di Mauro Cedarmas
Mi pare di capire che, per un motivo o per l’altro, molti – decisamente troppi – sembrino bramare una bella guerra. È un fenomeno antico: nella storia non sono mancati momenti in cui le società sembravano quasi desiderare un conflitto, salvo poi pagarne il prezzo.
Le ragioni che spingono verso la guerra affondano nelle motivazioni più banali: il consolidamento del potere, la difesa delle proprie rendite di posizione, gli interessi economici di chi opera nel settore. Spesso il conflitto diventa anche uno strumento per occultare difficoltà sociali ed economiche, offrire uno sfogo al malcontento popolare e distogliere l’attenzione dalle incapacità delle classi dirigenti.
A sostegno di un intervento armato si fa leva sui grandi motori della storia: nazionalismi, fanatismi religiosi, rivendicazioni sociali o territoriali. Si cercano nel passato comode giustificazioni, torti da sanare e vendette da compiere. In genere un conflitto nasce dallo scontro diretto tra certezze assolute: ognuno si ritiene nel giusto e sicuro delle proprie ragioni.
Gli strumenti per avviare una guerra restano invariati: indottrinamento, propaganda, manipolazione dell’informazione e della cultura. In questo contesto, anche il giornalismo appare spesso asservito a una causa più che alla verità, mentre i principali attori evitano di esporsi per timore di essere esclusi. Nessuna notizia ci viene fornita senza un filtro o un condizionamento.
Sono dinamiche già viste, che la storia ha dimostrato essere estremamente efficaci. Oggi cambiano solo gli strumenti, più sofisticati e pervasivi. Gli esiti perseguiti, invece, restano gli stessi: la nascita o la riorganizzazione di nuovi equilibri politici ed economici, il rilancio delle economie, spesso accompagnato da avanzamenti tecnologici – soprattutto in campo militare – e nella scienza medica.
Tutto questo, però, avviene a scapito di un numero incalcolabile di morti e feriti, in gran parte civili e persone vulnerabili. È noto che raramente, in guerra, muoiono i leader politici o i grandi operatori economici: a pagare il prezzo sono quasi sempre le classi meno abbienti. Del resto, sappiamo bene che la narrazione di un conflitto viene sempre riscritta e reinterpretata dal vincitore.
Viviamo in una società povera di cultura e di valori: abbiamo smarrito i principi fondamentali e ne giustifichiamo l’oltraggio attraverso propaganda e comunicazione, arrivando persino a rigettare la conoscenza. Abbiamo delegittimato le grandi organizzazioni preposte alla salvaguardia della pace e alla gestione delle controversie. Nel quotidiano, osserviamo come persino l’istituzione ecclesiastica – forse una delle poche fonti di saggezza rimaste in materia – sia oggi oscurata e relegata a un ruolo marginale nel dibattito pubblico. Mai come ora i papi godono di così scarsa visibilità.
Infine, non è nemmeno chiaro chi prenda davvero le decisioni, in quali sedi e con quali presupposti: questo non ci è dato sapere.
Personalmente, nel mio piccolo, continuo a confidare nella capacità di studiosi e persone di buona volontà di cercare soluzioni e mediazioni, capaci di confronto e dialogo. Sono pochi, ma di loro abbiamo un bisogno assoluto.
Dovremmo renderci conto che gli strumenti della guerra moderna sono tali da rendere il dopoguerra estremamente misero per i sopravvissuti. La sola disponibilità di ordigni nucleari – circa 12.300 nel mondo – è sufficiente a distruggere la vita sul pianeta per come la conosciamo. Nel passato questa possibilità non esisteva, e da che mondo è mondo nessuno ha mai costruito un’arma per non usarla.


