di Fabio Martini
Sono vent’anni che il centrosinistra non vince più elezioni politiche, un ciclo negativo tra i più duraturi in Europa e Massimo D’Alema, artefice assieme a Romano Prodi degli unici successi dei progressisti nel dopoguerra, mette in guardia dai recenti ottimismi e indica tre percorsi poco battuti nella discussione pubblica: «La prima risposta deve essere un dialogo con la società per individuare idee e un programma che non siano soltanto un elenco di provvedimenti. Occorre una grande Costituente per l’alternativa che si rivolga alla maggioranza degli italiani che hanno voluto dire no anche a questo governo». Secondo percorso, allargare gli interlocutori della coalizione: «C’è un elettorato moderato in sofferenza, come dimostra la vicenda di Forza Italia. Una cosa era un centrodestra dominato da Berlusconi che sdoganava l’estrema destra, ora siamo ai post fascisti che stanno “sdoganando” Forza Italia. Gli elettori moderati si ritrovano a rimorchio dell’ideologia Maga». Le primarie? «Con l’attuale legge elettorale è nelle elezioni che si misura il consenso di ciascun partito e di ciascun leader: queste sono le primarie». In questi giorni Massimo D’Alema, su invito del presidente del Brasile Luiz Inacio Lula, partecipa al congresso del Partido dos Trabalhadores che chiede al suo leader di ricandidarsi alla guida del Paese.
Lula è reduce dal Forum di Barcellona dove si sono ritrovate personalità di sinistra di tutto il mondo: queste occasioni, oltre a riscaldare i cuori, a cosa possono servire?
«È stato un momento importante che ha segnato una ripresa di collaborazione internazionale tra le forze progressiste, ma anche il segno che può esserci una reazione democratica, al di là dei progressisti, a questo mondo Maga che rappresenta il nuovo volto di una destra pericolosa, che cerca una rivincita contro la globalizzazione dopo la caduta dell’illusione che nel mondo globale avrebbe trionfato l’egemonia dell’Occidente. Invece la globalizzazione ha rafforzato nuovi protagonisti, Cina, India e Africa, come era forse prevedibile. Ma questo spirito revanscista è pericoloso: è stato il brodo di coltura dei fascismi dopo la prima guerra mondiale. La sinistra ha perduto perché è stata partecipe dell’illusione di un’autoregolamentazione dei mercati, di un neoliberismo senza la politica. Noi dobbiamo opporre un’altra idea della politica. Lo ha spiegato Lula: la destra può essere sconfitta con la democrazia e il multilateralismo aperto ai paesi emergenti».
Il sovranismo, se diventa imperialismo, finisce per mettere in conflitto i nazionalisti. Non si rischia di sottovalutare la separazione bilaterale tra Trump e la destra italiana?
«La nostra presidente del Consiglio ha concepito il suo ruolo come leader ponte tra Europa e America, pensando che il suo legame ideologico con Trump avrebbe rafforzato il ruolo internazionale dell’Italia. Tutto questo è fallito. Lei si sta divincolando con qualche iniziativa abile, non dico furbesca. Ma questo non cancella che quel ponte è rimasto sospeso sul nulla. Come il ponte sullo Stretto di Messina».
Le opposizioni aspettano gli errori di Meloni, ma poi sono costrette a solidarizzare con lei quando è presa di mira da Trump e Putin: senza un profilo proprio l’opposizione non rischia di mettersi un una falsa posizione?
«L’opposizione, giustamente, difende le istituzioni del nostro Paese, tra cui la presidente del Consiglio, e d’altra parte non si può dire che l’opposizione non abbia un profilo. Che emerge nelle battaglie in difesa della sanità pubblica, del salario minimo, dei diritti dei lavoratori. Per merito di che la guida, ora l’opposizione è più unita. Nelle ultime elezioni politiche i partiti all’opposizione hanno raccolto più voti rispetto all’attuale maggioranza di governo, che si è affermata perché era più coesa e più motivata. Il referendum ha confermato che la maggioranza del Paese non sta con la Meloni. E infatti l’alta partecipazione ha danneggiato il governo».
Dopo il referendum si sa chi ha perso ma non si è capito chi potrà vincere tra un anno.
«Il problema dell’opposizione è trasformare la forza preponderante di quel No in un sì a una nuova prospettiva politica. Chiamiamo a discuterne le forze intellettuali interessate e la nuova generazione, i ragazzi tra 18 e 25 anni, che hanno votato in modo schiacciante per il No. In passato noi abbiamo vinto le elezioni quando abbiamo saputo creare un mix convincente tra partiti e società civile. Quelle esperienze non sono ripetibili negli stessi termini ma l’Ulivo fu anche il nesso tra modernizzazione del Paese e integrazione europea. In un mondo nel quale torna la politica di potenza, l’unica prospettiva per evitare la marginalità è un salto di qualità nell’integrazione politica dell’Europa. Come ha detto mirabilmente il primo ministro canadese in un discorso che andrebbe studiato nelle scuole: o hai la forza di sederti a tavola o fai parte del menu».
Il Campo largo nei sondaggi è ancora una coperta corta…
«Anche oggi, come nel 1996, c’è da esercitare anche un’azione politica sulle alleanze. Allora le forze del centrodestra raggiunsero il 53 per cento, ma la Lega si presentò da sola, il che non fu il frutto di casualità ma di un’azione politica che fu molto disprezzata da chi poi se ne avvalse».
Tre ex presidenti del Consiglio – Conte, Prodi e Renzi – dicono: stabiliamo un programma e poi vinca il migliore in primarie di coalizione: perché no?
«Le primarie sono uno strumento di mobilitazione e di partecipazione, ma devono avere un senso. Negli anni dell’Ulivo la forza della coalizione nacque anche dal fatto che i due maggiori partiti avevano scelto insieme il leader da proporre al Paese. Se noi. avessimo contrapposto nelle primarie l’elettorato ex dc ed ex comunista, che già non era semplice mettere d’accordo, avremmo creato una lacerazione e perso le elezioni. Persino nel 2012, quando le primarie avvennero tra candidati dello stesso partito, Bersani e Renzi, ebbero a mio giudizio un effetto negativo nelle successive elezioni. Una parte degli elettori che aveva votato Renzi. come. scelta di rinnovamento, delusi perché il partito aveva fatto prevalere Bersani, poi votarono per Grillo. Come sempre, sulla base dei risultati elettorali, sarà il Presidente della Repubblica che darà l’incarico di formare il governo. Non riesco a immaginare primarie con uno scontro aspro tra partiti che, essendosele date di santa ragione, poco dopo devono credibilmente presentarsi assieme alle elezioni. È un’idea che non mi convince».
Partecipare alle primarie è un modo per restituire sovranità ai cittadini in un sistema nel quale sei segretari di partito scelgono 600 parlamentari, vincolandoli alla sudditanza. Non è un sistema oligarchico?
«Le primarie non rimediano a una pessima legge elettorale. Per ovviare allo strapotere delle segreterie di partito si potrebbero trovare forme di consultazioni democratiche dei cittadini e degli iscritti per la compilazione delle liste».


