Bersani: l’identikit del leader è un incrocio di culture

Monica Guerzoni - Il Corriere della Sera
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Mario Rossi - La Repubblica

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Intervista a Il Corriere della Sera

di Monica Guerzoni

Pier Luigi Bersani non ama ragionare di nomi, formule e perimetri. Ma poiché avverte l’urgenza di un «colpo di reni» per costruire un’alternativa alla destra, non schiva le domande su leader e primarie: «Si è deciso di farle? Poche balle! Si facciano, in grazia di Dio».

La nuova legge elettorale ci porta nella Terza Repubblica? O anche lei spera nella Corte costituzionale?

«Non so cosa ne penserà la Corte, so che un cittadino davanti a quella scheda penserà di avere le traveggole e resterà a casa. Forse è questo il senso della Terza Repubblica di Donzelli e Arianna Meloni, fare a meno degli elettori. Questa legge è un infernale pasticcio, un veicolo dell’astensione. Dicono “questa volta decidi tu”. E invece l’unica cosa che si decide è chi comanda, ad libitum».

Grida ai pieni poteri?

«Sì, meno elettori e pieni poteri. Io credo tuttavia che questi finiranno vittime delle loro macchinazioni. Quando si esagera con la calcolatrice poi esistono anche il buon senso comune e lo stimolo alla riscossa democratica».

Per Conte la destra è guidata da nostalgie del Ventennio.

«Mah, insomma. La discussione pubblica e politica si sta guardando la punta delle scarpe. Siamo dentro a un fatto mondiale, il prevalere di una destra identitaria sovranista funzionale al mondialismo della tecnologia e del potere, che ci stanno consegnando guerre, inflazione, crisi energetica e dei debiti pubblici. Le big tech succhiano soldi come idrovore, in concorrenza con gli Stati. Fanno fare la guerra a migranti, moschee e libri di testo e intanto si prendono il mondo».

Sta suonando la sveglia ai leader del centrosinistra?

«Non è solo questione della sinistra. Dove sono i liberali? Bisogna creare un fronte di consapevolezza e di contrasto, su scala europea. Alla nostra coalizione sto chiedendo una piattaforma di contrasto ai nodi principali che investono il mondo. È da lì che bisogna partire».

Ma chi parte, se il suo campo non ha confini, leader, programma?

«La punta dei piedi se la stanno guardando tutti, destra, sinistra, liberali e informazione. Ma io vedo la possibilità vera di far vincere un’alternativa».

Prima bisogna vedere chi vince tra Schlein e Conte.

«Io giro tutti i giorni e dico che si può fare. Il potenziale c’è e ha voglia di esprimersi. Aggiungo un ottimismo più amaro. C’è una cabala storica, quando si affaccia una crisi del debito tocca alla sinistra».

E come pensate di risolverla, la crisi del debito?

«Dobbiamo partire dalla critica forte alla destra, dire che in questi quattro anni siamo arrivati al punto che si lavora di più e si guadagna meno, i servizi perdono colpi, la base produttiva industriale perde rango e autonomia. Non c’è stata nessuna riforma strutturale sui nodi del Paese».

Toccasse a lei?

«Partirei da tre riforme strutturali, a saldo zero di costi. Fisco, contrattazione e mercato del lavoro e un canale regolare bene organizzato di immigrazione. I soldi che si ricavano dalla crescita vanno spesi su sanità, casa, scuola e transizione ambientale e industriale».

Patrimoniale, sì o no?

«Per me il fisco è una riforma che si chiama progressività. E deve valere anche per le rendite patrimoniali. Cominciamo da un colpo di reni, prima di battere la destra dobbiamo battere la sfiducia, animare una reazione».

Essere contro Meloni non basta come collante?

«Assolutamente no, non basta. Bisogna suscitare energie, portare novità e risolvere i punti critici».

Il più critico è l’Ucraina. Guerra o pace?

«C’è qualcuno che non pensa sia giusto che l’Ue assuma una iniziativa diplomatica, zittisca le parole di escalation e controlli che fine fanno gli aiuti? E c’è qualcuno così pacifista da scavalcare Pax Christi, che ritiene moralmente accettabile aiutare al solo fine di difendere la vita da mine, missili e droni? In mezzo a queste due domande, un punto di equilibrio si trova».

Anche lei teme che Conte si sfili, nonostante le rassicurazioni?

«Assolutamente no. Sa cosa temo, io? Che Meloni si prenda anche il Quirinale. Qui c’è gente che parla di nazione e non di repubblica e non riconosce la cesura storica avvenuta con una Costituzione intimamente connessa alla Resistenza e all’antifascismo. È un punto dirimente e per questo la chiamata la si fa a tutti i democratici».

Per Cacciari le primarie sono «una strada rovinosa» e l’Ulivo era spaccato ma aveva Prodi. Ha ragione?

«Stiamo facendo un miracolo. Non siamo al 2022. Due partiti che si sono ritenuti avversari principali hanno fatto un passo. Le primarie presentano elementi problematici, come ogni altra soluzione. I partiti principali hanno deciso di farle? Poche balle e si facciano, stringendo insieme i bulloni di essenziali punti di valori e programma e lasciando spazio alle caratterizzazioni di ciascuno. Dobbiamo contare su gruppi dirigenti adulti e maturi».

Buona fortuna, visto lo scontro fratricida.

«Ma no, non scambiamo battibecchi di vertice con un sentire più profondo che c’è in giro. Partecipo a tante manifestazioni dove non riesci a distinguere chi è del Pd e chi del M5S. Ma ragazzi, vogliamo metterci un po’ di fiducia, di ottimismo nell’intelligenza della gente?».

Pensa che il vostro popolo sia più avanti dei leader?

«Sì, sì, è sempre stato così».

Conte e Schlein litgano anche sul terzo nome. Qual è l’identikit del nuovo Prodi che può battere Meloni?

«Prodi era forte, non perché fosse il comandante in capo. Il nostro popolo non obbedisce, non è interessato ad avere un capo. I contendenti devono darsi un profilo che incroci le diverse sensibilità del nostro mondo. Prodi era un professore, competente, cattolico, di sinistra. L’identikit è un incrocio di culture».

L’identikit non somiglia molto a Schlein, né a Conte.

«Se vogliono fare i capi bisogna che se lo diano, questo profilo. Un capo per noi è questo incrocio, è avere l’orecchio a terra sulle sensibilità».

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Lavoro e democrazia. Per una legge sulla rappresentanza.

Il 25 novembre si è tenuta a Roma la prima iniziativa di Compagno è il Mondo. Sono intervenuti tra gli altri: Pier Luigi Bersani, Maria Cecilia Guerra, Elly Schlein, Arturo Scotto, Michael Braun, Cristian Ferrari, Michele Raitano, Alessandra Raffi.
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