di Giuliano Santoro
Maria Cecilia Guerra, responsabile politiche del lavoro del Partito democratico, ieri è intervenuta alla camera di fronte a Giancarlo Giorgetti per rinfacciargli la poca chiarezza della sua comunicazione al parlamento. «Non ha spiegato nulla – sostiene Guerra – È venuto a chiedere l’autorizzazione a iniziare una procedura di scostamento di bilancio, ma lo ha fatto senza porgere gli elementi necessari per l’avvio di quella procedura. In questi casi bisogna indicare almeno le misure e dare una stima dei costi ammessi. Credo invece che abbia voluto soltanto vincolare la sua maggioranza rispetto a un percorso sul quale non sono d’accordo».
Questo discorso intreccia quello sulle spese militari. Le pare che vogliano puntare sulle difese nazionali invece che su una strategia comune europea?
Ci si aspetterebbe che chiedere i soldi per la difesa significhi dire che politiche di investimento fare, come collegarsi ad altri paesi, come attivare una filiera europea. Niente di tutto questo è stato chiarito, neanche l’ammontare degli investimenti.
Voi invece cosa avete proposto?
Poniamo con assoluta nettezza tre questioni condivise. Innanzitutto, non condividiamo che ci si pieghi a Trump sul 5% del Pil sulle spese militari. Ciò è sbagliato anche dal punto di vista economico perché comprimerebbe spese vitali come quelle per istruzione, sanità, mobilità sostenibile, welfare. Inoltre, siamo contrarissimi all’idea del riarmo nazionale che si traduce in un rischio elevato di guerre, anche perché ci si illude che la transizione militare risollevi l’industria. Noi crediamo nella difesa comune europea che non è solo costruire un’apparecchiatura militare per ridurre la dipendenza dagli Usa. Significa anche organizzare un sistema di difesa in condivisione che diventerebbe fattore di compattamento dell’Ue. Su questi tre punti la convergenza con M5S e Avs è molto forte. E vorrei sottolineare anche che la posizione del 5% non è quella della Lega: si guarda alle nostre contraddizioni ma le loro sono macroscopiche, tanto più che fanno passare come spese militari investimenti dual use o addirittura il ponte sullo Stretto di Messina.
Si parla molto delle vostre differenze con i 5 Stelle sul sostegno all’Ucraina, ma la vera partita non è quella più generale del riarmo e della difesa comune?
Se vogliamo anche la questione Ucraina può essere letta in modo diverso se vista alla luce della difesa comune. Sull’Ucraina siamo d’accordo su quale sia il paese invaso e quale sia l’aggressore, siamo d’accordo sulla necessità di una soluzione diplomatica e sul bisogno che l’Europa prenda l’iniziativa. Nessuno di noi pensa che sostenere Kiev significa intensificare la guerra, non si dovrebbe passare da lì per regolare rapporti internazionali. Su questo non vedo differenze. E quando andiamo ad articolare meglio le posizioni, le divisioni sono molto meno drammatiche: sono maggiori quelle dell’altro campo.
Eppure Conte sottolinea la sua posizione.
Delle volte le differenze vengono esaltate per ovvi motivi ovvi di distinzione. Ogni partito ci tiene a raccontarle in un certo modo. Quando si parla di coalizione e non di un partito unico è normale. Ma ci unisce un sfondo valoriale e politico forte che consente un’azione comune.
Che idea si è fatta sulla strada che intende seguire Giorgia Meloni sulle politiche economiche di fine legislatura?
Si trova in una situazione molto difficile, con ristrettezza di fondi e le conseguenze della guerra in Medio oriente. Ma al tempo stesso deve assumere l’assetto elettorale, che per Meloni e la sua coalizione significa fare promesse stravaganti. Quindi dovrà trovare una mediazione. Lo scostamento è funzionale a trovare i soldi, devono liberare risorse per portare avanti la solita modalità di misure parcellizzate mirate a creare clientele elettorali, come benefit a singole categorie. È quello che hanno fatto per tutta la legislatura. Il limite è emerso con chiarezza: non hanno una visione lunga che vada oltre l’immediatezza, non sanno costruire politiche che vadano al di là del consenso del giorno dopo.
Eppure, non solo in Italia, queste scelte pagano. Come quelle di costruire nemici.
È il ciclo storico che si riproduce quando ci sono difficoltà economiche e insicurezza: le politiche di odio nei confronti del diverso pagano. Quando hanno abolito il reddito di cittadinanza, i poveri non hanno protestato perché i poveri come gli immigrati non si uniscono in quanto classe per rivendicare un diritto.
Come pensante di reagire a tutto ciò?
Puntare sull’inasprimento delle differenze religiose o etniche per ottenere il consenso è inqualificabile. La nostra scommessa è fare capire che una comunità si organizza per difendere la sicurezza ma si attrezza anche per evitare marginalizzazione delle persone e la ghettizzazione dei centri urbani che alimenta fenomeni dí microcriminalità che possono minacciare la vita in comune.

