di Monia Manzo
Se la prima reazione alla vicenda dell’amante del ministro Matteo Piantedosi, resa pubblica con una certa teatralità mediatica, è stata una risata divertita, è opportuno riconoscerlo senza ipocrisie: tale reazione è perfettamente comprensibile. La smascheratura dell’incoerenza dei potenti produce da sempre una forma di piacere collettivo, quasi catartico. Come osservava Hannah Arendt, il potere si regge anche su una costruzione narrativa di legittimità: quando questa si incrina, il riso diventa uno strumento di disvelamento.
In questo caso, la contraddizione appare particolarmente evidente. Un esponente di un’area politica che sacralizza la famiglia eterosessuale come fondamento dell’ordine sociale viene coinvolto in una dinamica che ne mette in discussione la coerenza simbolica. La figura della giornalista Claudia Conte, che rende pubblica la relazione con una forma di pudore simulato, si inscrive così in una narrazione che oscilla tra il gossip e la critica politica.
Tuttavia, è nel secondo momento quello della riflessione, che emergono le dinamiche più profonde e problematiche. Il sospetto che il legame personale possa aver favorito l’accesso a incarichi pubblici introduce una questione cruciale: quella della distribuzione del potere e delle responsabilità. Ed è qui che si attiva un riflesso antico, quasi automatico: la ricerca di una colpevole, che troppo spesso coincide con la figura femminile.
Chi è responsabile? L’uomo che esercita il potere istituzionale o la donna che, eventualmente, ne beneficia? La risposta dominante nella sfera pubblica rivela un immaginario profondamente radicato. Come scriveva Simone de Beauvoir, «non si nasce donna: lo si diventa» — e si diventa, soprattutto, all’interno di un sistema che costruisce la donna come “Altro”, come oggetto di giudizio e proiezione. In questo schema, la donna viene facilmente trasformata in emblema di un vizio collettivo, mentre l’uomo resta individuo, raramente generalizzato.
Il passaggio narrativo è decisivo: da un possibile abuso di potere si scivola rapidamente verso una rappresentazione moralistica della donna come opportunista, seduttrice, arrampicatrice sociale. È un copione noto. Judith Butler ha mostrato come il genere sia una performance regolata da norme sociali: in questo caso, la “performance” attribuita alla donna è quella della tentatrice, figura che assolve implicitamente l’uomo dalla piena responsabilità delle proprie azioni.
Eppure, se si osservano i dati strutturali, il quadro appare diverso. La presenza femminile nei luoghi di potere resta minoritaria, soprattutto nei ruoli decisionali più rilevanti. Questo squilibrio, lungi dall’essere un dettaglio, costituisce la chiave interpretativa del fenomeno. Come sottolineava bell hooks, (bell hooks 1952–2021- pseudonimo di Gloria Jean Watkins, è stata una delle voci più influenti del pensiero femminista contemporaneo. Il suo nome, scritto volutamente in minuscolo, è già una dichiarazione politica), il patriarcato non è semplicemente un insieme di comportamenti individuali, ma un sistema che distribuisce in modo diseguale opportunità, visibilità e legittimità.
In questo contesto, la figura della donna “che usa il proprio corpo” diventa un comodo capro espiatorio. La sua individualità scompare, sostituita da una tipologia: la “Venere”, la seduttrice, la minaccia. È una costruzione simbolica antica, che risale alle sirene omeriche e attraversa tutta la cultura occidentale. Luce Irigaray ha evidenziato come il corpo femminile sia stato storicamente ridotto a segno, a superficie di proiezione del desiderio e della paura maschile.
Nel frattempo, il comportamento degli uomini coinvolti viene raramente interpretato come espressione di un sistema. Eppure, il filo rosso che lega questi episodi non è la presenza femminile, bensì una specifica configurazione del potere maschile. Un potere che si manifesta non solo nella gestione delle risorse pubbliche, ma anche nella possibilità di esibire relazioni come segni di status. In questo senso, la giovane amante diventa un simbolo di prestigio, un’estensione della virilità sociale.
Come ha scritto Kate Millett in Sexual Politics, la sessualità non è mai neutrale: è attraversata da rapporti di forza, da gerarchie implicite che riflettono e rafforzano l’ordine sociale. L’ostentazione di relazioni extraconiugali, lungi dall’essere una semplice questione privata, può funzionare come linguaggio del potere tra uomini.
In definitiva, la domanda centrale non è se una donna abbia tratto vantaggio da una relazione, ma perché il discorso pubblico sia così incline a trasformarla nell’unica responsabile. La risposta risiede in un dispositivo culturale che continua a deresponsabilizzare il potere maschile, spostando l’attenzione su figure femminili costruite come devianti.
Forse, allora, la vera posta in gioco non è il moralismo individuale, ma la capacità di leggere questi episodi come sintomi di una struttura. Una struttura in cui, ancora oggi, il potere resta prevalentemente maschile e in cui le donne, quando vi accedono, vengono più facilmente giudicate che comprese.
Foto: ©Stefano Carofei/Sintesi/Alamy Stock Photo


