di Arturo Scotto
Va chiamato con il suo nome e cognome: “Colpo di stato permanente”. Proprio quello che François Mitterrand attribuì a De Gaulle nel trapasso tra la Quarta e la Quinta Repubblica. Parliamo della metà degli anni ’60 e quell’accusa fece scalpore. Personalizzazione, controllo della magistratura, stretta sulle organizzazioni sociali, schiacciamento del Parlamento. Ora lo fa Giorgia Meloni, con una legge elettorale che nei fatti commissaria il capo dello Stato, introduce un premio di maggioranza abnorme e pretende l’indicazione del premier all’atto della presentazione della coalizione.
Il corollario è l’indegna sceneggiata del ministro Nordio, sfiduciato da 15 milioni di italiani per via referendaria ma sorprendentemente “graziato” dal capo del governo, che addirittura sale al Quirinale e prova a estorcere la grazia a Sergio Mattarella per la sentenza di Mario Roggero, gioielliere colpevole di aver sparato e ucciso due rapinatori. Quattordici anni di carcere dopo tre gradi di giudizio. Piaccia o non piaccia è una sentenza passata in giudicato, in cui l’imputato ha potuto godere di ogni forma di garanzia nel corso del dibattimento. Mattarella lo ha gentilmente rispedito al mittente, spiegandogli che non spetta al Guardasigilli occuparsi di questa materia, che è prerogativa del capo dello Stato a norma della Costituzione.
Meloni, non contenta, al quinto decreto sicurezza in quattro anni di governo – sembra una serie televisiva di Netflix, ma è soltanto il modo di spostare l’attenzione dai gravi problemi sociali che vive il paese – annuncia che interverrà sull’obbligo di risarcimento delle vittime. Altro messaggio in bottiglia a Mattarella. A cui, peraltro, ha già ricordato che il suo sogno è eleggere nel 2029 un presidente di destra, magari se stessa, cosa mai vista con un capo dello Stato pienamente in carica ancora per tre anni da parte della presidente del Consiglio, non da un qualsiasi passante.
Chi le liquida come semplici scaramucce non ha capito nulla. E chi le descrive come sgrammaticature istituzionali degne di una destra analfabeta sul piano delle regole sottovaluta ampiamente il pericolo. D’altra parte glielo ha ricordato puntualmente Gianni Cuperlo durante il dibattito sulla legge elettorale: «Noi l’abbiamo sicuramente letta la Costituzione, il problema è che voi non l’avete scritta». Il punto è che il disegno è chiaro: una nuova Repubblica costruita per vendetta prima ancora che per convinzione, disegnata a immagine e somiglianza dei ragazzi – diventati ormai adulti e affamati – cresciuti al caldo della Fiamma e nel mito di Giorgio Almirante, repubblichino mai pentito.
La polemica sulla legittima difesa non è altro che il grimaldello per forzare la serratura di una Costituzione che conserva il principio liberale della divisione dei poteri. E che non contempla, dunque, nessuna giustizia fai da te. Che è il contrario dello stato di diritto.
Ma il “colpo di stato permanente” non ammette compromessi con il vecchio sistema. Tutto diventa spettacolo da dare in pasto agli elettori, tutto serve per arginare l’ordigno Vannacci che è stato fabbricato dagli stessi che oggi vorrebbero disinnescarlo. Dandogli naturalmente ragione, inseguendolo sullo stesso terreno pur di non perdere le elezioni e di conseguenza il potere. Tutto ci dice che Giorgia Meloni dopo quattro anni di Palazzo Chigi non è chiaramente cambiata, non si è per niente europeizzata – checché ne scrivano certi servili editorialisti di matrice liberale sempre a libro paga dei nemici di una svolta progressista -, non ha reciso affatto le radici fasciste. Si è semplicemente adagiata sulla rampa di comando, affamando la bestia nazionalista attraverso la somministrazione sapiente di pillole di cronaca nera che si trasformano in occasioni di lotta politica generale.
D’altra parte, per una che non ha battuto ciglio davanti al “regalo” ricevuto da Erdogan – una revolver con sei munizioni – al vertice NATO di Ankara di una settimana fa, dove ha ribadito la subalternità a Trump sulle spese militari, non deve riuscire difficile scrivere sui social: «Mi aggredisci, mi difendo». Eppure dovrebbe suonare come qualcosa di inaudito in bocca a chi guida palazzo Chigi. In pratica, la premier sta dicendo al suo popolo che è normale prendere un’arma e sparare. Senza spiegare che anche la legittima difesa è sottoposta alle leggi della Repubblica. Peraltro da lei non toccate.
Ora anche Meloni possiede una pistola, verrebbe da dire nemmeno più soltanto in senso metaforico. Nel mirino ha il bersaglio grosso: la Costituzione ancora una volta, ultima riserva di coesione nazionale. E, nemmeno troppo indirettamente, chi ne è garante. Il “colpo di stato permanente” non è una pallottola spuntata, ma la parabola politica e culturale di questa destra al potere. Stiamo in campana, sarà un anno difficile.

