di Arturo Scotto
Un salariato su dieci pur lavorando è povero. Addirittura oltre il 30 per cento dei lavoratori italiani corre lo stesso rischio per via di una progressiva erosione del potere d’acquisto dovuto all’impennata dei prezzi al dettaglio. I salari continuano a inseguire l’inflazione e non ritornano ai livelli del 2007. Ma neanche a quelli degli ultimi quattro anni dove il carrello della spesa è cresciuto fino al 25 per cento. Lo certifica l’Istat, non la Cgil.
Sono numeri dietro cui ci sono le biografie di persone in carne ed ossa, lavoratori e lavoratrici a cui hanno sputato in faccia in questi anni dicendogli che il salario minimo era una misura sovietica – vedi il sempre brillante gaffeur ministro Tajani – o che si trattava di una operazione strumentale contro la contrattazione collettiva. Entrambe le dichiarazioni erano false. Il salario minimo esiste in 22 paesi su 27 e in Germania è stato introdotto da Angela Merkel. Non proprio una sovversiva comunista. E la contrattazione collettiva era il cuore della proposta delle opposizioni perché stabiliva che i 9 euro lordi l’ora era impossibile scendere e questa soglia era agganciata ai minimi tabellari dei contratti comparativamente più rappresentativi.
La verità è che la destra ha coltivato sempre l’illusione che l’incremento salariale avrebbe seguito la crescita occupazionale. Crescita che però si annidava prevalentemente nel settore dei servizi, dove i contratti erano più precari e intermittenti, e soprattutto in una fascia anagrafica che arrivava sopra i cinquanta anni. Lo vediamo anche dai dati del mese di febbraio: a scendere ancora una volta è l’occupazione giovanile. D’altra parte se guardiamo le misure messe in campo dal governo Meloni negli ultimi tre anni e mezzo l’esito era abbastanza scontato: eliminazione delle clausole per i contratti a termine, liberalizzazione del lavoro somministrato, subappalti a cascata, colpo di spugna sulla direttiva europea sulla trasparenza salariale. Oltre che i tentativi continui per via emendativa di sanatorie per le imprese che hanno sottopagato i loro dipendenti e che sono state condannate dalla magistratura. La destra ha trasformato il mercato del lavoro in un supermarket della precarietà e non lo nasconde nemmeno. È una ricetta che delinea sempre più l’idea di un paese dove le politiche industriali scompaiono e si immagina di competere sulla fascia bassa della catena del valore globale, comprimendo i salari e flessibilizzando al massimo il lavoro, attraverso la libertà assoluta di licenziamento.
Quando affossarono il salario minimo nel novembre del 2023 decisero che la strada migliore era la delega al Governo per rispondere alla necessità di applicare il dettato costituzionale sulle giuste ed eque retribuzioni. Presero una proposta dell’opposizione e la trasformarono in una delega al Governo: un fatto di per sé grave, forse dettato dalla paura di bocciare tout court una misura popolare. Il riferimento era all’articolo 36, tanto evocato quanto tradito. Per approvare al Senato la delega che sostituiva la proposta delle opposizioni sono passati 20 mesi, licenziandolo definitivamente nel settembre 2025. Ora la delega è in scadenza il 18 aprile e non abbiamo idea di cosa ci sia scritto. Non lo sanno nemmeno le parti sociali. Abbiamo solo traccia di un incontro tra Meloni e Calderone, uscito sulle agenzie, dove la Presidente del Consiglio avrebbe chiesto un intervento sul lavoro povero. Non se ne conosce il merito. Evidentemente è più urgente la legge elettorale dei salari dei poveri cristi. Non è mai stata una priorità per loro proteggere i salari più bassi in una fase – come vaticina addirittura Blackrock – in cui a causa anche della moltiplicazione delle guerre e della crescita del costo dell’energia si va verso una recessione globale. Ma loro si preoccupano più di come evitare a tavolino di perdere le elezioni che di dare una risposta a 3 milioni e mezzo di persone. Mandarli a casa è un dovere patriottico.


