Colombo: Odessa, disarmare il dolore per costruire la pace

Anna Colombo - Rinascita
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Mario Rossi - La Repubblica

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Anna Colombo

Pubblicato su Rinascita

di Anna Colombo

Sono stata quattro giorni a Odessa con il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta (MEAN), promosso da 35 realtà associative allo scoppio della guerra in Ucraina. Si legge sul loro sito: «L’idea principale è quella di preservare il potere trasformativo della nonviolenza attiva all’interno dello scenario di conflitto, non solo teoricamente, ma anche concretamente, attraverso una mobilitazione massiccia di migliaia di civili europei in Ucraina». E ancora: «Una massiccia presenza internazionale basata sull’azione nonviolenta può creare le condizioni per la moltiplicazione delle opzioni e per un futuro che escluda l’uso della guerra nella risoluzione dei conflitti tra Stati».

Sul sito si possono trovare i dettagli e i reportage realizzati durante e dopo la missione di Odessa, svoltasi dal 25 al 28 agosto: i resoconti, i video, le foto, i numerosi articoli apparsi sui quotidiani nazionali e locali — sempre troppo pochi, secondo me — e le testimonianze. Queste ultime sono tante, perché eravamo quasi 130. Alcuni erano alla loro ventesima missione in Ucraina; altri, come me, alla prima.

Le associazioni promotrici sono perlopiù realtà vicine al mondo cattolico. Non avendo il dono della fede nel cuore, sono però partita con in testa la Laudato si’ e la Magnifica Humanitas, insieme alla «pace disarmata e disarmante» che tanto dibattito ha alimentato anche in quel mondo lì, come ho potuto riscontrare negli scambi durante i lunghi tragitti in autobus per arrivare a destinazione — senza geolocalizzazione, spesso in modalità aereo, per motivi di sicurezza: sono cose che aiutano a restare umani.

Io sono andata perché sto lavorando come esperta presso il Comitato economico e sociale europeo (CESE) di Bruxelles per rilanciare l’idea dei corpi civili di pace, promossa all’inizio degli anni Novanta da Alexander Langer nel quadro atroce delle guerre nell’ex Iugoslavia, con l’intento di creare dialogo e cooperazione fra le popolazioni colpite.

Sono andata con l’abito dell’osservatrice, in punta di piedi. Non so se mi sentissi assolta, ma mi sono trovata lo stesso coinvolta. Sì, sono di Genova e sì, è una citazione del nostro sommo poeta. Anche perché Genova è gemellata con Odessa dal 1979 e all’ingresso del nostro Museo del Mare troneggia un’enorme àncora, dono di quella città turistica e portuale, perla del Mar Nero.

Passando davanti alla superba stazione ferroviaria, ho avuto davvero la sensazione di un salto indietro nel tempo, alla fine dell’Ottocento, come se da un momento all’altro donne in merletti, crinoline e ombrellini e signorotti in marsina giungessero impettiti per una vacanza rigenerante.

Camminando sola in centro — confesso ora una scappata individuale fuori programma — ho riconosciuto l’odore di umido che esce dalla storia delle pavimentazioni antiche e il profilo familiare del porto, visto dall’alto della scalinata Potëmkin. Insomma, «quell’espressione un po’ così che abbiamo noi prima di andare a Genova e ogni volta ci chiediamo se quel posto dove andiamo non c’inghiotte e non torniamo più» funziona anche per Odessa.

Odessa. Una città che, quando suona l’allarme aereo — sempre, direi —, non fa una piega. Ognuno resta intento nelle proprie attività, sincerandosi, tramite le applicazioni o gli appositi canali Telegram, di quanto disti il pericolo prima di correre nei rifugi. Una città che si aggrappa a una normalità spiazzante: la gente si affolla sulle terrazze dei bar, i netturbini mantengono impeccabili le strade e il verde pubblico, il Teatro dell’Opera presenta un cartellone ricco di appuntamenti — molta l’opera italiana.

A Odessa c’è la guerra. Da quattro anni.

L’abbiamo toccata con mano nelle tante attività che abbiamo svolto insieme alla società civile organizzata ucraina e alle parrocchie. Abbiamo operato in piccoli gruppi, certamente per ragioni di sicurezza, ma anche e soprattutto per moltiplicare le occasioni di lavoro comune fianco a fianco con gli ucraini.

Abbiamo lavorato per i bambini traumatizzati — il diabete infantile da stress è quasi raddoppiato —, per gli sfollati e per i senzatetto. Abbiamo aiutato a ricostruire scuole e centri comunitari danneggiati, cucito reti antidroni e cucinato per i pompieri stremati.

Abbiamo vissuto, in una notte, la paura, l’angoscia e l’incertezza dei bombardamenti che fanno tremare i muri dei rifugi. Ne siamo usciti inebetiti, ma quasi subito ci siamo vergognati di fronte a chi vive in questo modo da quattro anni e si prepara al peggio, con l’annunciata escalation dei prossimi mesi. Gli sfollati, già molto numerosi, aumenteranno.

Come nel caso dei richiedenti asilo del Sud del mondo, ci dimentichiamo — perché ci fa comodo — che la stragrande maggioranza si rifugia il più vicino possibile, sperando un giorno di tornare. È il caso degli ucraini. Odessa, città di circa un milione di abitanti — la terza dopo Kiev e Kharkiv —, ne ha accolti nel tempo varie centinaia di migliaia.

Si stimano attualmente tra 200.000 e 250.000 sfollati interni, persone registrate in fuga dalle zone più colpite del fronte e del sud-est, come Kherson, Mykolaiv, Zaporizhzhia, Donetsk e Luhansk. Molti dipendono dalle associazioni e dal volontariato per l’assistenza sociale e medica e per gli alloggi.

La situazione non migliorerà, perché tutta Kherson non potrà affrontare l’inverno e dovrà essere evacuata, visti i recenti bombardamenti che hanno danneggiato in modo irreversibile l’erogazione di acqua, elettricità e riscaldamento. È inutile far notare che questa pressione sulla città crea anche qualche problema fra residenti e ospiti.

Anche in questi casi l’impegno dei civili diventa indispensabile per la risoluzione delle tensioni attraverso il dialogo e la condivisione. I dirigenti delle associazioni locali, che contano su un numero altissimo di volontari, hanno spiegato come i cittadini si siano inizialmente rivolti a loro, allo scoppio della guerra, per cercare conforto contro la paura, la solitudine e l’impotenza. E si siano poi trasfigurati in una comunità attiva e solidale.

Mi sono così venute in mente le persone, persino gli anziani, della mia Genova, in una fila lunghissima davanti a Music for Peace per la raccolta della Flotilla per Gaza. «Vedere ciò che accade in televisione e non riuscire a fare niente è insopportabile», dicevano. «Fateci fare qualcosa: anche venire qui con le buste del supermercato è un gesto che ci fa sentire partecipi».

Ed è proprio in questa comunità che si costruisce nell’avversità che risiede una parte importante della democrazia in Ucraina. È la partecipazione che ha impedito che il governo allentasse le regole e i meccanismi di lotta alla corruzione. È la società che vigila e interviene, come hanno spiegato i giovani universitari durante gli incontri con i loro omologhi italiani, quando posti di blocco improvvisati tentano di reclutare illegalmente e con la forza i giovani per il fronte.

Già, i giovani. Girando per la città, l’occhio consapevole nota tante, troppe donne sole. Sono le spose, le compagne, le vedove. Le associazioni devono pensare anche a loro, perché il sostegno governativo arriva solo se il corpo è stato ritrovato e se l’unione è suggellata da un matrimonio ufficiale.

Le coppie di fatto sono escluse, così come i figli nati fuori da questo quadro — è un po’ lunare aver bisogno di ricordare nei lontanissimi talk show italiani che diritti sociali e civili vanno insieme.

Ci hanno anche portato a visitare un cimitero e un parco cittadino dedicato al grande Shevchenko. Infinite distese di tombe e fotografie, alcune persino total body, vetrificate a grandezza naturale. Volti giovanissimi, molti morti a poche settimane dall’inizio dell’invasione, altri da pochi mesi. Ognuno con la sua bandiera. Mi chiedo quante bandiere ci fossero a Odessa, città cosmopolita e accogliente, prima del 2022.

Due giovani scout mi hanno raccontato di aver incontrato, in una coincidenza che ha del singolare, due abitanti nel giro di poche ore con una storia uguale e contraria. Entrambi bilingui, come del resto gran parte della popolazione: uno rifiuta il conflitto e quello che definisce un esasperato nazionalismo, parlando ormai solo russo; l’altro manifesta ormai il proprio odio contro il nemico, parlando solo ucraino.

È una plastica fotografia delle Identità assassine di Amin Maalouf, quando invece le identità plurali dovrebbero essere coltivate proprio come un ponte verso un futuro di riconciliazione e di pace.

Ma ci vuole tempo. È quello che abbiamo imparato da un immenso — di stazza e di morale — nunzio apostolico, mons. Kulbokas, che ci ha accolto in cattedrale e ha improvvisato un dialogo con credenti e non credenti. Portando esempi concreti e strazianti, ci ha detto che bisogna operare affinché il dolore cessi di trasformarsi in odio. Disarmare il dolore.

E così, durante l’incontro finale, a un tavolo fra attivisti italiani e ucraini dedicato proprio a come rilanciare i corpi civili di pace — oggetto di una dichiarazione congiunta in fase di elaborazione —, un cappellano militare della Guardia nazionale ha condiviso la propria esperienza.

Lui fa questo: recupera i corpi. La sua controparte fa la stessa cosa. Sospendono il giudizio, rispettando gli uni il dolore degli altri. Partono da lì, da una primordiale voglia di vivere, dal rifiuto della morte che ci accomuna tutti. È abbastanza? Certo che no. È un inizio sul quale lasciare sedimentare il tempo, presidiandolo.

A missione conclusa, mi porto dietro due riflessioni sulle quali devo continuare a lavorare.

La prima riguarda proprio il ruolo della società civile. Anche chi insiste giustamente per una soluzione diplomatica il prima possibile, prima che accada il peggio del peggio, e lamenta l’assenza dell’Unione europea, dice poco o niente sul ruolo che noi cittadini dovremmo poter svolgere accanto alla diplomazia “di mestiere”.

L’intuizione di Langer, colpevolmente dimenticata da un’Europa che, a forza di oblio, sfugge a se stessa, era proprio quella di «svegliare» la società e farla diventare protagonista della pace, giorno dopo giorno, territorio dopo territorio.

In Ucraina la società civile è presente, e non solo a Odessa. Abbiamo l’opportunità di accompagnare insieme il percorso di Kiev verso l’Unione europea, come “comunità” di donne e uomini, cosa che non è riuscita nel 2004 e nel 2007, per ragioni note. Sull’orlo del baratro, forse, fra le tante cose da provare per salvare il più grande esperimento di riconciliazione al mondo, c’è anche questa.

La seconda riflessione è che nella missione mancava il grande assente. Non che il MEAN non abbia provato a organizzare missioni in Russia, ma tutti i tentativi sono finora andati a vuoto. Io credo che non dobbiamo però darci per vinti.

All’ultimo grande incontro internazionale per il disarmo e la pace, il 22 giugno a Londra, i rappresentanti degli obiettori ucraini e russi hanno parlato insieme, mano nella mano. I russi hanno ripetuto che la resistenza contro la guerra esiste in Russia e sta crescendo. Si manifesta con azioni di sabotaggio, con il rifiuto di partecipare al conflitto in tutte le sue espressioni e con la diserzione — 120.000 i casi censiti —, passibile di dure pene detentive.

È una resistenza pacifica e passiva che può trasformarsi nella principale minaccia per Putin. Dobbiamo sostenerla, anche contro un’Unione europea che non la riconosce, così come non accetta più di accogliere i giovani ucraini in età di leva.

Infine, una parola al MEAN: sono partita con le mani piene di dubbi e sono tornata con il cuore pieno di umanità. A prescindere dalla fede, ho imparato che la cura dell’altro è il linguaggio universale che ci rende tutti fratelli e compagni.

Rendere visibile l’empatia per chi soffre è una spiritualità che anche chi non crede nell’invisibile può condividere. Forse la preghiera più autentica, per me, sta nell’azione — in fondo, un pensiero etico, influenzato da Kant e da una visione quasi “religiosa” della morale, deve tradursi in azione —, nell’ascolto e nella condivisione.

Questo è un dono che porterò sempre con me. È stata la prima missione, non sarà l’ultima.

 

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