Fornaro: Mattmark, Svizzera, 30 agosto 1965: la strage degli italiani

Federico Fornaro - La Stampa
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Mario Rossi - La Repubblica

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Pubblicato su La Stampa

di Federico Fornaro

Il 27 maggio di quest’anno le immagini del crollo di un milione e mezzo di metri cubi di ghiaccio che hanno letteralmente cancellato dalla cartina geografica il villaggio svizzero di Blatten, hanno fatto il giro del mondo.

Grazie al monitoraggio e alle moderne tecnologie di sorveglianza dei ghiacciai, i trecento abitanti del paese erano stati preventivamente evacuati alcuni giorni prima. Solo danni materiali.

Blatten dista poco più di sessanta chilometri da Mattmark, dove il 30 agosto 1965, alle 17.15, crollarono dal ghiacciaio dell’Allalin due milioni di metri cubi di ghiaccio e roccia che travolsero le baracche dei lavoratori impegnati nella costruzione della diga in terra più grande d’Europa, con un ben altro bilancio: 88 morti, di cui 56 immigrati italiani (55 uomini e una donna): 17 erano veneti, della provincia di Belluno, 8 calabresi, 5 trentini, 4 abruzzesi, 3 campani, 3 emiliani, 3 friulani, 3 pugliesi, 3 sardi, 3 siciliani, 2 piemontesi, un molisano e un toscano.

A sessant’anni di distanza, quella di Mattmark rappresenta ancora oggi la più grande tragedia dell’edilizia industriale svizzera e l’ultima grande sciagura dell’immigrazione italiana.

Nei giorni immediatamente successivi la stampa elvetica e quella nazionale dedicarono ampio spazio alla notizia e ai racconti dei sopravvissuti anche perché per la prima volta lavoratori italiani e svizzeri morivano uno a fianco all’altro. Come per altri eventi simili, però, il lento scorrere del tempo ha finito per offuscare la memoria di quei tragici momenti fino ad arrivare al punto di parlare di Mattmark come di una Marcinelle dimenticata.

Ad aiutarci a comprendere le ragioni e il contesto sociale in cui maturò questa pagina drammatica della nostra storia, ci viene in soccorso la nuova edizione del saggio di Toni Ricciardi, storico delle immigrazioni presso l’Università di Ginevra e attualmente deputato eletto all’Estero della XIX legislatura, Morire a Mattmark. L’ultima tragedia dell’immigrazione italiana, edito da Donzelli.

«La decisione di ripubblicare a distanza di dieci anni questo lavoro nasce dalla volontà da un lato, di chiedere un’assunzione di verità storica, non giudiziaria – spiega l’autore nell’introduzione – e, dall’altro, per ricordare a noi stessi e alle classi dirigenti quanto sia importante non dimenticare il nostro passato migratorio».

È innegabile, infatti, che non soltanto è calato l’oblio sulle tragedie come quelle di Mattmark, ma anche sulla storia e sui drammi dell’immigrazione italiana, in particolare in Svizzera, paese con cui l’Italia firmò accordi di reclutamento per garantire un flusso costante di manodopera; uomini e donne che arrivavano in una terra sconosciuta e per lungo tempo rimasero privi di forme di tutela e di diritti sociali.

Dall’immediato dopoguerra fino agli anni Ottanta del secolo scorso, la “piccola” Svizzera accolse quasi il 50% dell’intero flusso migratorio italiano: più di due milioni e mezzo di persone. Molte di loro furono impegnate nella costruzioni di grandi opere, in particolare nello sfruttamento dell’energia idroelettrica, che ancora oggi rappresenta la principale fonte di approvvigionamento della Confederazione elvetica.

Il Vallese, il cantone di Mattmark, un “paradiso alpino”, ai confini con l’Italia e la Francia, era negli anni sessanta un gigantesco cantiere perché possedendo oltre la metà dei ghiacciai di tutta la Svizzera era diventato l’oggetto del desiderio delle principali aziende del settore idroelettrico.

Facendo ampio uso delle testimonianze orali dei sopravvissuti e dei famigliari delle vittime, oltre a un lavoro sulle fonti d’archivio svizzere e italiane, Ricciardi ci restituisce un affresco realistico delle condizioni di lavoro dei nostri connazionali impegnati nella costruzione della diga di Mattmark (un invaso che può contenere 100 milioni di metri cubi di acqua). Nel cantiere non ci si fermava mai: si lavorava 24 ore su 24, sei giorni su sette e per chi ne aveva voglia si poteva arrivare anche a 15-16 ore al giorno, domenica e festivi compresi.

Accelerare i tempi per recuperare i ritardi causati fa imprevisti e variabili era, nel 1965, la parola d’ordine nell’imponente cantiere di Mattmark che arrivò ad impiegare quasi mille addetti.

In spregio al semplice buon senso e a un minimo di prudenza e con buona pace di un’adeguata analisi geologica e di monitoraggio dei rischi, le baracche per ospitare gli operai e i tecnici, moduli prefabbricati identici a quelli che erano stati utilizzati per gli addetti alla costruzione del traforo del Sempione, vennero costruite «a occhio» proprio sotto la lingua, ovvero la linea di caduta del ghiacciaio, dimenticando la sua natura di materia viva, sempre in movimento e sottovalutando colpevolmente la costante e quotidiana caduta di pezzi di ghiaccio e slavine.

Se il distacco del materiale fosse avvenuto soltanto qualche ora dopo, quando finiva il turno pomeridiano, o nella notte, il bilancio della tragedia sarebbe stato nell’ordine delle centinaia di morti. In pochi secondi, infatti, l’enorme massa staccatasi dal ghiacciaio spazzò via le baracche, le officine, decine di camion e bulldozer e li seppellì sotto oltre cinquanta metri di ghiaccio e detriti, rendendo difficilissimo anche il lavoro dei soccorritori e lo stesso recupero delle salme. L’ultima fu ritrovata solamente due anni dopo.

A perire insieme ai 56 italiani furono 4 spagnoli, 2 tedeschi, 2 austriaci, un apolide e 23 svizzeri.

Partì in Italia una gara di solidarietà e anche La Stampa avviò subito una sottoscrizione per portare aiuti concreti alle famiglie delle vittime.

Come pare essere una costante di queste tragedie, infine, le inchieste della magistratura sfociarono nel nulla e tutti gli imputati, nel 1972, furono assolti perché come si poteva amaramente leggere nelle motivazioni della sentenza «una valanga di ghiaccio [rappresenta] una possibilità troppo remota per essere ragionevolmente in considerazione».

A commento della contestata decisione dei giudici svizzeri L’Unità titolò: Vergogna.

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