D’Alema: contro la destra revanscista alleanza in nome della Carta

Emanuele Rossi - Il Secolo XIX
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Mario Rossi - La Repubblica

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Massimo D'Alema

Intervista a Il Secolo XIX

di Emanuele Rossi

Genova – Qualcuno era comunista, cantava Giorgio Gaber, “per il più grande partito comunista d’occidente”, qualcun altro “nonostante il più grande partito comunista d’occidente”. Massimo D’Alema ha scritto un libro dal titolo emblematico Eravamo comunisti, un libro che si concentra sulla storia del Pci (e sulla sua personale), sino agli anni ’90 ma lasciando fuori la stagione successiva, quella dell’Ulivo e poi del Pd. «Perché penso che quella storia possa insegnare molto anche a chi si affaccia oggi alla politica», spiega oggi l’ex presidente del consiglio e ministro degli Esteri, che sarà a Genova venerdì 9 ottobre alle 18 per presentarlo, ai giardini Luzzati, in dialogo con la sindaca Silvia Salis e il consigliere regionale ed ex ministro Andrea Orlando. Ma lo sguardo di D’Alema non è rivolto al passato: «Chi si riconosce nei valori costituzionali dovrebbe rendersi conto che la prossima scadenza elettorale non è una tra le tante, c’è in gioco molto in Europa e anche in Italia, dove la destra non fa mistero del suo revanscismo e di volere la presidenza della Repubblica».

D’Alema, lei era comunista “per” o “nonostante” il grande partito?

«È chiaro che il mio essere comunista fa parte dall’ambiente familiare, diciamo, con l’ingresso nei pionieri. Ma questo inizio trova nel Sessantotto un momento di scelta, che è un passaggio adulto. E non scontato: una scelta che nasce dall’allontanamento dall’estremismo, di cui pure come racconto ho sentito il fascino. E anche dalla posizione critica del Pci sui fatti di Praga».

Lei ha vissuto l’adolescenza a Genova, che peso ha avuto la città, in quegli anni turbolenti, nella sua formazione politica?

«Genova ha avuto un grande peso, sono stati gli anni del liceo, in cui si formano le amicizie, le basi culturali, la personalità. Io arrivai a seguito di mio padre, segretario regionale del Pci, alla fine della scuola nel 1960 e poco dopo ci furono i moti di piazza contro il governo Tambroni, un evento scioccante. Era una città straordinaria, crocevia di tanti conflitti del Paese, con una classe operaia fortissima a Ponente e la borghesia di Albaro. Sono stati anni di grande valore formativo».

È vero che lei avrebbe voluto rimanere a studiare a Genova e fu mandato a Pisa dal partito?

«Io non avevo voglia di andare alla Normale, mi piaceva la matematica e poi a Genova la insegnava il fratello di Togliatti… Ma fui incoraggiato da mio padre e da Giorgio Amendola, e andai».

Perché raccontare cos’era il Partito comunista di quegli anni ai giovani di oggi?

«Perché è un racconto di formazione, è spiegare un’epoca che la nuova generazione conosce poco, una Prima Repubblica che a lungo è stata demonizzata e invece era un mondo di valori, di lotta per realizzare i propri ideali, non una carriera. Mi interessava vedere se la nuova generazione che vedo si sta riappassionando alla politica può essere curiosa di quel periodo storico. Se avessi raccontato l’esperienza dei governi, gli anni duemila, forse avrebbe avuto un valore più giornalistico ma a me interessava capire cosa l’Italia di allora può comunicare oggi. Il valore dei partiti che, come diceva Togliatti, sono la democrazia che si organizza. Ed erano anche scuole di vita e di formazione della classe dirigente».

Cosa può insegnare, invece, al Pd di oggi, erede di quella storia?

«Io non voglio insegnare nulla, sia chiaro. Nel libro si parla anche di errori e pur analizzando figure importanti Craxi, Berlinguer, Amendola, non ci sono “santini”. Ora c’è una nuova generazione ed è giusto che facciano loro, vanno trattati con rispetto. Il discorso che vorrei passasse è cos’è stata la democrazia in questo Paese, cresciuta nel campo di valori nato dalla Resistenza, il nucleo unificante della Prima Repubblica. Per questo c’è un po’ di allarme per l’Italia, non si può lasciare campo a chi non si riconosce in quel tipo di valori».

Pensa a Giorgia Meloni quando rivendica la volontà di avere un Presidente della Repubblica con una storia di destra?

«Non c’è dubbio che c’è un revanscismo della destra che a lungo era stata spinta ai margini, vorrei che questo però creasse un po’ di allerta».

Vede un Campo largo un po’ rallentato nelle decisioni?

«L’impressione è che si guardi alle prossime scadenze elettorali come se fossero ordinarie. E non lo sono, anche per il quadro europeo che si delinea. Negli ultimi trent’anni l’ispirazione di chi era alla guida delle istituzioni ha dato garanzia al Paese di tenuta democratica. La nuova generazione ha una responsabilità, perché il referendum ha dimostrato che una maggioranza di italiani che ci tiene alla Costituzione c’è. Quella maggioranza del Paese deve trovare una forma politica».

Non posso non chiederle delle primarie: lei fece un passo indietro da leader del primo partito, nel 1995, per candidare Prodi…

«Non facciamo confronti impropri, c’era un’altra legge elettorale maggioritaria ed era giusto che ci fosse un leader dell’Ulivo. Ora, ciò che la Meloni ha imposto come legge elettorale per interesse dimostra che la destra è priva di cultura democratica e cambia le regole, quando nel 2022 il centrodestra si presentò con tre candidati premier distinti e con posizioni ben diverse tra i suoi partiti. Ora invece impongono di indicare un presidente del consiglio ed è chiaramente manipolatorio: non sono riusciti a fare il premierato e lo fanno con la legge elettorale. In questo quadro, ho l’impressione che il centrosinistra si sia precipitato troppo di fretta in questa trappola».

A Genova si confronterà con la sindaca Salis, cosa ne pensa da osservatore? È un nome da tenere presente per il futuro della politica nazionale?

«Ho vissuto a Genova, ho ancora molti amici qui e mi sento di poter esprimere apprezzamento per la sindaca, per la capacità di interpretare la tradizione democratica della città con una ventata di novità. La leadership? Francamente non mi appassionano certe dispute, io sono cresciuto in un partito che faceva selezione dall’alto sulla qualità. Sarà stato poco democratico ma funzionava. In ogni caso, Salis è un bel volto della Genova che è stata così importante per la mia giovinezza e che è rifiorita con i lavori preparatori del G8 gestiti da un grande sindaco come Pericu».

Cosa pensa del successo dei politici dem che si definiscono socialisti negli Usa, nel 2026?

«C’è una forte radicalizzazione che non riguarda solo gli Usa, ma tutto l’occidente. La destra reagisce alla crisi della globalizzazione proponendo un nazionalismo aggressivo e una ossessione anti immigrati venata di razzismo. A sinistra la crescita oltre ogni limite delle disuguaglianze ha ridato vigore a una critica socialista del capitalismo. Questo non può che farmi piacere, ma senza dimenticare che di fronte a una destra così pericolosa la sinistra non basta, occorre una larga alleanza democratica».

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