi del paese) propenso a una verticalizzazione del potere. Stigmatizzazione di migranti e minoranze di varia natura per assecondare una xenofobia e omofobia di lunga durata, lisciare il pelo al “familismo amorale”, moltiplicare i reati perseguibili da imprenditori della paura.
Ed è anche per questo che, nonostante i fallimenti palesi (Pil fermo, salari in ritirata, prezzi in avanzata, reati in aumento), una fetta larga di opinione continua a riconoscersi nell’underdog di Armani vestita.
Insomma, un ceto medio anti stato e impoverito, ossatura del capitalismo familiare italiano, presuntamente vessato da fisco e burocrazia, si sposa a meraviglia con Giorgia mamma e cristiana.
Un blocco sociale antipolitico, tradizionalista, risentito e rancoroso che vi si rispecchia a meraviglia.
Altri cinque anni di un governo simile porterebbero l’Italia da un lato allo status di paese marginale e dall’altro ad essere l’apripista delle democrature nell’Europa occidentale.
Per questo nel campo largo del centrosinistra tutti dovrebbero avere un di più di generosità, lasciandosi alle spalle ogni piccolo interesse di bottega. A partire dall’interno del Pd, dove esponenti di prestigio pare muoiano dalla voglia di accerchiare Elly Schlein, non cogliendo un punto di fondo: che la nuova segretaria, se supportata dal partito (che nel centrosinistra fa differenza), può essere la persona giusta che, non imitando la Meloni, può ricostruire un blocco alternativo e una cultura, legando il ceto medio riflessivo e il lavoro disperso, dipendente e atomizzato.
Un nuovo blocco storico con la sinistra “nel mezzo a forze moderate, progressiste, radicali e civiche”. Il nuovo Pd baricentro di un fronte repubblicano, dotato di “un alfabeto alternativo di progresso e solidale”, che può sprigionare la stessa energia della destra populista.
Le recenti elezioni regionali dimostrano che è questa la sola strada per rompere il sostanziale e persistente equilibrio tra i due blocchi. Minare questa possibilità è l’errore più grave che stanno compiendo Prodi, Gentiloni e altri. In questo senso l’iniziativa di Montepulciano, promossa da Braga, Provenzano e Speranza, assume un significato rilevante.
Rilevante per un esplicito sostegno alla segretaria e il dichiarato obiettivo di uno scatto in avanti nella costruzione del nuovo Pd, attraverso un manifesto-programma che, per richiamare la metafora iniziale, apertis verbis parli a quella parte di paese, potenzialmente maggioritaria, che vuole (ma non vede ancora chi lo possa fare) raddrizzarne la gobba. Rilevante anche per smuovere chi (a tutte le latitudini), pur avendola votata, supporta la segretaria con troppa timidezza e juicio: non si sa mai che l’accerchiamento in atto vada a buon fine.
Infine, una nota locale. L’area Schlein bresciana (dove si riconoscono tutte le sensibilità che hanno sostenuto la segretaria) viene da un’assemblea che ha evidenziato una piena consapevolezza della fase politica e della necessità di un suo consolidamento unitario, evitando la trappola di un passo indietro a una federazione di componenti. E al contempo rilanciando la necessità di un nuovo inizio della gestione unitaria del partito. C’è proprio bisogno di uno scatto. Due facce di una iniziativa politica che mira con tutta evidenza al rafforzamento del partito bresciano, affinché sia pienamente all’altezza del compito di costruire l’alternativa. In definitiva, un’assemblea che ha mostrato senso di responsabilità verso se stessa e verso il partito.


