Il diritto della paura. Il dl Sicurezza, il Leviatano e la Costituzione

di Carlo Dore jr.
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Mario Rossi - La Repubblica

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Matteo Piantedosi. ©Stefano Carofei/Sintesi/Alamy Stock Photo
2Y9C50G Italy, Rome, October 9, 2024 : Chamber of Deputies, Matteo Piantedosi, Interior Minister, participates at the 'Question Time' Photo © Stefano Carofe

di Carlo Dore jr.

Il decreto “Sicurezza” (numero 23 del 2026, convertito a seguito dell’approvazione della legge 54 dello scorso 28 aprile) rappresenta solo l’ultimo di una serie di interventi posti in essere dall’attuale maggioranza di governo sul tema dell’ordine e della sicurezza pubblica: una serie di interventi che imprende con il cosiddetto decreto “Rave” (emanato all’indomani dell’insediamento del governo in carica), prosegue con i decreti “Cutro” e “Caivano” e trova il proprio zenith con il decreto Sicurezza dello scorso anno, e con quello di recente conversione.

Volendo ricostruire la logica unitaria che ispira le scelte del legislatore in materia di sicurezza, il fil rouge in grado di tenere insieme tutti gli atti normativi dianzi indicati, si potrebbe coniare la formula “diritto della paura”. È infatti la paura ad evocare un’irrazionale e istintiva esigenza di sicurezza; è la paura collegata al verificarsi di singoli episodi (caratterizzati da un livello di allarme sociale più o meno intenso) a giustificare una tranciante risposta incentrata esclusivamente sull’utilizzo del diritto penale, attraverso l’introduzione di nuove (e talvolta superflue) figure di reato, o di nuove (e del pari superflue) circostanze aggravanti.

Di più: la paura, e la correlata esigenza di sicurezza sembra evocare una sorta di “ritorno al Leviatano” di hobbesiana memoria: a un modello di Stato forte, per certi versi privo di vincoli, capace di rendersi garante della sicurezza sociale proprio attraverso “paura e tremore”. Uno Stato forte a sua volta identificabile in un esecutivo forte, destinato come tale a prevalere sugli organi rappresentativi di altri poteri.

Questo spiega il pervicace ricorso allo strumento della decretazione d’urgenza, ideale affermazione del primato del governo rispetto a un Parlamento ridotto a organo di ratifica delle scelte assunte in quel di palazzo Chigi; questo spiega il tentativo (fallito, ma non ancora del tutto archiviato) di vulnerare l’indipendenza della magistratura, appunto percepita come un intollerabile silenziatore al ruggito del Leviatano; questo spiega il favor verso l’azione delle forze di sicurezza, massimamente emergente dalla previsione del cosiddetto fermo preventivo.

Se dunque le misure in materia di “sicurezza” costituiscono a loro volta un momento di un più ampio disegno volto a ridefinire gli assetti istituzionali divisati dalla Carta Fondamentale, viene però da chiedere quale sia l’origine della paura che le misure in questione vorrebbero neutralizzare, il nemico contro il cui incedere si invoca il ritorno al Leviatano. Sul punto, la lettura delle norme lascia poco spazio a dubbi: il nemico è il dissidente, da colpire se blocca una strada; il nemico è il detenuto, da privare financo del respiro; il nemico è il migrante, da allontanare anche attraverso la previsione di premi in denaro.

Il nemico, in generale, è il diverso; o, se si preferisce, il nemico è il dissenso: è il dissenso ad alimentare la paura.

Ma il diritto della paura, che il dissenso dovrebbe sterilizzare, deve scontrarsi con un differente orizzonte costituzionale: un orizzonte che trova nella solidarietà e nell’eguaglianza i suoi principi fondamentali; che pone la libertà di manifestazione del pensiero, anche esternata in forme radicali, il motore della dialettica democratica; che individua nei provvedimenti della magistratura l’unico veicolo per limitare la libertà personale. Un orizzonte costituzionale che sembra non lasciare spazio al diritto della paura, e del quale occorre presidiare l’effettività per sopire le pulsioni di quanti, proprio attraverso l’imposizione del diritto della paura, invocano di fatto un ritorno al Leviatano.

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