di Vincenzo Visco
I dati sull’economia italiana forniscono un quadro inquietante, ma del quale non si prende coscienza. Da tempo siamo un Paese con una crescita asfittica. Abbiamo il più alto debito pubblico d’Europa. Data l’internazionalizzazione del nostro debito, siamo vulnerabili rispetto alle decisioni della finanza globale.
Siamo un Paese con milioni di cittadini sotto la soglia di povertà e un ceto medio in decadimento, con servizi pubblici sempre più insufficienti, a partire dalla sanità per la quale è in corso un processo di privatizzazione accelerato a beneficio delle assicurazioni. Siamo un Paese da cui i giovani, se possono, emigrano. I salari reali si sono ridotti (tra il 1990 e il 2030) del 3%, mentre sono aumentati in Francia del 31% e in Germania del 33%. Senza contare il declino demografico.
Le cause sono principalmente le inefficienze interne. Se dipendesse solo dall’Europa, tutti i Paesi sarebbero stati svantaggiati allo stesso modo, non solo il nostro. Con buona pace di Meloni e Orsini. L’Europa e il suo rafforzamento devono invece rimanere al centro dei nostri obiettivi.
È quindi necessaria una nuova narrativa che consenta di prendere atto della realtà e di decidere misure adeguate, perché l’Italia è debole in un’Europa a sua volta in via di emarginazione. Ma è la situazione interna che appare particolarmente seria. Altro che popolo di santi, di eroi e di navigatori. Con tutto il rispetto, stiamo diventando un popolo di cuochi, camerieri, affittacamere e, come sempre, di migranti.
Queste ultime hanno beneficiato della moderazione salariale, di un tasso di cambio non punitivo e di ingenti trasferimenti pubblici sotto forma di contributi, sconti fiscali, appalti a prezzi favorevoli. Senza contare l’assenza di concorrenza in molti settori. In tale situazione, essendo i profitti assicurati, non c’era motivo per spingere sugli investimenti. Meglio ridurre i debiti, cosa che è stata fatta. A pagarne il costo sono stati crescita, bilancio pubblico, occupazione e benessere nazionale.
Il sistema fiscale rappresenta uno scandalo nella sua oscena discrezionalità. È necessaria una riforma fiscale generale che ripristini l’equità orizzontale e quella verticale. Se si opera con decisione si può recuperare molto gettito da destinare alla riduzione dell’Irpef, che oggi incide uno o due punti di Pil in più che negli altri Paesi a carico soprattutto dei contribuenti con redditi tra i 35.000 e i 100.000 euro. Sono ceti medi, per lo più lavoratori dipendenti o pensionati, privi oggi di tutela politica.
L’evasione fiscale è concentrata nel blocco sociale che rappresenta l’attuale governo. Con le tecniche di intelligenza artificiale disponibili e i database esistenti, il problema potrebbe essere risolto nel corso di una legislatura. Il problema è politico, non tecnico.
Le nostre imprese sono troppo piccole. Vanno eliminati tutti gli incentivi normativi, fiscali, contributivi, amministrativi, anche locali, che disincentivano le dimensioni delle imprese, o incentivano il loro nanismo, e combattere le posizioni di rendita, gli oligopoli, gli extra profitti. Il mercato del lavoro va riformato, rafforzando il potere e il ruolo del sindacato, con una particolare attenzione alla crescita dell’occupazione femminile e alla gestione della immigrazione.
Al centro della nuova fase di sviluppo un ruolo centrale deve avere la IA. Mentre a livello di big science è importante la dimensione europea, a livello di small science la IA può essere utile nella gestione di una nuova politica industriale, nel sostegno alle imprese private in un contesto di sussidiarietà, nella creazione di nuove imprese là dove i privati non avrebbero incentivo a entrare, nella pubblica amministrazione, oltre che nel contrasto all’evasione. Sarebbe utile creare un’agenzia o un’impresa ad hoc.

