D’Alema: Prodi? Fu autocomplotto. Le violenze fanno il gioco degli altri

Hoara Borselli - Il Giornale
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Mario Rossi - La Repubblica

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Massimo D'Alema

Colloquio con Il Giornale

di Hoara Borselli

«No, il primo governo Prodi non l’ho affondato io. Non ci fu un complotto. Casomai fu un autocomplotto. Se vuole le racconto bene come andarono le cose…». Ho davanti a me Massimo D’Alema che oggi ha 77 anni, e ne aveva meno di cinquanta quando entrò a Palazzo Chigi dopo la caduta del governo Prodi, come primo e unico ex comunista a capo di un governo. Lo vedo entrare con la sua aria di sempre. Diciamo l’aria da D’Alema: completo grigio, camicia chiara senza cravatta, scarpe nere, sorriso un po’ accattivante un po’ sospettoso, un po’ dissacrante. Accetta di parlare con me di tante cose, anche delle piazze di questo giorni,  a condizione che non si discuta del campo largo. Ok. Gli dico che allora voglio sapere della caduta di Prodi ma prima vorrei ricostruire la sua lunga storia, che in parte è ricostruita in un libro appena uscito (Eravamo comunisti, Feltrinelli, euro 19).

Mi piacerebbe sapere di lui bambino. Se giocava a pallone o se si è sempre occupato solo di politica. Mi risponde che giocava a pallone e che calcio e politica non sono inconciliabili, e giura che il calcio è una cosa molto importante per lui. Mi dice che è romanista, che il suo idolo è stato Falcao, e che il momento di massima celebrità lo ha vissuto nel 1996 quando giocò una partita di beneficienza al Bentegodi di Verona in una selezione di politici contro la squadra dei cantanti. La partta si era messa male, Eros Ramazzotti aveva fatto gol per i cantanti. Poi successe che la palla finì a lui, in area, e lui segnò il gol del pareggio. Il giorno dopo i suoi figli tornarono da scuola entusiasti:  i compagni li avevano portati in trionfo perché avevano saputo che il loro papà aveva fatto gol a Ligabue. D’Alema all’epoca era il capo del principale partito di governo. Ma i ragazzi questo lo ignoravano. I ragazzi sapevano che era un bomber.

Cerco di immaginarmi D’Alema bambino. Lui mi racconta di quando era “pioniere”: i pionieri erano una associazione che raggruppava i bambini comunisti. Lui addirittura fece carriera tra i pionieri. Tanto che nel 1960, al nono congresso del Pci, fu incaricato di tenere il discorso di saluto dei ragazzi dal palco.Aveva 10 anni. Camicia bianca, fazzoletto rosso. I testimoni sostengono che tenne un discorso che nei toni, nei ragionamenti, nel lessico, poteva essere il discorso di un quarantenne. Si racconta che Togliatti si rivolse sottovoce a Pajetta e commentò: «Per me questo non è un bambino, è piccolo sì ma forse è un nano». D’Alema ride e dice che a lui non risulta. Una leggenda. Però se lo ricorda bene quel discorso, fu un’emozione fortissima. Solo col microfono e una platea immensa e silenziosa ad ascoltarlo.

Andiamo avanti. Parliamo degli anni Sessanta e dell’ingresso nella politica. È vero che lanciò anche delle bottiglie incendiarie? D’Alema prende fiato e racconta: «Gli anni Sessanta furono uncrescendo di lotte. Io le prime botte le presi nel 1967 durante una manifestazione contro i colonnelli greci che avevano fatto il golpe. Se tirai delle molotov? Feci le cose che allora si facevano. Era parte della militanza. La violenza c’era da tutte le parti. Anche da parte della polizia. E i fascisti si davano da fare. La vede questa cicatrice sul dito? È la coltellata di un fascista. Uscì molto sangue ma non mi impressionò. Non ho mai avuto paura fisica, sono sempre stato un po’ incosciente». Poi mi racconta: «Ho manifestato anche contro l’Unione sovietica. Nell’agosto del ’68 ero a Praga quando la Cecoslovacchia di Dubcek fu invasa dall’esercito sovietico. Scesi in piazza coi ragazzi di Praga, fronteggiammo i carri armati».

Adesso, gli dico, parliamo dei ragazzi di oggi e della violenza. Da vecchio comunista, cosa vuole dire a questi ragazzi? «A questi ragazzi, dei quali capisco le ragioni, voglio dire che la violenza è sempre sbagliata e fa il gioco degli altri». Quindi – dico – non è giusto fare decreti per reprimere la violenza? «Io penso che la politica debba domandarsi perché i ragazzini sono in piazza e alcuni di loro sfasciano le vetrine». Me lo dica lei perché. «Sono una generazione nuova. In parte seconda generazione di immigrati. Si sentono rifiutati, si sentono apolidi, sebbene parlino italiano e dialetto, facciano tifo per l’Inter e la Roma, sanno che non avranno un lavoro stabile, che vivranno nella precarietà, che riceveranno un sottosalario. È un problema o no? È un problema il fatto che noi abbiamo un sistema per cui il lavoro è super-sfruttato, sottopagato, non garantito? Chiedo: siamo in grado di dare a questa generazione una prospettiva? O la controlliamo con l’esercito e i bastoni?».

Ok. Arriviamo al 1998. si dice che sia stato lei a far cadere il governo Prodi. «Non è vero. Le racconto in sintesi. Rifondazione comunista, per ragioni politiche, uscì dal governo. Io cercai di trovare i voti per allargare la maggioranza. Li trovai nel gruppo centrista di Cossiga. Il quale disse a un mio ambasciatore che avrebbe votato la fiducia a Prodi se Prodi avesse chiesto esplicitamente i suoi voti. Prodi fu informato. Io parlai anche con il presidente della Camera Violante. Prodi tenne il suo discorso alla Camera e non chiese i voti. Perché? Qualcuno dei suoi aveva fatto i conti e aveva stabilito, sbagliando, che i voti di Cossiga erano superflui. Violante, dopo che Prodi aveva. finito di parlare, insistette. Chiese: «Presidente, deve dire qualcos’altro?». Prodi fece un gesto con la mano che significava: no. Si votò e il governo cadde».

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