di Arturo Scotto
Impossibile raccontare in poche righe una vita come quella di Fabio Mussi. Una vita piena, come solo può esserla quella di chi ha dedicato tutto se stesso alla causa di chi non ha potere né voce. Studio rigoroso, orgoglio delle radici operaie e piombinesi, militanza appassionata, rispetto religioso delle istituzioni in cui si milita: questo abbiamo imparato in tanti di noi, di generazioni diverse, da lui.
Fabio ha avuto il suo battesimo del fuoco nel Sessantotto pisano, compagno alla Normale di Pisa di Massimo D’Alema, in anni in cui persino per il PCI non era facile riuscire a fare i conti con l’irruzione delle masse giovanili nella scena politica italiana. Ci volle un segretario “di transizione” e forse troppo presto dimenticato come Luigi Longo, per aprire il portone di Botteghe Oscure a quegli studenti, senza usare le lenti del pregiudizio, senza averne paura come invece accadde ad altri partiti comunisti europei, a partire da quello francese che si trastullava ancora nel brodo primordiale dell’ortodossia.
Forse non è un caso che i comunisti italiani intercettarono il voto di quei giovani alla metà degli anni settanta con Enrico Berlinguer. C’era chi aveva preparato il terreno, chi aveva avviato una presa di distanza dall’opaca crudeltà del regime sovietico e aveva intuito che il fermento di quegli anni poteva rompere la cappa irrespirabile di una democrazia bloccata che impediva alla sinistra di governare.
Fabio era uno degli interpreti più talentuosi di quella traiettoria, tanto che fu “cooptato” – all’epoca era un onore, non un insulto – nel Comitato centrale del PCI a poco più di venti anni: ne uscì poco dopo perché fu tra i tre che votarono contro la radiazione del gruppo de Il Manifesto. Rimase dentro, lo raccontò qualche anno dopo Massimo D’Alema: entrambi furono tentati da quell’avventura de Il Manifesto, prima ancora che politica intellettuale.
Fabio fu anche una penna brillante , un giornalista acuto tant’è che fu per molto tempo vicedirettore di Rinascita e poi condirettore de L’Unità. A Mussi si deve la sfida coraggiosa alla cultura produttivista di larga parte della sinistra italiana. In lui maturò, prima che in tanti altri, la coscienza della necessità di mettere l’ecologia al centro di una nuova elaborazione della sinistra europea. Non un capitoletto del programma, ma un punto di vista essenziale per cambiare la struttura economica del paese, il modo di distribuire la ricchezza, la protezione dei commons da sottrarre all’arbitrio del mercato, un ordine sociale più equilibrato tra nord e sud del mondo.
Lo influenzava l’elaborazione del gruppo di Roma sui limiti dello sviluppo che avrebbe condotto Berlinguer a teorizzare l’austerità, ma anche autori che si erano cimentati con le correnti calde del cosiddetto eco marxismo. Da Barry Commoners a James O’Connor fino al recente scritto di Kohei Saito sul Capitale nell’antropocene di cui avevamo parlato. Portò avanti quella linea con coraggio e spesso in solitudine, influenzato anche dalla crescita dei primi vagiti di un movimento globale che cominciava già allora a propugnare il contrasto a un’idea di sviluppo infinito in un mondo finito.
Fu protagonista insieme a Bassolino di una mozione per l’uscita dal nucleare dell’Italia dopo Chernobyl, linea che passò non senza difficoltà nel Comitato centrale. Ricordava Fabio che fu preso per pazzo da tutti quando, in una commissione congressuale del PCI del 1983, propose di introdurre nello statuto il concetto di “entropia”. In pochi capirono a cosa alludesse, appariva il vezzo di un intellettuale distaccato dalla realtà. Eppure era la rottura del tabù che vedeva la sinistra ancora attestata su un’idea di progresso fondato esclusivamente sull’espansione delle forze produttive. Era la seconda contraddizione del capitalismo, che non si muoveva più soltanto lungo l’asse della dialettica tra capitale e lavoro, ma anche lungo la traiettoria tra capitale e ambiente. Oggi può apparire scontato, quarant’anni fa non lo era affatto. Per Mussi rinunciare a quella battaglia significava non fare i conti con i rischi che ne sarebbero conseguiti in termini di risorse naturali disponibili oltre che di moltiplicazione dei conflitti. Unico a telefonargli allora fu Berlinguer. Voleva capire, perché avvertiva l’irrequietezza di un tempo che cominciava a scavare un solco tra il neoliberismo e la tenuta dell’ecosistema.
Fu quello che Mussi scrisse poi nel testo della mozione congressuale del cosiddetto “Correntone”: “La forma attuale di capitalismo è incompatibile con la salvezza del pianeta terra”. Era il 2001, ma in questa estate traumatica del 2026, la più calda di sempre, sembra una profezia.
Fu un innovatore fino in fondo, anche a rischio di apparire iconoclasta quando durante la svolta di Occhetto criticò gli intellettuali che si schierarono contro. Fulminante la battuta sul PCI trattato come “bambolotto di pezza“ da chi fino al giorno prima lo criticava aspramente e poi davanti alla possibilità di cambiare il nome si era schierato contro il gruppo dirigente della svolta. Fu una battuta sicuramente infelice, anche perché il sentimento di smarrimento per lo scioglimento del PCI era autentico e le ragioni del No tutt’altro che infondate, ma Fabio non aveva paura di apparire dissacrante per spingere una posizione politica della quale era profondamente convinto. Per lui il superamento del PCI non era un modo di acconciarsi nel salotto buono, ma un tentativo di salvare il nucleo di valori della sinistra che aveva rappresentato nel Novecento e che la crisi dell’Unione Sovietica aveva inevitabilmente compromesso.
Fu la svolta a segnare definitivamente il salto generazionale del gruppo dirigente attorno a Occhetto – D’Alema, Fassino, Petruccioli, Veltroni, Mussi, Bassolino, Turco, Bersani e altri – che pur con sfumature diverse provarono a guidare quella transizione controversa con l’obiettivo di sbloccare il sistema politico e scongelare gli eredi del PCI dall’area di governo.
Quel gruppo dirigente si spezzò nel 2001, dopo i cinque anni di Governo dell’Ulivo e il ritorno di Berlusconi al potere. Nacque il Correntone, che candidò Giovanni Berlinguer conseguendo quasi il quaranta per cento dei voti congressuali, unendo la sinistra interna dei “comunisti democratici” – tra cui Fumagalli, Buffo, Bandoli e, ormai più distaccato, Aldo Tortorella – , larga parte del gruppo dirigente della Cgil a partire da Sergio Cofferati, e una parte della maggioranza dei Ds, tra cui Folena, Leoni, Crucianelli, Salvi, Bassolino e lo stesso Fabio che per cinque anni era stato il capogruppo alla Camera di quasi duecento deputati, gestendo con equilibrio, competenza e tenacia la tenuta dei governi Prodi, D’Alema e Amato.
Il congresso di Pesaro fu uno scontro vero, si inseriva dentro la temperie di un nuovo ciclo di guerre che si aprirono dopo l’11 settembre – Afghanistan e Iraq – e nel pieno del fermento giovanile che aveva messo in discussione i totem di una globalizzazione sregolata, che soprattutto in Occidente aveva aperto una crepa pericolosa sul terreno dei diritti sociali. La risposta della destra fu soltanto repressiva, aprendo le porte al terribile esperimento autoritario del G8 di Genova. La risposta dei Ds in quel passaggio fu timida, impaurita e diffidente, attraversata da errori e semplificazioni che in seguito ebbero un prezzo: fu scambiata per estremismo una domanda radicale di trasformazione della società, la richiesta di un ordine globale post guerra fredda non fondato esclusivamente sulla mondializzazione delle merci, il no alle guerre di rapina che poi avrebbero segnato gli anni di Bush e della lotta al terrorismo condotta sulle ali dei cacciabombardieri.
Un’eccedenza giovanile che in Italia faceva i conti anche con i limiti della stagione del buongoverno dell’Ulivo, che aveva in ogni caso ridotto le diseguaglianze nel paese, mai come in quegli anni l’indice Gini era rimasto a livelli bassi e si era accorciata la forbice tra ricchi e poveri. Eppure misure come il Pacchetto Treu avevano aperto la strada a forme di flessibilità estreme che poi erano sfociate in vera e propria precarietà, fino al tentativo negli anni berlusconiani di abolire l’articolo 18, cosa che riuscirà purtroppo a Renzi dopo e con un danno definitivo nel rapporto tra un pezzo di mondo del lavoro e la sinistra.
Molti della mia generazione rimasero nel partito anche perché quell’area politica e culturale della sinistra interna provò a tenere aperto un dialogo con la generazione altermondialista di Genova. E poi successivamente con la mobilitazione contro l’avventura irachena di Bush e Blair, con la lotta della Cgil contro l’abolizione dello statuto dei lavoratori, persino con l’esperienza animata da Nanni Moretti e dai cosiddetti girotondi per la democrazia. Fondammo persino una rivista che si chiamò Aprile per la sinistra. Fu un’accumulazione di forze, intelligenze, passioni che tornò utile per le elezioni del 2006, vinte di misura da Prodi e dall’Unione.
Mussi divenne Ministro dell’Università, ereditando il disastro della riforma Moratti: sbloccò i concorsi per ricercatori, non autorizzò la licenza per ulteriori università telematiche volute dalla destra, creò scandalo firmando un accordo europeo sulle cellule staminali contestato dal Vaticano e anche da pezzi della maggioranza di Prodi, aumentò i fondi per la ricerca, istituì l’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca) e gettò le basi per una riforma complessiva del sistema, naturalmente interrotta dalla caduta prematura di un governo che durò appena 18 mesi.
Fu protagonista peraltro – e qui emerge tutto il suo carattere – di un episodio poco ricordato che avvenne a pochi passi da Montecitorio. Era l’estate del 2006, Bersani aveva appena varato le famose “lenzuolate” che avrebbero fatto finalmente saltare decennali incrostazioni corporative in tanti settori economici del paese. Ci fu una reazione violenta e inaccettabile dei tassisti romani che contestavano la liberalizzazione delle licenze. Assalirono la sua auto, la presero a calci: Fabio uscì di botto dall’auto, senza avvisare la scorta, e li affrontò a rischio di trovarsi coinvolto in una rissa. Mi spiegò che quando hai davanti una folla inferocita e hai responsabilità istituzionali se ti fai vedere spaventato perdi ogni tipo di credibilità. Meglio reagire a muso duro che nascondersi. Una lezione di vita prima ancora che di politica.
Come quella che mi accompagnò anche negli anni successivi e mi aiutò anche a superare passaggi difficili della mia vita politica. Fui candidato ed eletto a sorpresa in Parlamento, per volontà del Correntone, nel 2006, la legislatura più breve della storia. Venivo dalla Sinistra giovanile e avevo appena 27 anni, il più giovane alla Camera insieme a Giorgia Meloni, di qualche mese un po’ più grande di me. Per mesi erano fisse le comparsate televisive e le interviste, spesso davvero banali a rileggerle oggi, sul rapporto tra i giovani e la politica. E io non ci trovavo nulla di male ad accettare quegli inviti. Mi convoca qualche mese dopo Paolo Fedeli, un caro amico allora portavoce di Mussi al ministero, e mi comunica che per Fabio bisogna andare meno in tv. Meglio imparare a fare il parlamentare di commissione, leggersi tutti i dossier e andare a fare più assemblee sul territorio. Era un modo di proteggermi, ma anche un invito alla sobrietà che mi porterò sempre dentro.
Fu in quel periodo che maturammo di non aderire al Partito Democratico, alla fusione tra Ds e Margherita. Una critica che veniva avanti da tempo: contrastavamo la creazione di un’anomalia tutta italiana, che in quegli anni portava la più grande forza della sinistra democratica dritta fuori dal filone socialista e dalla cultura del movimento operaio per sciogliersi in un contenitore post ideologico. Il Pd si presentava come una forza di stabilizzazione del sistema, una sorta di catch all party che espelleva il conflitto sociale dal suo orizzonte, con l’ambizione di rappresentare tutti gli interessi economici in campo e con la prospettiva di una trasformazione in senso bipartitico della competizione tra i blocchi elettorali. Fu sulla base di quella analisi che maturò un punto di vista alternativo, autenticamente sofferto e non privo di dubbi che furono sciolti dopo lunghe e tormentate riunioni.
Fino all’ultimo si cercò di favorire un percorso graduale, come proponeva anche Gavino Angius: la nascita di una federazione che mantenendo i soggetti distinti salvaguardasse in qualche modo l’originalità di quelle culture politiche, non diluendole dentro un contenitore indistinto all’americana, senza memoria e dunque senza un’identità sociale precisa. La risposta era che quel nuovo partito avrebbe garantito stabilità maggiore al Governo Prodi. Profezia che fu smentita dai fatti, perché la cosiddetta vocazione maggioritaria fu uno dei fattori che alimentò la fibrillazione degli alleati sia di centro che di sinistra e indirettamente provocò l’esaurirsi di quella esperienza di governo.
Provammo a fronteggiare con questi argomenti quella svolta. Perdemmo. Toccò a Fabio Mussi annunciare la nostra scelta, dichiarare che ci fermavamo lì, spiegare che avremmo provato a rifondare una sinistra politica autonoma, popolare e di governo. Lo fece a nome di 242 delegati della mozione “A sinistra per il socialismo europeo” al Palamandela di Firenze. Fu attraversato da tantissimi dubbi prima di salire sul palco: la decisione era presa, ma non era convinto di andare al podio e parlare. Lui era fatto così, non aveva paura di nulla, ma temeva di ferire i sentimenti di una platea abitata dai compagni di una vita. Fu invece un intervento straordinario, durissimo sul piano politico – «penso che si stia imboccando una strada che porta la sinistra a non rinnovarsi, come pure è radicalmente necessario, ma a perdersi. Non basta dire siamo tanti, cari compagni se non dite dove andate» – ma pieno di dolcezza e gratitudine per quelli che restavano. Augurò un doppio successo alle due costituenti che si aprivano, terminando commosso con «buona fortuna compagni».
Ci fu un’ovazione; mai una separazione era stata attraversata da tanta emozione, scevra da recriminazioni e da rancori. Si pianse molto e piansi anche io, che in quel partito mi ero iscritto appena compiuti i quattordici anni a Torre Del Greco. Eppure fu lotta politica, non un gioco di ruolo tra fazioni. «Mi dicono: fai una corrente. In questo congresso ce ne sono tre, nel Pd saranno almeno trentatré, non si sentirà la nostra mancanza»: questo fu il commento lapidario di Fabio.
Fondammo Sinistra democratica, con un’assemblea il 5 maggio a Roma a cui parteciparono 5000 persone. Ribadimmo la nostra leale collaborazione con il governo Prodi, annunciammo la costituzione di gruppi parlamentari (al Senato 12, alla Camera 24, in Parlamento europeo 4), proponemmo da subito di aprire il cantiere di una sinistra socialista ed ecologista.
Non andò come pensavamo. Sinistra democratica sfociò nell’avventura di Sinistra arcobaleno e nella disastrosa separazione consensuale alle elezioni politiche anticipate del 2008, con il voto utile che trascinò quella formazione sotto la soglia di sbarramento, portando per la prima volta la sinistra fuori dal parlamento. La Sinistra arcobaleno, che nei sondaggi era quotata oltre il 10, non raggiunse il 4 per cento per accedere al riparto dei seggi a causa della scelta di correre in autonomia in un sistema ancora in larga parte maggioritario. Il Pd di Veltroni ebbe un risultato altissimo (il 33 per cento), ma praticamente senza alleanze né al centro né a sinistra. Vinse Berlusconi, e fu una lunga traversata.
Nacque Sinistra ecologia e libertà con Nichi Vendola. Fabio Mussi fece un passo indietro da tutti gli incarichi, mettendosi a spingere una generazione nuova nella ricostruzione di un fronte alternativo alla destra e decidendo di non ricandidarsi più. Ho attraversato tutte queste fasi e anche quelle successive, mantenendo con Fabio un rapporto di straordinario confronto, anche quando alcune posizioni non coincidevano. È stato un maestro che innanzitutto mi ha educato all’esercizio della libertà politica e intellettuale, a scavare sotto la superficie e ad approfondire criticamente non solo l’economia o la politica estera, ma anche la cultura, la comunicazione, le scienze.
Non l’ho mai visto né percepito come un capocorrente. Quando ci andavi a parlare te ne uscivi con almeno cinque o sei libri da comprare. Quando faceva una relazione a un’assemblea, pur essendo un grande oratore che poteva parlare a braccio per ore senza che la platea si distraesse, non era nemmeno lontanamente concepibile che non fosse scritta e stampata, come ci ha ricordato Gianni Zagato. E quindi l’andavi a rileggere, ne coglievi le sfumature, approfondivi i dati che venivano snocciolati. Mussi partiva sempre da un’analisi cruda dei fatti, spesso evocando cose che apparentemente potevano sembrare dettagli – un fatto di cronaca lontano, il risultato elettorale in un piccolo lander tedesco, una scoperta scientifica che magari era recentemente uscita su una rivista molto settoriale – e ne faceva derivare una chiave di lettura sui compiti che la sinistra aveva davanti.
Mi interrogo spesso sui passaggi che ci portarono a maturare la rottura e il non ingresso nel Pd. Tecnicamente non si trattava di una scissione tradizionale: non uscivamo dai Ds, semplicemente non aderivamo al nuovo partito, cosa che abbiamo sempre sottolineato. Avevamo letto per tempo i rischi di quello che D’Alema definì successivamente con una metafora sferzante «un amalgama mal riuscito». Il tema del nostro dissenso non era l’incontro tra i cattolici democratici e la sinistra – per quanto in quegli anni i punti distintivi sui temi etici fossero molto più forti rispetto ad oggi, il rischio di un “compromesso storico bonsai” ci fosse tutto e il dibattito sul valore non negoziabile della laicità sarebbe stato sciolto solo dopo e non senza rotture – ma la critica alla “Terza via” e i rischi di scivolamento in senso liberale del centrosinistra.
Cosa che avvenne in maniera compiuta negli anni di Renzi, quando il neoliberismo fu sdoganato come pensiero forte e chi lo contrastava veniva additato come ferrovecchio della storia. Facemmo bene a rinunciare a frenare “da dentro” quella deriva? Allora ci sembrava impossibile farlo e tutte le cose dette col senno di poi lasciano il tempo che trovano.
Fu solo una contingenza elettorale, una formula politologica mal riuscita sul terreno delle alleanze piuttosto che una questione di leadership che impedì a una sinistra fuori dal Pd di raggiungere una massa critica in grado di radicarsi socialmente e culturalmente nel paese? Certamente hanno pesato errori persino tattici e passaggi politici a vuoto, ma non so se questa lettura sia sufficiente. In Italia quella forza politica – che in Francia ha visto Mélenchon arrivare oltre il 20 per cento, Syriza in Grecia addirittura al governo, Podemos per una lunga fase quasi a sorpassare i socialisti, la Linke in Germania, nonostante la conventio ad exludendum, raggiungere spesso la doppia cifra – non è mai sbocciata.
L’escrescenza elettorale che ha succhiato voti al Pd si è manifestata fuori e contro la sinistra tradizionale. Ed è stato in particolare il Movimento Cinque Stelle che, nonostante il suo trasversalismo dichiarato oltre la destra e la sinistra, ha finito per rappresentare un possibile sbocco per milioni di lavoratori che si erano sentiti abbandonati da noi nel pieno della più terribile crisi finanziaria dopo il 1929. Non riuscimmo a vederlo. Paradossalmente la nostra comune “radice comunista” ci richiamava costantemente al principio non derogabile dell’unità come valore in sé, vincolandoci, anche quando si consumavano dissensi radicali. Questo peso storico ha salvato indubbiamente la sinistra e la democrazia italiana per decenni, ma ha schiacciato successivamente tutte le sperimentazioni che puntavano al rinnovamento della sinistra su sentieri autonomi.
Oggi quel dibattito può apparire lontano, ma archiviarlo sarebbe miope. Resta irriducibilmente aperta la domanda di sempre: può avere futuro una sinistra – riformista e radicale, socialista e cristiana, ecologista e femminista – senza un punto di vista critico sul capitalismo, senza una tensione etica e politica per trasformare l’esistente? Il messaggio finale di Fabio è stato in fondo questo. Mai arrendersi alla banalità della contingenza. Tenere il punto, provare e riprovare.
Ricordo l’ultimo scambio telefonico a fine luglio, quando voleva confrontarsi sui fatti e le immagini di Ceuta, su quell’episodio che annunciava una vera e propria guerra ibrida, sul dolore per le vittime affogate in mare di cui non parlava nessuno. Perché non contavano nulla, erano numeri e basta. Ma noi avevamo il dovere di fare un’operazione verità perché ogni vita ha un valore. Ecco, fino all’ultimo respiro Fabio è rimasto Fabio.

