di Mauro Cedarmas
Nel discorso pubblico occidentale il diritto internazionale viene spesso presentato come un sistema neutrale di regole universali. Tuttavia, l’analisi dei conflitti e delle crisi degli ultimi decenni mostra una realtà diversa: le stesse azioni vengono giudicate legittime o criminali non in base alla loro natura giuridica, ma in base a chi le compie.
Quando la forza è esercitata da potenze dominanti o da Stati a esse alleati, viene normalizzata, giustificata o ridefinita semanticamente; quando è esercitata da attori non allineati, viene immediatamente criminalizzata.
L’uso selettivo della forza
Attacchi contro la navigazione civile in mare aperto sono definiti “operazioni di sicurezza marittima” o “applicazione di sanzioni” se condotti da potenze occidentali, mentre diventano “pirateria” o “terrorismo” se condotti da attori come gli Houthi yemeniti. Eppure, il diritto internazionale del mare non distingue in base all’identità dell’autore, ma alla legalità dell’atto: senza mandato ONU o legittima autodifesa, l’uso della forza resta illecito.
Lo stesso schema si ripete nelle operazioni extraterritoriali: la cattura o eliminazione di leader politici stranieri nel territorio di Stati sovrani, senza consenso né autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, viene presentata come “azione di polizia internazionale”, eludendo il principio cardine della Carta ONU che vieta l’uso della forza contro l’integrità territoriale degli Stati.
La manipolazione del linguaggio
La Russia definisce l’invasione dell’Ucraina una “operazione militare speciale”, nel tentativo di sottrarla alla qualificazione giuridica di guerra di aggressione. Ma il linguaggio non cambia la sostanza: nel diritto internazionale contano i fatti, non le etichette.
Tuttavia, la manipolazione semantica non è prerogativa esclusiva di Mosca. Anche l’Occidente ricorre sistematicamente a formule eufemistiche per neutralizzare il significato giuridico delle proprie azioni: “interventi umanitari”, “esportazione della democrazia”, “missioni di stabilizzazione”.
Diritti umani applicati selettivamente
Le politiche discriminatorie nei confronti delle minoranze russofone in Ucraina sono state a lungo minimizzate, pur in presenza di restrizioni documentate in ambito linguistico e culturale. Allo stesso modo, il sistema di controllo, segregazione territoriale e discriminazione strutturale imposto da Israele ai palestinesi viene escluso dalla definizione di apartheid, nonostante autorevoli organizzazioni internazionali per i diritti umani abbiano sostenuto l’opposto con argomentazioni giuridiche dettagliate.
Nel caso palestinese, gravi crimini contro la popolazione civile vengono relativizzati o giustificati come “autodifesa”, mentre sono in corso procedimenti e imputazioni internazionali per crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei confronti di leader politici israeliani. La presunzione di innocenza vale, ma il silenzio politico e mediatico rivela un’evidente doppia morale.
Sanzioni, impunità e memoria selettiva
Le sanzioni economiche unilaterali imposte dagli Stati Uniti contro Cuba e Venezuela, non autorizzate da alcuna entità sovranazionale, vengono presentate come strumenti legittimi di pressione politica, nonostante le ripetute condanne dell’Assemblea Generale ONU e gli effetti devastanti documentati sulle popolazioni civili.
La strage del Cermis resta uno dei casi più emblematici di impunità: venti civili uccisi, responsabilità accertate, ma neutralizzate da accordi militari e rapporti di forza che hanno impedito una reale giustizia.
Allo stesso modo, l’invasione dell’Iraq del 2003 – basata su accuse di armi di distruzione di massa rivelatesi false – ha condotto alla cattura, al processo e all’esecuzione del presidente Saddam Hussein in un contesto di occupazione militare, sollevando gravi dubbi sulla legittimità dell’intero procedimento. La Libia ha subito un destino analogo: un mandato ONU per la protezione dei civili è stato trasformato in cambio di regime, culminando nell’uccisione extragiudiziale di Gheddafi e nel collasso dello Stato.
Il mito fondativo e la realtà storica
Infine, la stessa storia occidentale viene narrata in modo selettivo. La colonizzazione degli Stati Uniti continua a essere celebrata come epopea eroica, nonostante sia stata fondata su deportazioni forzate, massacri e distruzione sistematica delle popolazioni native, fatti che una parte crescente della storiografia qualifica come genocidio coloniale.
Conclusione
Il problema non è l’assenza di norme internazionali, ma la loro applicazione selettiva. Il diritto internazionale viene invocato contro i nemici e sospeso per gli alleati. In questo sistema, la legalità non è universale ma gerarchica, subordinata agli interessi geopolitici e alle lobby che influenzano le grandi potenze.
Finché questa asimmetria resterà strutturale, il diritto internazionale non sarà uno strumento di giustizia, ma un linguaggio del potere.

