di Arturo Scotto
C’è poco da scherzare: la giornata di ieri ci racconta cosa sarà questo anno che ci separa dalle elezioni politiche del 2027. La tragedia di Ceuta, la destra che costruisce le prove generali del film distopico con cui attraverserà ogni giorno ciascun singolo fatto pubblico. Si scaglia contro un governo socialista, spaccia fake news, semina trappole, ricicla odio. La politicizzazione della cronaca: un capolavoro degno di una macchina della propaganda ben oliata che viene da lontano. È il loro momento Goebbels.
Se una notizia falsa viene ripetuta dieci volte diventa vera. E giustifica qualsiasi azione, qualsiasi scelta emergenziale. Su Ceuta la destra mondiale ha battezzato il suo secondo tempo, supportato dall’ordalia dei social che hanno amplificato le immagini drammatiche di migliaia di migranti – tra cui decine di morti, ma questo non fa notizia perché la loro vita non conta nulla – che a nuoto arrivavano in una exclave spagnola in Africa, residuo di un colonialismo lontano.
Anche questo è stato rimosso dalla propaganda. È suolo europeo ma fuori dai confini naturali dell’Ue: quei migranti insomma non entreranno mai da noi. Ma il momento Goebbels della destra non lo dice, bisticcia volontariamente con la geografia, alimenta la paura e l’odio, apre linee di frattura clamorose in Europa. Fino ad arrivare nella versione italiana – e in quella ahimé della socialdemocratica Danimarca – a sospendere Schengen e aprire nei fatti una crisi diplomatica con la Spagna.
L’obiettivo è sempre lo stesso: le sacre frontiere, benché l’Italia non confini nemmeno con la penisola iberica, per fiaccare un pur minimo sussulto dell’Ue. Muta ancora una volta perché divisa, con una commissione ormai ostaggio della religione del rimpatrio, con tendenza remigrazione.
Siamo tuttavia davanti a un inedito: la regia internazionale si vede a occhio nudo, la Spagna va punita per troppa autonomia. Sul no alle spese militari in chiave Nato, sul ripudio della guerra all’Iran, sull’europeismo generoso, sull’opposizione al genocidio palestinese, sulla rivendicazione del diritto internazionale. Chissà che non c’entri persino l’affronto di aver vinto il campionato mondiale in casa di Donald Trump. Pillole troppo amare per una destra che ha bisogno di reggere la propria narrazione su un nemico da schiacciare.
E oggettivamente Sanchez è il nemico perfetto, la bestia nera di questo impasto malmostoso di pregiudizi millenaristici, di razzismi striscianti, di risentimenti consolidati. Un antipasto lo avevamo visto con l’attacco forsennato a Matteo Lepore sul caso Fakir, dove la galassia Maga non si è fatta attendere con il martellamento social direttamente partito dagli USA. Si vogliono prendere una rivincita e ci mettono senza problemi la firma. Il presidente USA dice: guardate cosa succede se vincono i dem tra qualche mese le mid term. Elon Musk addirittura pubblica un video dove i migranti vengono trasformati in zombie che debordano sulla terra e divorano cittadini inermi rigorosamente bianchi. Benjamin Nethanyahu manda dire tramite l’ambasciatore di Israele all’Onu Danny Dannon che la Spagna deve smettere di dare lezioni, con la risposta tanto immediata quanto laconica del ministro dei Trasporti iberico Oscar Puente: «Inizia tutto a essere abbastanza chiaro».
D’altra parte non è un mistero che il Marocco faccia parte degli accordi di Abramo. Troppa autonomia, insomma, da Pedro Sanchez. Ergo, va bastonato a dovere. Chi non ha dimostrato nessuna autonomia è la nostra Giorgia Meloni. Sia dentro che fuori. Nella versione domestica, la gara a chi è più fascista con Roberto Vannacci ci rivela quanto fossero quantomeno ingenui i tentativi dei grandi media e di interi settori della borghesia di questo paese di trasformarla, senza avere timore di blandirla, in una liberale di nuovo conio. E invece non si sfugge mai alla propria natura. Nella versione esterna, ci racconta come tutte le bizze social tra Meloni e Trump fossero quantomeno pretestuose. Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano, come canta profeticamente Antonello Venditti. E Giorgia Meloni, nel momento Goebbels, torna a essere quello che è. Ridotta a poco più che una trumpiana di complemento. Peraltro scadente.

