Scotto: giovani come “classe”. Una minoranza che rivendica potere

Arturo Scotto - Rinascita
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Mario Rossi - La Repubblica

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Arturo Scotto

Pubblicato su Rinascita

di Arturo Scotto

Ho visto una generazione che si è mobilitata senza che nessuno l’avesse chiamata a raccolta. Senza capi, senza una piattaforma definita, con poche bandiere unificanti se non quella della Palestina come simbolo universale della lotta all’oppressione, e persino quella dell’Italia, come i partigiani che si battevano per la patria contro il fascismo che l’aveva svenduta e umiliata.

Chi ha partecipato allo sciopero indetto dai sindacati di base del 30 ottobre avrà notato che la marea di ragazze e ragazzi — del tutto slegata dagli organizzatori — che sfilava aveva un solo sentimento prevalente: il no radicale alla cultura della guerra, che domina il dibattito pubblico, che ispira le scelte economiche dei governi, che condiziona l’organizzazione dei rapporti sociali.

Un cartello recitava: “La guerra è la preistoria dell’umanità”. Come dire, chi la propugna ogni giorno, chi non la contrasta adeguatamente, chi addirittura vuole abituarci ad assumerne la mentalità è poco più che un uomo delle caverne.

Fu così con le mobilitazioni contro il genocidio a Gaza lo scorso anno, con i referendum della Cgil dove il quorum sarebbe stato raggiunto se avessero votato solo gli under 35 e infine con la difesa della Costituzione in quel referendum che era andato ben oltre la sfida sull’autonomia della magistratura e che aveva lanciato, nei fatti, un avvertimento: «Siete minoranza, governare non significa comandare».

C’erano già da tempo, erano sfuggiti ai radar dei sondaggi e delle indagini sociologiche; immaginarli come un’apparizione improvvisa significa essere miopi: a ogni appuntamento ci chiedono di uscire dall’invisibilità.

Sono quelli che hanno attraversato tre anni di pandemia davanti a un computer o un telefonino, con i compagni di classe altrove, distanti e inavvicinabili. Gli abbiamo chiesto di essere responsabili per tutelare la salute delle generazioni più anziane, senza però restituirgli successivamente autonomia di scelta sulle cose della loro vita.

Ad alcuni è toccato fare i conti poi con i disturbi alimentari, frequentare uno psicologo di base — naturalmente se il reddito lo consente — oppure andare ad arricchire le fila degli hikikomori, fenomeno studiato in Giappone tra gli adolescenti tra i 13 e i 15 anni, che a un certo punto spengono la luce, si isolano completamente perché il mondo fuori non interessa più. Troppe minacce, troppe incertezze.

Lo fanno sdoganando la parola conflitto, che era stata considerata una parola quasi proibita, e unificando lotte diverse senza venire meno all’ironia contro il potere, alla gioia di stare insieme fuori dalla piazza virtuale, a un linguaggio prevalentemente postideologico che però indica valori potentissimi e destinati a proiettarsi nel futuro.

Questo movimento è transnazionale, sta attraversando tutte le piazze europee e talvolta le travalica.

Nella vittoria di Lula c’è la componente giovanile che si è svegliata tra il primo e il secondo turno, messa davanti all’alternativa del diavolo tra oligarchia e democrazia, dominio dell’algoritmo e indipendenza nazionale, strapotere dei tecnocapitalisti e difesa del principio della giustizia sociale e climatica.

Nel rovesciamento di Vučić in Serbia il soggetto che ha segnato la svolta è un movimento studentesco — di nome e di fatto — che è andato oltre i propri confini, organizzando nelle università i nuclei dell’opposizione sociale e spingendo i propri docenti attraverso assemblee democratiche a guidare un processo politico e il governo del Paese. Nessuna delega, semplicemente un investimento maturo nel futuro.

Nello stesso Israele, in quell’80 per cento di palestinesi che hanno votato le liste arabe israeliane, c’è una generazione — circa il 60 per cento ha meno di trent’anni — che chiede di farla finita con l’apartheid, con la violenza, con la discriminazione nei luoghi di lavoro e nell’accesso all’istruzione.

È sbagliato naturalmente fare paralleli con il passato.

Il ’68 scaturisce da un’impennata demografica che vedeva l’apparizione sulla scena di una generazione potenzialmente maggioritaria impegnata a rompere le gerarchie sociali dominanti, a partire dalla domanda di libertà dall’oppressione della famiglia tradizionale e dalla messa in discussione della struttura delle istituzioni culturali che definivano la qualità della cittadinanza.

Il tappo saltò perché il nuovo mondo stava rimpiazzando quello vecchio — prima ancora che sul piano politico — sul terreno numerico. Erano proteste che avevano un chiaro respiro internazionalista — la solidarietà con il Vietnam innanzitutto — ma un campo da gioco che era ancora pienamente dentro lo spazio dello Stato nazione.

Oggi questa generazione che scende in piazza è minoritaria, figlia del deficit demografico, mentre le scelte sono prese però ancora in larga parte dai baby boomer.

Il passaggio di testimone generazionale sembra inibito, la tavola apparecchiata non ammette nemmeno lievemente alternative possibili a un sistema economico e finanziario disegnato perché duri in eterno.

Nel 1968 i giovani under 24 erano oltre il 41% della popolazione, una quota ampiamente superiore a un terzo della popolazione complessiva; nel 2025 (ultimo dato Istat) siamo al 21,7%: la differenza sta tutta qui.

Ma soprattutto la catena di comando è altrove, prevalentemente fuori dai palazzi del potere nazionale.

Venerdì scorso un drappello di migliaia di manifestanti, una volta finito il corteo ufficiale e piantate le tende ai Fori Imperiali, a un certo punto della giornata ha cercato di arrivare sotto Palazzo Chigi — peraltro brutalmente manganellato a freddo, come documentano le immagini che hanno fatto il giro del web.

Questo nonostante la stragrande maggioranza degli studenti avesse invocato una collaborazione con le forze dell’ordine, fino alla splendida e commovente immagine dei ragazzi della Guardia di finanza che a Bologna si tolgono il casco e abbassano gli scudi mentre sfilava il corteo.

Probabilmente, arrivati a Palazzo Chigi, avrebbero trovato davanti una leadership vuota e impotente, impegnata a declamare il primato della sovranità attraverso le leggi speciali per reprimere il dissenso, ma incapace di individuare le leve dell’economia per offrire pur parziali risposte a quelle rivendicazioni.

Il nodo sta tutto qui, ancora una volta nello scarto tra il nazionalismo della politica e il cosmopolitismo dell’economia, per tirare fuori dal solaio il vecchio Gramsci.

Fare i conti con questa generazione in rivolta significa fare uno sforzo non banale di aggiornamento delle nostre categorie.

Essere giovani è sempre stato considerato una condizione.

Oggi forse dovremmo pensarla quasi come una “classe”, che ha bisogni sempre più omogenei: dalla precarietà al sottosalario, dall’emergenza casa a un’istruzione che alimenta competizione, da una trasformazione climatica che rende questo capitalismo incompatibile con la tenuta stessa del pianeta Terra a un’economia di guerra che li fa precipitare nell’incubo del potenziale intruppamento in un Occidente che non si identifica più nella difesa dei diritti umani universali.

Che fa i conti con il razzismo nei confronti dei loro coetanei: “maranza” è il modo subdolo per profilare sul piano razziale chi è nato e vive in Italia e costruirci sopra una legislazione fuori dal dettato costituzionale.

Se i ragazzi tra i 16 e i 30 anni sono “classe” significa che hanno il diritto a esigere un pezzo del potere di scelta sulle politiche che vengono fatte nei loro confronti.

È un voto che pesa poco sul piano numerico, ma dovrebbe contare moltissimo sul piano politico.

Qualche anno fa si ragionava addirittura di concedere il voto doppio per chi si reca alle urne per la prima volta. Un controsenso costituzionale visto che il voto è segreto, libero ed eguale, eppure era una proposta che indicava la necessità di introdurre una sorta di “discriminazione positiva” per chi subiva delle scelte spesso fatte contro i suoi diretti interessi.

Un riequilibrio forse necessario nel potere decisionale, prima ancora che nella rappresentanza.

Perché questa generazione minoritaria pone domande politiche maggioritarie. Ha il diritto di sbagliare, ma non di perdere.

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Lavoro e democrazia. Per una legge sulla rappresentanza.

Il 25 novembre si è tenuta a Roma la prima iniziativa di Compagno è il Mondo. Sono intervenuti tra gli altri: Pier Luigi Bersani, Maria Cecilia Guerra, Elly Schlein, Arturo Scotto, Michael Braun, Cristian Ferrari, Michele Raitano, Alessandra Raffi.
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