Intervista a L’Espresso
di Susanna Turco
L’ultima è stata la messa in mezzo al mare, al largo di Trapani, a bordo della Safira, insieme a Luca Casarini e pochi altri di Mediterranea Saving Humans per celebrare i mille morti dell’uragano Harry, naufragati nel silenzio dei governi e delle istituzioni. La messa, la preghiera musulmana e la preghiera laica, i fiori lanciati nel grande mare da una barca a vela, l’unico segno tangibile contro il nulla. Esserci, farsi prossimi, anche solo in otto, nonostante tutto. Insomma quando a un certo punto don Mattia Ferrari, 32 anni, cappellano di Mediterranea, tra gli intercettati del caso Paragon, già sotto protezione per le minacce da parte di account legati alla mafia libica, oggi portavoce della piattaforma “Incontro Mondiale dei Movimenti Popolari” nata su iniziativa di Papa Francesco e fatta crescere da Papa Leone, tira fuori di sguincio la figura dei Don Chisciotte che combattono coi mulini a vento, si capisce di cosa parla. «Nel 2018 come Mediterranea siamo nati dicendo no, per rappresentare la resistenza dell’umano, per piantare una bandiera contro la disumanizzazione, direbbe Francesco. Al largo diTrapani siamo andati perché ce lo chiedevano le famiglie delle vittime, ma anche per rimettere al centro la dignità umana e la fraternità, come stanno facendo le chiese negli Stati Uniti. Anche un modo per rigenerare speranza: non abbiamo potere, però abbiamo, direbbe Martin Luther King, la forza dell’amore. Come valore politico, con la P maiuscola: è l’unica cosa che può darci la forza in un momento storico difficilissimo. Un fallimento di cui il Mediterraneo è l’emblema. Soccorrere le persone era uno dei pilastri su cui era nata la civiltà nostra mille anni fa: è Virgilio, non Karl Marx».
Persino l’arcivescovo di Palermo, monsignor Lorefice, è. stato attaccato sui social dopo avervi elogiato. Quanto pesa la criminalizzazione della solidarietà?
«È un fattore molto più profondo di quel che a volte sembra. Viaggia su due binari. Da un lato la campagna diffamatoria ad hoc, come ne abbiamo viste puntuali ogni anno a partire dal 2017. Dall’altro qualcosa di più sottile, profondo, che ormai è parte della nostra cultura: la solidarietà non è sovversiva soltanto per i potenti, ma anche per la società, per la nostra cultura individualista. Anche il volontariato è vissuto con fastidio, e questo spiega anche certi fenomeni di odio online».
C’entrano le politiche del governo?
«Il singolo decreto incide fino. a un certo punto. Il fatto però che ce ne siano a ciclo continuo, l’uno dopo l’altro, lo rende un fenomeno culturale. Da noi ormai è quasi un fatto culturale che le Ong o le nevi di soccorso vengano ostacolate, e questo pian piano atterra poi nelle menti e nei cuori. Anche gli accordi con la Libia sono parte della nostra storia: ci conviviamo da nove anni, neanche se ne parla più. Ma è un fatto che i respingimenti fatti per procura siano sistematici e attuali. Nelle chat con i migranti, tutti i giorni noi riceviamo messaggi, foto, video, è una situazione terribile, gente che subisce “orrori indicibili” come dice l’Onu. Tutti i giorni».
Mentre l’accoglienza viene criminalizzata, la mafia libica cresce.
«La vicenda di Almasri ne è stata una conferma. Un capomafia, uno dei capi del sistema dei trafficanti, talmente. potente che, catturato in Italia, riesce a essere riportato nel suo Paese con volo di Stato. Che altro ci vuole per capirlo?».
Ne ha avuto prova diretta, con minacce e un processo ancora in corso.
«Sembra che dietro l’account che mi ha attaccato per anni ci sia Robert Brytan, forse omonimo del dirigente di una società che lavora per Frontex, in ogni caso un cittadino europeo che da nove anni, ogni giorno e anche oggi, pubblica non solo foto e video che nel tempo gli hanno fruttato il soprannome di “portavoce della mafia libica”, ma anche materiale riservato degli apparati militari, anche italiani ed europei. Se venisse confermata l’identificazione si aprirebbe un tema enorme, di cui il mio caso è solo un inciampo».
All’inizio i magistrati volevano archiviare, dicendo che da prete che faceva politica un po’ se l’era cercata. Quest’anno è andato alla Leopolda, due anni fa al Pd. Teme mai di essere strumentalizzato?
«Nella Rerum Novarum, Leone XIII dice che la famiglia è anteriore allo Stato. Allo stesso modo i movimenti popolari sono anteriori rispetto ai partiti. Per questo noi dialoghiamo con tutti. Abbiamo bisogno delle istituzioni, della politica».
Incontrando i Movimenti popolari, papa Prevost ha celebrato il cammino dello stendardo-slogan “terra-casa-lavoro”, «dallo Spin Time al Vaticano», e ha detto: sono con voi.
«Un discorso importantissimo: non solo dice che la Chiesa deve accompagnare i movimenti popolari, ma anche che deve farlo “come ha accompagnato la formazione dei sindacati in passato”».
Spin Time sta per essere sgomberata?
«Spin Time è un ponte sul mondo, una comunità dove si vive e non si vegeta, che ospita Mediterranea e tantissime altre realtà. Continuiamo a chiedere che venga riconosciuta come soggetto, non trattata come un oggetto. E che sia legalizzata. Perché non è illegale per il gusto di esserlo: le associazioni antimafia dicono anzi che è un presidio. È illegale perché nasce da un atto di lotta, l’occupazione a scopo abitativo. Ma la richiesta fin dall’inizio è stata essere regolarizzati».
Vi sentite mai come Don Chisciotte?
«Lo sembriamo, da certi punti di vista. Però la resistenza dà frutti. Nel 2018c’erano tre navi a fare soccorso, ora sono più di venti. Nel 2021 è nato Refugees in Libya: fino ad allora non esisteva un protagonismo dei migranti. È la svolta fondamentale: i poveri che diventano soggetto, come dice papa Leone XIV in Dilexi te. È il presupposto di ogni cambiamento. Quando andiamo a fare soccorso in mare, si tocca con mano che esserci cambia il destino delle persone. Quello dei migranti, fino a quel momento perduti. E quello di chi li salva».


