Ritorno all’Aja. L’Europa resiste, ma fino a un certo punto

di Arturo Scotto
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Mario Rossi - La Repubblica

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I parlamentari del Pd all'Aja

di Arturo Scotto

Era dicembre del 2024 a l’Aja e avevamo avuto solo un antipasto di quello che sarebbe accaduto. Ci siamo tornati lunedì, in nove parlamentari del Pd tra Roma e Bruxelles. Era trascorso un anno e mezzo dall’ultima volta: Trump aveva appena vinto le elezioni presidenziali e all’epoca si aspettava soltanto l’insediamento, previsto per gennaio; i rumors dicevano che nel mirino c’era il destino di tutti gli organismi multilaterali, la parola d’ordine era “America First”. Facciamo quello che vogliamo, insomma.

La nostra visita alla Corte Penale Internazionale era animata più dalla voglia di capire che dalla necessità di testimoniare una vicinanza. Ma come? Un’infrastruttura nevralgica del diritto internazionale aveva bisogno della solidarietà di un gruppo di dell’opposizione? Soltanto a sentirlo sembrava ridicolo. Non era il pellegrinaggio stanco a sostegno di un gruppo di manifestanti in sciopero della fame per la causa di un popolo lontano. Qui si parlava di giudici, gente abituata ad agire nella riservatezza, a mettere la testa con rigore nelle carte, non eroi da usare nel confronto pubblico, santini da esibire e sventolare urbi et orbi.

Eravamo a tre anni dall’invasione dell’Ucraina e a poco più di un anno dalla mattanza di Gaza e tutti a domandare: ma qual è la reazione della comunità internazionale? Deposta la diplomazia, considerata poco più che la lunare pretesa di far contare ancora un po’ la politica, alle vittime chi ci pensava? La guerra una risposta a modo suo la fornisce: distrugge e azzera tutto quello che si muove attorno. Sia vittime che carnefici. Ma la guerra è l’opzione finale dei deboli, quelli che pensano che il far west è l’unico spazio possibile dove gli esseri umani possono esercitare il loro potere in maniera libera e assoluta. Il diritto è invece il contropiede dei più deboli contro le prepotenze di chi ha tutto: armi, soldi, influenza mediatica.

Per questo l’Aja non è un luogo scelto a caso, è la mecca del diritto internazionale, il turning point che dopo la fine della Guerra fredda gli stati che aspiravano alla democrazia imboccarono per avvertire dittatori, autocrati, sterminatori che in qualsiasi angolo del mondo non sarebbero stati tranquilli e sereni per i loro crimini. Oggi, quella Corte è la bestia nera dei nazionalisti che pensano di riscrivere un ordine multilaterale basato esclusivamente sulla logica delle sfere di influenza. E, dunque, lo disconoscono, anzi lo sanzionano e puntano a chiuderlo.

La Russia reagisce incriminando il giudice Aitala, che abbiamo incontrato: ha firmato i mandati di cattura per Putin e dunque un tribunale a Mosca lo ha praticamente condannato e ne reclama l’estradizione per processarlo. Altri undici giudici sono stati destinatari di sanzioni mirate e individuali da parte di Trump perché hanno emesso i mandati di cattura internazionali per Netanyahu e Gallant – oltre che per tre capi di Hamas uccisi durante i bombardamenti a Gaza – per crimini di guerra.

Gli americani non scherzano: le sanzioni sono individuali e intaccano ogni spazio della libertà personale e professionale. Intanto i conti bancari: nessuna transazioni in dollari e dunque niente carta di credito. Sono tutti circuiti statunitensi, quindi nessuna possibilità di operare. Mettere a stecchetto i giudici e i loro congiunti: non proprio un atto di distensione. E poi i servizi informatici: obiettivo rendere impraticabili le indagini. Se sospendi il pacchetto Microsoft, se interdici la possibilità di usarlo anche in maniera secondaria e dunque punisci anche le aziende collegate stai dicendo una cosa molto chiara: fermatevi e non ficcate il naso nelle cose che riguardano la geopolitica dei potenti. La Corte sta provando a diversificare, affidandosi ai programmi di una multinazionale tedesca, Open Desk, ma dal punto di vista dell’efficacia e della sicurezza dei dati siamo ancora lontani dalla tecnologia americana.

Si pone – e questo è forse il cuore del nostro incontro – il tema della sovranità digitale dell’Europa, mai così messa a nudo di fronte alle sue fragilità strutturali. Mentre noi ci riempiamo la bocca di autonomia strategica, basta un executive order del presidente Trump per provare a spegnere la voce della Cpi. Con tanto di corollario di proteste rituali da parte della Commissione, che però non fa l’unico atto che potrebbe mettere in campo: il regolamento di blocco per rendere nullo quell’atto. Criticare Trump va bene, ma fino a un certo punto.

Il nodo è questo: che forza ha l’Europa se viene privata della possibilità di esercitare le regole della giurisdizione internazionale? La Corte è nel cuore del nostro continente e non è un caso. Su 125 stati che vi aderiscono – mancano naturalmente all’appello innanzitutto USA, Russia e Israele – l’Europa è al completo. E l’Ungheria che ne voleva uscire – Orban ne aveva parlato nella campagna elettorale poi perduta rovinosamente – a questo punto ci rimarrà. E, dunque, se cade la Cpi, l’Europa è come se avesse un braccio amputato.

Ma anche un’anima un pò più sporca, quella dei doppi standard e dei doppi linguaggi. Il timore che serpeggia tra chi abbiamo ascoltato – dall’ufficio del Procuratore Khan, agli avvocati delle vittime, alla direzione generale – è molto semplice: si passerà dalle sanzioni individuali a un colpo secco a tutta la Corte. Significa in soldoni che è finita. No, non può finire.

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Lavoro e democrazia. Per una legge sulla rappresentanza.

Il 25 novembre si è tenuta a Roma la prima iniziativa di Compagno è il Mondo. Sono intervenuti tra gli altri: Pier Luigi Bersani, Maria Cecilia Guerra, Elly Schlein, Arturo Scotto, Michael Braun, Cristian Ferrari, Michele Raitano, Alessandra Raffi.
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