Bersani tra terra, bottega e una politica da ritrovare

Simone Oggionni - Rinascita
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Mario Rossi - La Repubblica

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Foto Michele Mendi

Intervista a Rinascita

di Simone Oggionni

Dalle radici nel cattolicesimo emiliano all’eredità di Berlinguer, dalla nascita del Pd alle sfide di una sinistra che deve tornare a organizzare il lavoro e costruire un’alternativa alla destra. Pier Luigi Bersani ripercorre con Rinascita la sua storia politica e indica le urgenze di oggi: contrastare le rendite, restituire progressività al fisco, rilanciare la diplomazia europea. E sul centrosinistra chiede di chiudere la discussione sulle primarie e stringere i bulloni di un programma comune.

Hai raccontato più volte che da ragazzo facevi il chierichetto a Bettola, in un mondo cattolico che hai conosciuto da vicino. A metà degli anni Settanta ti sei laureato in filosofia con una tesi su Gregorio Magno, sul rapporto tra grazia e autonomia umana: il confine tra ciò che ci viene dato e ciò che dipende da noi. Che cosa ti è rimasto di quel cattolicesimo popolare emiliano? E quanto ha contato nel tuo modo di stare nel PCI, nel provare a fare ciò che dipende da noi?

Il cattolicesimo in Italia non è solo una religione, è una cultura. Del resto, per secoli il pensiero si è espresso con l’alfabeto della teologia; un’impronta che si riconosce bene nel successivo pensiero politico e ancora oggi in larga parte delle culture e delle esperienze popolari. Una sinistra popolare non può ignorarle o prescinderne, a maggior ragione mentre è così evidente l’attualità della dottrina sociale della Chiesa.

Sei cresciuto politicamente negli anni di Berlinguer: compromesso storico ed eurocomunismo, austerità, questione morale, alternativa democratica. Quali di quelle intuizioni reggono meglio in un tempo così diverso dal suo?

L’intuizione fondamentale e più attuale resta la stessa: quando arrivano rischi per la democrazia non metterti sulla difensiva o solo sull’allarmata denuncia; lavora invece positivamente per allargare il campo, reagisci con nuove idee che diano alla democrazia una prospettiva. Fu questa, nel loro tempo, l’intuizione sia di Berlinguer che di Moro. Allora prevalse drammaticamente la logica dei blocchi, ma fu gettato un seme che lungo gli anni comunque è germogliato.

La svolta della Bolognina: come la vivesti allora e come la giudichi oggi? Che cosa si è perso, con quella svolta, che la sinistra non ha più ritrovato?

La vissi ovviamente con sofferenza ma anche con convinzione. Ci vidi (e ci vedo ancora) lo strappo necessario per consegnare con onore il PCI alla Storia. Abbiamo perso (ma non certo per la Bolognina!) un’idea di partito imperfetta e migliorabile ma seria, radicata e generosa.

Il tuo nome è legato, tra le molte cose, alle liberalizzazioni: l’energia nel 1999, le «lenzuolate» del 2006-2007 su farmaci, professioni, ricariche telefoniche. Un dirigente venuto dal Pci che apre i mercati: lo hai fatto per fiducia nella concorrenza o per colpire le rendite? E quali rendite andrebbero colpite oggi?

Per me liberalizzare è sempre stato difendere cittadini e imprese dalle prepotenze del mercato e sviluppare gli investimenti (le forze produttive, si diceva una volta!): abbiamo su questo le idee chiare? Consentire la portabilità di un mutuo è difendere il cittadino da una prepotenza del mercato. Liberalizzare i subappalti è al contrario aiutare la sua prepotenza. Applicherei ancora la mia ricetta a banche, assicurazioni, grandi società di servizio. E, a scala europea, alle big tech.

Nel 2006 hai lanciato Industria 2015. Oggi l’Europa riscopre la politica industriale, dal rapporto Draghi in giù. Perché l’Italia, vent’anni dopo, non ne ha ancora una?

Perché rimane il problema che bloccò, dopo i primi risultati, Industria 2015. Le politiche industriali hanno, mutuando Kant, due forme a priori: selettività e durata. Bisogna cioè scegliere strategicamente gli obiettivi selezionandoli con chiarezza, e darsi strumenti operativi che custodiscano e implementino questi obiettivi nel tempo. Né la politica né l’amministrazione in Italia sono attrezzate a scelte di medio periodo che sappiano includere ed escludere e che mantengano nel tempo la loro coerenza. La vicenda di Industria 2015 non fa che certificarlo.

Il Pd è nato come incontro tra le due grandi culture popolari del Novecento. A quasi vent’anni di distanza, è stata una sintesi riuscita o una fusione a freddo, che ha lasciato il partito senza un’identità precisa e senza una cultura politica all’altezza delle sfide dell’oggi?

Per come l’ho vissuta, non è stata una fusione a freddo: nel profondo del paese era matura. Meno matura, forse, nelle rappresentanze politiche. Si doveva farlo, il Pd, ma non farlo così, a cominciare dallo statuto. Sul piano politico e culturale, il ritardo principale è stato nell’equivoco sulla funzione nazionale del partito, troppo a lungo interpretata come garanzia dell’equilibrio del sistema e non come responsabilità nell’organizzazione di un campo, essendo ormai l’equilibrio del sistema l’alternativa stessa. In ogni caso, prima di fare analisi liquidatorie, è utile fare il confronto con le vicende di altri soggetti della sinistra europea. Un confronto dal quale non si potrà dire che il Pd esca perdente.

Da segretario del Pd hai guidato l’opposizione a Berlusconi tra il 2009 e il 2011, poi hai dovuto gestire le pressioni interne ed europee che portarono al governo Monti. A quindici anni di distanza, rifaresti quella scelta o cambieresti qualcosa? E il Pd è andato oltre quei passaggi e quei nodi irrisolti che segnarono la fine della tua segreteria?

È incredibile che la vicenda della nascita del governo Monti, a prescindere da come sia stata necessariamente raccontata all’epoca dei fatti, non si sia ancora chiarita: non ci fu nessuna scelta! Pur essendo a due passi dal collasso finanziario, non avremmo mai avuto quei trenta voti di parlamentari della destra che fecero cadere Berlusconi se non ci fosse stata la garanzia che la legislatura sarebbe proseguita. Quindi o arrivava Monti o restava Berlusconi fino al precipizio: altre ipotesi non ce n’erano. Fu proprio in quel frangente drammatico e nella fase che ne seguì che fui costretto a soprassedere a una conferenza di organizzazione dedicata al partito sulla base di una relazione che avevo già presentato in direzione e che avanzava alcune correzioni statutarie e organizzative. È una questione che rimane aperta e che andrebbe affrontata fuori dalle conte per la leadership e gli organismi.

I salari reali italiani sono fermi da trent’anni. Salario minimo legale, rafforzamento della contrattazione o entrambi? E perché la sinistra, quando era al governo, non è riuscita a fare ciò che oggi propone?

Un salario minimo legale è perfettamente integrabile con la priorità vera, cioè con una legge sulla rappresentanza e la contrattazione che garantisca il valore generale dei contratti fra i soggetti più rappresentativi. Senza questo, la sola contrattazione non può reagire alla frammentazione e alla disarticolazione verticale e orizzontale del lavoro indotte dal salto tecnologico. Insieme, bisogna affermare la parità salariale uomo-donna, il disboscamento dei canali di precarizzazione dei giovani e un impegno serio per la sicurezza sul lavoro. Questo del lavoro non è un tema solo economico e sociale ma anche democratico. Senza ridare unità e soggettività al lavoro viene meno quello che è stato per la vicenda italiana un presidio insostituibile e un impulso decisivo per il processo democratico. Infine, facciamo attenzione a paragoni troppo generici: quel che è avvenuto sui salari negli ultimi cinque anni non ne ha. Viviamo un tempo nel quale si è introdotto strutturalmente il lavoro povero.

Fiscal drag e progressività svuotata: l’Irpef grava ormai soprattutto su lavoratori dipendenti e pensionati, mentre rendite finanziarie e redditi in regime forfettario pagano aliquote piatte. Tu proponi un’aliquota continua al posto degli scaglioni. Basta a ricostruire un sistema fiscale equo? Quali altre misure devono fare parte di una riforma complessiva? Su chi dovrebbe pesare di più il fisco che hai in mente?

Io propongo progressività. Dare progressività alle rendite patrimoniali, immobiliari e finanziarie, uscire gradualmente dai forfait, dalle cedolari secche, dalle flat tax; propongo l’aliquota continua e una drastica riduzione dell’evasione usando il potenziale delle tecnologie. Non è difficile concepire una riforma così alleggerendo il carico di chi paga troppo. Difficile è convincere e convincerci che bisogna farla. Perché è ridicolo immaginare di poter avere un welfare universalistico a fronte di un fisco ormai corporativo!

Sull’Ucraina l’Unione fatica a esprimere una voce autonoma e in alcuni passaggi è parsa persino rallentare il cammino verso la pace, mentre diversi leader hanno evocato a più riprese il rischio imminente di un’invasione russa dei suoi confini. Di recente hai sostenuto, e concordiamo, che per motivare il no al riarmo al 5% bastano tre righe: quei 20 miliardi servono alla sanità. La proposta alternativa ne richiede qualcuna in più. Che cosa può dire in Europa una sinistra decisa a sottrarsi all’accusa di disarmo unilaterale? Una difesa comune? E in tal caso finanziata come, e sotto quale guida politica?

Non penso ci sia fra noi un guerrafondaio così guerrafondaio da negare l’esigenza che l’Europa apra un fronte diplomatico, zittisca parole che appaiono a volte più di escalation che di negoziato e riconosca l’esigenza di un controllo sulla distribuzione e l’uso degli aiuti. Non penso d’altra parte che ci siano fra noi pacifisti tali da scavalcare in pacifismo monsignor Ricchiuti, presidente di Pax Christi, che nella sua lettera aperta a Elly Schlein riconosce legittimità morale all’utilizzo di strumenti che difendano le vite umane, come ciò che serve per lo sminamento o l’intercettazione di missili e droni. È in questa logica che si deve trovare il punto di equilibrio. Quanto alla difesa europea, tutti l’auspichiamo. È tempo tuttavia di fare chiarezza. Stiamo parlando di un sistema comune europeo terrestre e satellitare antimissile? Va bene. Stiamo parlando di avere in Europa due caccia di sesta generazione realizzati con tecnologie incompatibili e partner diversi? Non va bene. Bisogna uscire dalle affermazioni generiche e accostarci a un progetto difensivo di cui si capiscano i contorni.

Conte si dice disponibile a cercare una figura terza alla guida della coalizione, ma pronto a candidarsi se si faranno le primarie. Schlein ritiene che la guida spetti al leader del partito più votato o a chi vince le primarie. Intanto tra Pd e Cinque Stelle restano distanze evidenti sulla politica estera, a partire dall’Ucraina. Come si arriva a scegliere chi guida il centrosinistra senza dividerlo, e su quali punti di programma l’intesa va verificata prima?

I partiti principali hanno deciso per le primarie. Si facciano dunque e si chiuda la discussione. Naturalmente bisognerà prima stringere i bulloni di un essenziale programma comune. Con ragionevolezza, cioè senza negare a chi partecipa uno spazio di caratterizzazione. Non dovrebbe essere impossibile per gruppi dirigenti responsabili e maturi. Politica estera, casa, fisco e welfare, lavoro, clima, immigrazione e sicurezza. È possibile esprimersi con proposte leggibili e impegni esigibili. Non serve un libro.

Che cosa ha capito Giorgia Meloni del Paese reale che la sinistra non ha capito, o non ha voluto capire?

Non la vedo così. Qui c’è un fatto mondiale legato a un salto tecnologico secolare che ha cambiato e cambia «rapporti di produzione e gerarchie sociali» e investe quindi meccanismi culturali e politici. Non si può buttar via il marxismo proprio sui punti dove ha visto bene! Usciamo dunque dalla stucchevole analisi sui nostri errori e analizziamo piuttosto le ragioni profonde e le dinamiche di ciò che è avvenuto e avviene, per trovare risposte politiche nuove. Ecco che cosa ci manca di più dei partiti di un tempo: allora si riusciva a ragionare e a discutere oltre il quotidiano e senza guardarsi sempre la punta delle scarpe.

Togliatti fondò Rinascita nel 1944, negli stessi mesi del «partito nuovo». Che cosa dovrebbe essere oggi un partito di massa, in una società senza fabbriche-città e senza sezioni?

Troppo lungo rispondere. In sintesi, ci vorrebbe uno strumento con una sua autonomia di pensiero e con un’organizzazione essenziale ed efficiente capace di fare da riferimento (da infrastruttura, dissi da segretario, e ne fui rimproverato) per soggettività e politicità più vaste e autonome. Parlo di realtà associative riconducibili a un comune universo di valori: se pensiamo che nel futuro la politica la faranno solo i partiti, siamo fuori strada.

Le tue metafore emiliane sono diventate proverbiali. Dietro ciascuna c’era e c’è un ragionamento: un’immagine presa dall’esperienza comune per far arrivare un’analisi politica. Sui social l’immagine basta spesso a sé stessa, e del ragionamento restano lo slogan e l’indignazione del giorno. In questa politica c’è ancora spazio per un linguaggio che viene dalla terra e dalla bottega, capace di parlare semplice senza diventare banale?

Altroché se c’è spazio! Ma per assumere quel linguaggio bisogna frequentare «la terra e la bottega», e poi metterci un po’ di pensiero.

Che cosa diresti a una ragazza di vent’anni che vuole fare politica a sinistra e non sa da dove cominciare?

Mettiti in un’esperienza collettiva. Sceglila tu, e prendi le misure di che cosa vuol dire lavorare assieme per un obiettivo. È già politica.

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Lavoro e democrazia. Per una legge sulla rappresentanza.

Il 25 novembre si è tenuta a Roma la prima iniziativa di Compagno è il Mondo. Sono intervenuti tra gli altri: Pier Luigi Bersani, Maria Cecilia Guerra, Elly Schlein, Arturo Scotto, Michael Braun, Cristian Ferrari, Michele Raitano, Alessandra Raffi.
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