Intervista a La Gazzetta del Mezzogiorno
di Michele De Feudis
Roberto Speranza, deputato Pd: un ex ministro della sinistra che scrive un libro intitolato La nostra sicurezza (Solferino, in anteprima nazionale ieri alla Festa dell’Unità di Martina Franca) sembra voglia sfidare le destre sul loro terreno. Come stanno le cose?
«Per me è il nostro terreno. Questa parola è molto forte e attuale, sentita dalle persone. Sicurezza significa capacità di saper rispondere alla domanda di protezione. Viviamo un tempo in cui le persone hanno paura e non dobbiamo mai girarci dall’altro lato. Dobbiamo offrire risposte credibili».
A quale “sicurezza” si riferisce?
«A quella intesa nel senso più stretto, che riguarda, ad esempio, la paura per i figli che tornano a casa la sera. Dobbiamo essere chiari su questo. Ma la parola “sicurezza” può essere declinata in modo più largo: nel libro offro anche altre interpretazioni».
Quali?
«La prima sicurezza è legata alla pace, bene prezioso in tempi di guerre. Poi c’è la sicurezza sociale, con il lavoro sicuro come risposta al precariato e alla domande di stabilità di famiglie. strangolate dall’inflazione. Sicurezza significa anche diritto alla salute garantito dal Servizio sanitario nazionale e sicurezza ambientale e climatica come abbiamo ben visto durante questa estate torrida».
Di sicurezza “da sinistra” ha parlato anche Barbara Palombelli sul Corsera…
«La sinistra si deve riprendere la parola sicurezza, a trecentosessanta gradi. Se c’è un crimine, non bisogna temere di usare la parola “repressione” insieme a “prevenzione”. Non possiamo consegnare queste istanze alle destre. Proteggere le persone significa farsene carico…».
Si torna all’I care…
«La sinistra ha difeso i diritti dei lavoratori contro lo sfruttamento ai tempi della rivoluzione industriale. Ora dobbiamo fare lo stesso con l’Ai, proteggendo da sinistra chi ha paura. È una questione culturale».
Ci spieghi.
«La destra, anche con la retorica “armi e legittima difesa”, è convinta che ci si salva “da soli”. Noi da sinistra affermiamo la centralità delle istituzioni e della comunità, evitando che chi non ha mezzi resti isolato. Chi è ricco può curarsi con le assicurazioni o avere case presidiate da metronotte. Chi hameno risorse deve poter contare sullo Stato per la salute e l’ordine pubblico».
Il suo libro è già una piattaforma programmatica per il campo largo?
«È un contributo alla costruzione di una cultura e di una proposta politica. Non consentiremo più alla destra di metterci nell’angolo sulla sicurezza, raccontando che noi siamo distanti rispetto a queste paure».
C’è il “modello Puglia” per il centrosinistra nazionale?
«Qui c’è stata la capacità di costruire un orizzonte di governo solido, da Vendola a Emiliano e ora a Decaro. Siamo di fronte a una coalizione maggioritaria, con una qualità rilevante di governo e di tenuta degli assi della coalizione. La Puglia è un modello molto interessante».
Decaro candidato premier?
«Antonio è stato eletto da pochi mesi alla guida di una regione fondamentale ed è naturale che voglia mettere tutto se stesso su questo impegno. Per me è una risorsa fondamentale, non lo tirerei per la giacchetta…».
La legge elettorale?
«Mostra il vero volto della destra, che cerca una formula per vincere a prescindere dal consenso dei cittadini. Ora si. inventano il ballottaggio, in base ai sondaggi sfavorevoli. Non si piegano le regole e le istituzioni a queste pulsioni, lontane dalla cultura costituzionale, mentre le famiglie sono in difficoltà per il caro-prezzi».
Le tappe verso il voto del centrosinistra?
«Di fronte a questa destra che dimentica i problemi reali, la nostra proposta deve essere immersa nella questione sociale, a partire dal potere di acquisto per gli italiani».
Come si decide programma e candidato premier?
«Mantengo le mie perplessità sulle primarie. Sarebbe più naturale e mobilitante una soluzione fondata sui rapporti di forza tra i partiti nel giorno delle elezioni per sancire la leadership».

