di Francesca Albanese
Arturo Scotto, politico intelligente e colto, ha scritto un libro serio, più serio forse di quanto lui stesso sembri concedersi.
Da queste pagine, cui è affidato principalmente il racconto dell’esperienza dell’autore nella Global Sumud Flotilla, non emerge il diario di un attivista né una narrazione simbolica, piuttosto il tentativo di restituire, dall’interno, una forma di azione civile e politica in un contesto segnato da una progressiva erosione del diritto internazionale.
Il blocco di Gaza, illegale alla luce del diritto internazionale, non fa da sfondo al libro, ma costituisce la struttura alla quale si aggrappa il resto, racconto e riflessioni politiche e sociali: punto mobile e variabile morale di un sistema che vacilla sotto il peso delle proprie incongruenze. Ed è su questa base che si sviluppa il racconto di una realtà politica e giuridica di ordinario declino, sempre più banalizzato, o normalizzato.
Uno dei tanti meriti del libro è quello di restituire dall’interno ciò che, dall’esterno, pare inevitabilmente sfuggire: la preparazione, la logistica, la determinazione e anche la fragilità di una delle esperienze più complesse messe in campo dalla società civile internazionale negli ultimi anni. Ne emerge anche una dimensione umana di solidarietà concreta, che non ha nulla di retorico: una condizione condivisa di esposizione, rischio e responsabilità. Solidarietà, appunto, come declinazione politica dell’Amore (cit).
Questo diventa ancora più evidente nel crescendo che accompagna l’avvicinamento della Flotilla a Gaza e nel momento più duro: l’incontro con l’esercito israeliano, che a mio giudizio e con piena cognizione dei fatti, si configura come uno degli eserciti più brutali e impuniti del nostro tempo.
Se in questo libro le forze israeliane sono responsabili di abbordaggi violenti, atti di pirateria, privazioni di cibo e medicinali, insulti, pestaggi e altri trattamenti degradanti, i membri della Flotilla sanno perfettamente che ciò che hanno subito non è che un assaggio infinitesimale di quanto vivono da anni milioni di palestinesi sotto occupazione, soprattutto le dozzine di migliaia che hanno sperimentato i centri di tortura in cui si sono trasformate le carceri israeliane dall’ottobre 2023 in poi.
Ho apprezzato molto le riflessioni sulla storia dei movimenti, le istantanee dell’Italia contemporanea sociale e politica che il libro restituisce, così come le riflessioni sulla politica nazionale e internazionale, arricchite da inserti narrativi e testimonianze dirette. Dentro il racconto emerge un’Italia attraversata da una crisi multiforme ma ancora capace di risveglio, e da nuove generazioni che chiedono (e si propongono di lavorare al) cambiamento.
In questo quadro, Arturo Scotto appare come un politico che appartiene alle istituzioni per scelta e non per opportunismo, e che riconosce che la legittimità ultima appartiene ai popoli.
Da giurista non posso non apprezzare quanto il libro riporti congruamente il discorso sul terreno del diritto, ricordando che la IV Convenzione di Ginevra, la Convenzione sul genocidio e i principi fondamentali del diritto internazionale non sono opzionali. Quando gli Stati evadono l’obbligo giuridico di applicarlo, altri, i cittadini stessi, hanno l’obbligo morale di suonare l’allarme.
Resta un punto fermo: non può esserci pace senza legalità, e non può esserci legalità senza responsabilità. È proprio qui che il libro raggiunge uno dei suoi punti più alti: l’idea che, in un contesto di erosione del diritto internazionale, siano stati corpi civili – come i volontari della Flotilla – a tentare di difendere ciò che gli Stati non difendono più. Un paradosso che dice molto del nostro tempo.
Il solo limite che ho incontrato nel libro di Arturo Scotto sta nello sguardo: ancora in parte interno a una cornice politico-istituzionale non pienamente ‘de-orientalizzata’, per dirla parafrasando Edward Said. Nonostante le tante buone intenzioni dell’autore, permane talvolta una certa deferenza verso la narrazione culturale israeliana, assunta senza sufficiente interrogazione critica (i continui riferimenti a Grossman ne sono un esempio). Di conseguenza, la dimensione palestinese appare sfuocata: la resistenza viene evocata contro uno sfondo de-storicizzato ma anche iper-politicizzato, non come soggetto pienamente autonomo. Il rischio in cui tale postura incorre è quello di una certa de-contestualizzazione della “questione palestinese”, che non può essere ridotta a “conflitto” senza esplicitare la sua matrice contemporaneamente coloniale.
Questo potrebbe essere un limite comprensibile in un libro che non pretende di essere un trattato accademico, ma che si muove soprattutto nel registro dell’esperienza e della testimonianza. Proprio per questo, però, colpisce come alcuni riferimenti, dall’Olocausto ai kibbutz, risultino pienamente articolati, mentre altri snodi fondamentali della storia palestinese, come la Nakba o la Naksa, restino impliciti o sullo sfondo.
Non si tratta di una mancanza di sensibilità, ma di un effetto di prospettiva che è assunto di default come normale: quello di uno sguardo che resta, inevitabilmente, collocato dentro un orizzonte culturale e politico occidentale, che l’autore sa essere problematico ma rispetto al quale siamo ancora lontani da un pieno superamento.
Tra i passaggi più efficaci, che ho annotato perché di grande ispirazione, c’è la descrizione di un Mar Mediterraneo come luogo dove la tragedia dell’umanità si va di questi tempi manifestando nella sua forma più cruda: connessioni materiali e immateriali, merci senza confini e corpi invece confinati, vite e morti che attraversano lo stesso spazio liquido. Questa, una delle immagini più politiche e necessarie del libro, ci invita a re-immaginare questo prezioso mare come uno dei punti di forza dell’Europa di domani: Mediterraneo non come “cimitero liquido” a cui voltare le spalle, ma come spazio originario e condiviso, una madre che nutre invece di una frontiera da chiudere e rafforzare in risposta alla forza centripeta atlantista. E seguendo la Flotilla, che il Mediterraneo sia.


