Fornaro: Roberto Sandalo, gli anni ’70 vissuti pericolosamente

Federico Fornaro - La Stampa
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Pubblicato su La Stampa

di Federico Fornaro

Per chi conserva memoria degli Anni di piombo, il nome di Roberto Sandalo, “Roby il pazzo”, si ricollega alla lunga striscia di sangue lasciata dal gruppo terroristico di Prima Linea, secondo in ordine di importanza nel terrorismo rosso solo alle più note Brigate Rosse.

Nel libro di Gabriele Fantini, edito da DeriveApprodi, Storia di Roby il pazzo – La parabola di Sandalo nella lotta armata, è ripercorsa la storia di un uomo passato dalla militanza giovanile in Lotta Continua alla scelta della lotta armata, per poi pentirsi contribuendo alla cattura dell’intero gruppo dirigente di Prima Linea; salvo poi ritrovarlo, negli anni Novanta, militante delle Camicie Verdi della Lega Nord e infine autore di attentati contro esponenti della comunità islamica italiana.

Certamente una «biografia anomala», ma assai utile per comprendere il brodo di coltura di rabbia e contestazione sfociata nella violenza, anche in risposta allo stragismo di matrice neofascista, da cui trasse linfa (e militanti) il terrorismo nel nostro paese.

Come scrive nella sua appassionata prefazione Cesare Manganelli, invece, «il ciclo di vita e di attività delle organizzazioni combattenti ha prodotto il più importante e grandioso tentativo di lotta armata per il potere condotto in un paese capitalista nel secolo breve. In nessun altro luogo, e senza un motore nazionalista, si è mai verificata una tale durata, intensità e diffusione. Molte migliaia di ragazzi e ragazze si sono slanciate in una scelta di vita difficile e sanguinosa».

Senza dimenticare di quella stagione le vittime innocenti, i lutti e il dolore prodotti da comportamenti singoli e collettivi che miravano dichiaratamente all’abbattimento delle istituzioni democratiche.

Ripercorrere le tappe della vita di Sandalo aiuta, dunque, a riflettere sulle scelte di vita compiute da altre migliaia di giovani uomini e giovani donne che alimentarono, con differenti ruoli e responsabilità, le pagine drammatiche della storia italiana degli anni Settanta e della prima metà degli anni Ottanta.

Roberto Sandalo nasce a Torino il 7 giugno 1957, figlio unico di Ovidio, operaio ed ex partigiano attivo nella zona delle Langhe e di Caterina Gonnella, prima dattilografa, poi madre a tempo pieno e infine addetta alle pulizie. Una famiglia come tante negli anni del boom economico e della trasformazione urbana e sociale della città.

Nell’autunno del 1971, Roberto si iscrive al liceo Galileo Ferraris, uno dei più prestigiosi della città.

«Volevo che mio figlio frequentasse il miglior istituto della città.» – ricorda papà Ovidio – «Se mio figlio doveva diventare qualcuno, doveva uscire dalla scuola giusta. E lui, voleva diventare dottore». Una orgogliosa volontà di emancipazione e riscatto sociale, anch’essa eguale a tanti altri padri in quel periodo.

Appena iscritto alla prima classe del Galfer, Roberto entra in Lotta Continua, da lui definita «la più dura e la più antifascista delle formazioni politiche giovanili» e di lì a poco farà le sue prime esperienze di atti di violenza partecipando attivamente all’attività del Servizio d’ordine di Lc, che sarà per lui (come per altri della sua generazione) un trampolino verso la lotta armata.

Confine che Sandalo, distintosi in diverse occasioni per il suo agire violento fino al punto da essere sospeso dallo stesso Servizio d’ordine, oltrepasserà, dopo essersi diplomato con 46/60, entrando nelle fila di Prima Linea. Ad assecondare questo suo passaggio è Marco Donat Cattin, figlio del ministro democristiano Carlo, uno dei capi di Pl, che Roberto aveva conosciuto al liceo e di cui diventa amico. Le prime azioni terroristiche a cui partecipa sono datate settembre 1976.

Ben presto Sandalo diventa uno degli elementi più determinati del gruppo torinese di Prima Linea, anche se, contro il parere dei suoi compagni, decide di assolvere per un anno agli obblighi di leva come allievo ufficiale degli Alpini e partecipa all’escalation di azioni militari in una sorta di competizione al rialzo con le Br.

Dopo l’uscita da Prima Linea di Donat Cattin, accentua la sua critica nei confronti della gestione dei vertici dell’organizzazione e avvia alcuni contatti con le Brigate Rosse, ma il 29 aprile 1980 viene arrestato e dopo circa un mese inizia a collaborare con gli inquirenti diventando di lì a poco, in parallelo con la vicenda di Patrizio Peci e le Br, uno dei primi pentiti della storia del terrorismo italiano, fornendo un contributo fondamentale per lo smantellamento della struttura militare di Prima Linea.

Il padre e Roberto, però, solleciteranno a più riprese lo Stato a mantenere i patti e consentire ai collaboratori di giustizia di potersi ricostruire una vita, anche attraverso il cambiamento del nome e del cognome.

Uscito dal carcere dopo soli due anni e mezzo di detenzione e con la nuova identità di Roberto Severini, di Sandalo si perdono le tracce fino agli anni Novanta, quando, tornato in Italia dopo un lungo soggiorno in Kenia, si avvicina agli ambienti della Lega Nord e inizia a militare nelle Camicie Verdi, guidate da Mario Borghezio. Dopo la scoperta della sua vera identità, viene espulso dall’organizzazione con l’accusa (mai provata) di essere un agente provocatore, infiltrato dai servizi.

Nel 2007, infine, compie una serie di attentati dinamitardi contro alcune moschee in Lombardia. Arrestato il 10 aprile 2008 verrà condannato in via definitiva a 8 anni e mezzo di carcere. Morirà nel carcere di Parma nel 2014 all’età di 56 anni.

Una vita tormentata, specchio tormentato della drammatica stagione della ribellione armata degli anni di piombo che hanno insanguinato il nostro paese.

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