Intervista a La Stampa
di Francesca Schianchi
In questi ultimi giorni dell’anno, Pier Luigi Bersani, ex ministro ed ex segretario del Pd, commenta severo le leggi in votazione, a cominciare da una «manovretta» che, dice, non lancia i messaggi necessari al Paese. E, guardando al futuro, insiste perché il centrosinistra metta in campo subito un progetto. Altro che occuparsene dopo l’estate, come annunciato dai leader dell’area, «secondo me era già il momento qualche mese fa».
Andiamo con ordine, Bersani: come le sembra la manovra di bilancio di quest’anno?
«Quando hai pochi soldi da spendere, e il motore delle disuguaglianze va avanti a pieni giri, occorre dare il segnale che vuoi rallentare quel meccanismo, assumendo il punto di vista di chi sta peggio».
La manovra lo fa?
«No: non c’è un segnale sull’uguaglianza fiscale, sulla tenuta del welfare, sui diritti dei lavoratori, sulle nuove generazioni. E poi: sei di fronte a un’esigenza di austerità, o prudenza, come dice Giorgetti? Impegnati almeno a fare riforme che non costano».
Tipo?
«Sul fisco, sul lavoro, sulla questione industriale dell’energia, sulla concorrenza, sulla giustizia».
Sulla giustizia le stanno facendo: sulla separazione delle carriere voteremo al referendum, e in questi giorni riformano anche la Corte dei conti.
«Ma io intendo occuparsi della giustizia dal lato di un miglior servizio. Per loro invece riforma della giustizia significa riequilibrare i poteri in favore dell’esecutivo e aiutare i colletti bianchi. E questo non è un guaio per i magistrati, ma per il Paese».
La genesi della manovra ha provocato spaccature in maggioranza: fa bene il Pd a chiedere le dimissioni del ministro dell’Economia Giorgetti?
«Mi viene da ridere: se io fossi Giorgetti sarei già andato a casa, certo, ma faccio notare che se va a casa lui non hanno più niente a cui attaccarsi».
Giorgetti pilastro del governo?
«Lui almeno può dire: a me tocca far tornare i conti e li ho fatti tornare. Ma Urso cosa può dire? E Salvini? E Lollobrigida? E tutti gli altri?».
Nel voto sugli aiuti all’Ucraina prevede altre tensioni tra Lega e alleati?
«Per mantenere il loro accordo di potere, digeriscono anche i sassi, anche se sull’Ucraina come sull’Europa c’è una distanza conclamata. Quello che mi preoccupa però è altro».
Cosa?
«Cito Gramsci: “Quando il vecchio mondo muore e quello nuovo tarda ad affacciarsi, in quel chiaroscuro possono nascere mostri”».
Si spieghi meglio.
«In Ucraina va avanti una guerra settecentesca combattuta coi droni; a Gaza e in Cisgiordania si vede l’abominio dell’umanità; a Natale 117 disgraziati morivano in mare; Trump produce una escalation in Nigeria. Tutto questo produce la sensazione di una traiettoria sbandata e induce nella gente rassegnazione e fatalismo anche nei confronti della politica italiana. Nel 2026, vogliono trovare sei o sette leader europei il coraggio di farsi avanti o vogliamo finire sudditi?».
Può essere Giorgia Meloni una protagonista di questo riscatto europeo?
«Ma se difende l’unanimità e non riesce nemmeno a dire qualcosa a Salvini che si schiera con Trump sulla questione del visto negato a Breton, cosa ci possiamo aspettare?».
Bersani, però perché il governo e Meloni continuano a essere così alti nei sondaggi se ci sono tanti problemi?
«C’è un elemento ideologico, che dilaga ovunque, chiamiamolo sovranismo o come vogliamo: ciascuno per sé e da sé. E poi c’è un elemento di incertezza: in un mondo così in subbuglio, tutti i governi tendono a stabilizzarsi. Ma io vedo delle crepe, e penso che una potenziale alternativa sia in crescita e aspetti solo un progetto credibile».
La vede questa alternativa? Prodi e Gentiloni non ancora.
«Dal lato popolo di centrosinistra, penso che siamo avanti coi lavori: esiste già una grande mescolanza tra la gente che non si riconosce in questo governo. È quando vai su per li rami che cominciano difficoltà e incomprensioni».
A cominciare dalla leadership del centrosinistra.
«Ecco: prima di discutere dei comandanti, bisogna mettere insieme l’esercito: stringere un patto politico, lavorare a un programma, fare quelle cose lì».
Però il leader 5 stelle Conte ha già detto che del programma se ne parla dopo l’estate.
«Prima si fa e meglio è. E io dico: attenzione all’idea di arrivarci quando si è in fondo al percorso, è pericoloso. Sento vagheggiare di primarie: bene arrivarci se c’è un progetto unificante alle spalle, se no possono non essere una buona idea».
Il problema di un programma comune resta sempre lo stesso: la politica estera e in particolare il sostegno all’Ucraina.
«Partiamo da un presupposto: nella fase di transizione di cui abbiamo parlato, non c’è coalizione al mondo che abbia assoluta coincidenza di idee sulla politica estera. Io penso si possano fissare dei fondamentali, e poi scendere dopo nei dettagli».
E quali reputa i fondamentali? Anche su ruolo dell’Europa e atteggiamento verso Trump sembrano esserci distanze tra Pd e Cinque stelle.
«Ripristino del diritto internazionale, lavoro per la pace, no al riarmo indiscriminato e sì a un meccanismo di difesa europea. Basterebbe discutere per mettersi d’accordo».
E perché secondo lei c’è tanta timidezza nel procedere?
«Perché il Pd è più legato a dinamiche antiche che vedono nell’alleanza un problema principe, mentre il Movimento è più legato a meccanismi di opinione, a obiettivi riconoscibili e meno interessato all’alleanza. Ma insomma, ci si unisce su tre pilastri, è da sempre così: la volontà di farlo, la partenza da temi che ti uniscono e il tentativo di rendere compatibile quello su cui non sei d’accordo. Dove il primo punto è essenziale per mettere in campo gli altri».
Ma secondo lei il primo punto, la volontà, c’è da parte di tutti?
«Con accenti diversi ma sì, c’è. Solo che c’è chi pensa convenga marciare divisi per colpire uniti alla fine, nell’idea che ogni partito riesca più facilmente a portarsi dietro il suo elettorato. Io penso invece che sia meglio un coro che tante voci soliste: solo così si attira chi sta ancora ai margini ad aspettare l’alternativa».

