di Giovanna Martelli
Virginia Woolf e Gioconda Belli: una lettura incrociata che attraversa il Novecento europeo e l’America Latina per interrogare il rapporto tra soggettività, potere e trasformazione. Questo contributo esplora l’estraneità come atto politico femminista, non come marginalità subita o ritiro dal mondo, ma come posizione consapevole rispetto al potere e ai suoi oppressivi meccanismi di inclusione. Attraverso il dialogo tra saggio e narrazione, l’estraneità emerge così come spazio abitato della soggettività femminile, luogo di dissidenza silenziosa e di libertà indisponibile, capace di incrinare il potere senza riprodurne la grammatica.
In Le Tre Ghinee, pubblicato nel 1938, Virginia Woolf costruisce uno dei dispositivi politici più radicali del pensiero femminista del Novecento. Le ghinee che Virginia Woolf dona sono tre, esplicitamente nominate, motivate, indirizzate. Servono all’istruzione delle donne, al loro accesso alle professioni, alla lotta contro la guerra. Questo non basta; serve un gesto politico potente per incrinare l’oppressione del potere, che costantemente ci chiama in causa. Un gesto di rottura: la sottrazione. Come se ci fosse una “quarta ghinea” mai donata, trattenuta. È in questa sottrazione che prende vita una delle intuizioni più profonde del pensiero femminista radicale: l’estraneità. Non come ritiro, né come rifiuto identitario, ma come posizione consapevole rispetto al potere e ai suoi meccanismi inclusivi.
Trattenere la “quarta ghinea” significa non consegnare la propria parola e la propria libertà critica a un’appartenenza politica e istituzionale che, sventolando la bandiera dell’uguaglianza, ci spinge nell’angolo dell’inclusione, dell’omologazione e del conformismo. Ecco allora che con questa nostra postura estranea non ci limitiamo a chiedere spazio, ma interroghiamo la forma stessa dello spazio. Non rivendichiamo l’accesso, ma mettiamo in discussione le condizioni dell’accesso. Il sottrarci diventa un gesto che preserva ciò che non può essere contabilizzato: la capacità di restare non del tutto allineate, non del tutto riconciliate, non del tutto incluse. È da qui, da questa estraneità abitata, che il pensiero femminista radicale continua a esercitare la sua forza critica. La “quarta ghinea” è la scelta di restare fuori, di non coincidere con il ruolo assegnato, di non farsi integrare fino al punto di diventare funzionali a un disegno preordinato
Come in Virginia Woolf, anche in La Donna Abitata di Gioconda Belli, l’estraneità non coincide con un’esclusione subita, né con una condizione di marginalità imposta. È, piuttosto, un luogo abitato consapevolmente, una posizione politica scelta. Lavínia, la protagonista, non è semplicemente “fuori” dal potere maschile, coloniale o rivoluzionario: ciò che la definisce è il fatto di non coincidere mai del tutto con esso. Anche quando prende parte alla lotta, resta attraversata da una distanza interna, da una non-identificazione che impedisce l’adesione totale.
In questa distanza di Lavinia si riconosce l’assonanza woolfiana. La soggettività femminile non si realizza nell’assunzione piena di un ruolo, neppure quando quel ruolo appare politicamente giusto o moralmente necessario. Come accade con la “quarta ghinea”, Lavínia non consegna mai interamente se stessa alla causa. C’è sempre una parte che resta indisponibile, non per disimpegno, ma per un’innata soggettività che la guida ad abitare gli spazi dentro e fuori da sé.
Woolf ha costruito la propria opera contro l’idea di una soggettività monolitica, lineare, coerente. Gioconda Belli traduce questa intuizione sul piano narrativo attraverso la doppia voce che attraversa il romanzo: Lavinia e Itzá, la donna indigena che la abita. Questa abitazione non è una metafora ornamentale, ma una vera e propria politica della soggettività. La donna non è una, ma plurale: una stratificazione di corpi, tempi e memorie che si intrecciano.
Il soggetto non come essenza, ma come processo, la coscienza come spazio attraversato da altre voci; la politica come pratica che non nasce dall’identità, ma dalla relazione tra differenze. Come in Le Tre Ghinee anche in La Donna Abitata la trasformazione non passa attraverso la conquista del potere, ma attraverso una dislocazione del punto di vista, un decentramento che mette in crisi ciò che appare naturale e inevitabile.
Lavinia entra nella lotta rivoluzionaria, ma il romanzo non la celebra mai come un’eroina pienamente integrata. La rivoluzione resta segnata da codici maschili: gerarchia, disciplina, sacrificio, rimozione del corpo. Belli mostra così ciò che Woolf aveva già messo a fuoco sul piano saggistico: l’accesso delle donne ai luoghi della politica non è sufficiente se quei luoghi non vengono trasformati nella loro grammatica profonda.
La libertà di Lavinia non nasce dall’essere “uguale agli uomini”, ma dal restare differente: abitata da una memoria altra, da un tempo non lineare, da un corpo che rifiuta di essere ridotto a strumento. È la stessa critica che Woolf anticipa con la quarta ghinea: entrare, sì, ma non al prezzo della propria estraneità.
Ciò che unisce più profondamente Woolf e Belli è infine il registro del dissenso. Nessuna delle due affida la trasformazione a gesti clamorosi o a dichiarazioni risolutive. La loro è una dissidenza silenziosa, che opera in profondità: nel linguaggio, nella coscienza, nella percezione del tempo. Lavinia non sovverte il mondo con un discorso; lo incrina abitandolo diversamente.
È in questo senso che La Donna Abitata può essere letto come una risposta latinoamericana, incarnata e decoloniale, alla stessa domanda che attraversa l’opera di Woolf: come trasformare il mondo senza diventare ciò che lo ha reso violento?
La lezione che Virginia Woolf e Gioconda Belli consegnano al presente non è una strategia, né un modello da imitare. È piuttosto una postura esistenziale e politica. In un tempo che ci chiede continuamente di prendere posizione, di schierarci senza remore, di essere coerenti fino a coincidere con il ruolo che occupiamo, l’estraneità diventa una forma di cura di sé e del mondo. Estraniarci significa preservare uno spazio interiore non negoziabile, un luogo in cui il pensiero non è immediatamente funzionale, la parola non è addomesticata, l’identità non è chiusa. Significa restare dentro i conflitti senza lasciarsi interamente assorbire da essi, agire senza smarrire la propria complessità, trasformare senza replicare la violenza delle forme esistenti.
Per noi stesse, questa lezione è un gesto di legittimazione: ci autorizza a non essere totalmente disponibili, a non coincidere con le aspettative, a non sacrificarci sull’altare della coerenza assoluta.
La liberazione non è figlia dell’inclusione, ma della possibilità di rimanere sulla soglia, di restare fuori, di preservare una parte indisponibile. È da lì, da quella estraneità abitata e vigile, che può ancora nascere una politica capace di cambiare il mondo senza perdere l’anima.


