Fornaro: quei documenti inediti su Moro custoditi negli archivi Usa

Federico Fornaro - Il manifesto
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Pubblicato su Il manifesto

di Federico Fornaro

Alla sterminata bibliografia sul caso Moro si è aggiunto un nuovo saggio Un affare interno. Aldo Moro nei documenti inediti degli archivi Usa (Neri Pozza, pp. 368, euro 28) basato sui documenti desecretati dagli Stati Uniti (Casa Bianca, Pentagono, Cia e Dipartimento di Stato). Gli autori, i giornalisti Guido Bandera e Gabriele Moroni, mettono in chiaro nelle prime righe del loro lavoro una premessa d’obbligo quando si affronta quello che Leonardo Sciascia definì «l’affaire Moro»: «In queste pagine non troverete teorie del complotto. Non leggerete neppure la rassicurante versione di chi sostiene che non ci sia nulla da scoprire, nulla di scritto nella tragica vicenda umana e politica di Aldo Moro».

IL LETTORE viene accompagnato, con un pregevole stile di scrittura, alla scoperta dei passaggi chiave del rapimento e dell’uccisione di Moro a cominciare dall’agguato di via Fani del 16 marzo 1978, senza però mai perdere di vista la dimensione internazionale in cui questa intricata vicenda si inserisce e si sviluppa. Attraverso i dispacci inviati dall’ambasciata americana in Italia e ai rapporti dell’intelligence Usa, si può così comprendere quali fossero i reali giudizi e le valutazioni degli americani negli anni caldi del terrorismo, che ebbero nei cinquantacinque giorni del rapimento di Moro uno dei punti alti. Settimane in cui gli occhi di tutti gli apparati di sicurezza dei principali paesi del mondo erano puntati su Roma. Come scrivono gli autori «per la prima volta in queste pagine documentiamo come negli Stati Uniti ogni sforzo per la liberazione di Moro abbia trovato un dolente, ma assoluto rifiuto di assistenza. Le carte dimostrano come, con ostinazione, sia stata negata ogni concreta collaborazione per una soluzione diversa dal tragico epilogo del 9 maggio 1978».

In buona sostanza, dunque, un alleato storico dell’Italia, come gli Stati Uniti, durante la Guerra Fredda, pare girarsi dall’altra parte in uno dei momenti più drammatici della storia nazionale con i brigatisti intenti a portare un proditorio attacco al cuore dello stato. La motivazione addotta dai vertici della diplomazia statunitense per questo comportamento, «un rigido divieto di immischiarsi in questioni interne», appare assai fragile e contraddittoria pensando al protagonismo della Cia in altre situazioni.

A ONOR DEL VERO, gli Stati Uniti risponderanno a una richiesta di aiuto del governo italiano inviando a Roma uno dei loro maggiori esperti di rapimenti politici, Steve Pieczenick, che durante la sua permanenza in Italia nell’aprile 1978, però, si preoccuperà più di garantire la stabilità del sistema e gli interessi Usa-Nato invece che concretamente contribuire alla salvezza dell’ostaggio. Ripercorrendo gli altalenanti rapporti tra il leader democristiano e le diverse amministrazioni americane, emerge con chiarezza un limite invalicabile ai progetti politici morotei: gli Stati Uniti non avrebbero mai accettato che i comunisti potessero entrare con loro ministri nel governo di uno dei paesi chiave della Nato. «Anche se giurano con il sangue sulla Nato, noi ai comunisti non crediamo» ebbe a dire a Moro, nel 1974, il segretario di stato nella presidenza Ford, Henry Kissinger.

Testardamente invece lo statista democristiano provò, nonostante le forti resistenze interne alla Dc, a tessere le fila di un dialogo con il Partito comunista, trovando, dopo il tragico colpo di stato in Cile del 1973, in Enrico Berlinguer un interlocutore attento e interessato, a sua volta impegnato a emancipare il Pci dallo storico rapporto con l’Unione Sovietica.

IL DIALOGO tra i due maggiori partiti avrebbe inaugurato la stagione del compromesso storico e tra le tante coincidenze mai spiegate del tutto vi è anche la scelta brigatista della data del 16 marzo 1978 per l’agguato di via Fani: lo stesso giorno in cui, a distanza di 31 anni dall’ultima volta, il Partito comunista rientrava nell’area di governo, seppure nella forma di una benevola astensione a un monocolore democristiano guidato da Giulio Andreotti.

Tra le carte entrate nella disponibilità degli storici vi sono anche i briefing preparati dagli esperti per i presidenti americani in occasione di incontri con i governanti italiani. Uno di questi si riferisce alla visita in Italia nel 1963, poco prima di morire, di John Fitzgerald Kennedy e testimonia la straordinaria continuità della politica americana nei confronti degli alleati europei: «Le spese dell’ultimo anno (acquisti di equipaggiamenti militari, pari a 124 milioni di dollari di materiale), sono state particolarmente d’aiuto. I problemi della nostra bilancia dei pagamenti restano, comunque, e noi diamo priorità a un rapido accordo per sostanziose ulteriori vendite, che potrebbero modernizzare ulteriormente le forze italiane e compensare le nostre spese militari in Italia».

Quello che – ieri come allora – parrebbe interessare maggiormente lo staff di Kennedy non è il «pericolo rosso», ma il «rosso della bilancia dei pagamenti, dei flussi monetari e commerciali attraverso l’Atlantico».

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