Scotto: non lasciamo a Erdogan la difesa del diritto internazionale

Arturo Scotto - Il manifesto
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Arturo Scotto

Pubblicato su Il manifesto

di Arturo Scotto

La mossa della Turchia di emettere un mandato di cattura nei confronti di Netanyahu a seguito della denuncia degli attivisti della Global Sumud Flotilla è oggettivamente una notizia. Innanzitutto perché parte da un paese Nato.

E segue ciò che la Corte penale internazionale più di un anno fa aveva deciso, contrastata dagli Stati Uniti, che emisero sanzioni individuali verso magistrati che avevano chiesto l’arresto per Netanyahu, l’allora ministro israeliano della difesa Gallant e tre dirigenti di Hamas, tra gli autori del 7 ottobre. A questo ricatto l’Ue non ha mai risposto, rinunciando ad attivare il regolamento di blocco che rende inefficaci le sanzioni per chi opera sul territorio.

SAREBBE TUTTAVIA poco onesto intellettualmente rimuovere i dubbi legittimi sull’autonomia dal potere esecutivo del sistema giudiziario turco. Ricordo nitidamente quando nel 2017 partecipai ad Ankara con una delegazione di parlamentari da tutta Europa al processo a Selahattin Demirtas, il leader curdo dell’Hdp, condannato per terrorismo. Si faceva fatica a considerarlo un dibattimento regolare, con audizioni regolarmente spostate da un carcere all’altro, con mille problemi per garantire i permessi di ingresso nell’aula giudiziaria, con i diritti della difesa sistematicamente sabotati, tant’è che da un giorno all’altro deputati e sindaci di quel partito venivano messi alla sbarra.

È più probabile che la mossa di Erdogan sia una reazione all’attacco in Siria nelle aree a ridosso della Turchia. Iniziativa simbolica, perché se Ankara volesse davvero ferire Israele potrebbe interrompere il flusso di petrolio che dall’Azerbajan copre circa il 40 per cento del fabbisogno di Tel Aviv. Non sono pochi i dirigenti israeliani che hanno dichiarato che dopo l’Iran il vero avversario strategico per il dominio del Medio Oriente è la Turchia.

Eppure questa decisione ci riporta dritti in Italia, alle conseguenze dell’abbordaggio, del rapimento e delle condizioni di detenzione di centinaia di attivisti nelle due missioni internazionali della Gsf nell’ottobre del 2025 e successivamente nel maggio del 2026. La procura di Roma da mesi indaga sull’accaduto, raccogliendo testimonianze dettagliate dei fatti che portarono in acque internazionali ad attaccare imbarcazioni civili con i droni, al sequestro di attivisti, alla detenzione forzata e disumana di militanti disarmati persino alla presenza del ministro Ben Gvir.

Eppure, nonostante la procura abbia aperto un fascicolo ipotizzando il reato di tortura, di sequestro di persona e danneggiamento con pericolo di naufragio, non ne è chiaro il destino. Sono state predispose rogatorie internazionali dirette non soltanto agli autori materiali di questi crimini, ma anche per comprendere quale fosse la catena di comando che aveva guidato queste operazioni.

D’altra parte, fu lo stesso primo ministro israeliano a far sapere di aver preso parte alla regia delle operazioni contro la Flotilla. A oggi tutto sembra precipitato nel porto delle nebbie del ministero della giustizia.

A UN’INTERROGAZIONE presentata dal Pd, prima firmataria Serracchiani, in cui si chiedeva al ministro Nordio se avesse già trasmesso le richieste di rogatoria al suo omologo israeliano e quali interlocuzioni diplomatiche e tecnico giudiziarie fossero state avviate, il governo non si è sentito in dovere di offrire alcuna risposta. Come se quella pagina andasse archiviata rapidamente.

È il paradosso del patriottismo asimmetrico della destra italiana: vengono colpite imbarcazioni battenti bandiera italiana, ma perché muovere un dito quando si tratta di pacifisti? Accanto a scelte gravi come quelle di confermare il veto sulla sospensione dell’accordo di cooperazione tra Ue e Israele, è evidente la volontà del governo italiano di insabbiare qualsiasi scelta determini un attrito concreto con il governo israeliano. Si limitano a dichiarazioni blande, ma non c’è un atto che punti davvero a colpire il cuore del regime di Netanyahu.

E lasciare la difesa del diritto umanitario internazionale a Erdogan sembra uno scherzo della storia. Che pone francamente interrogativi sulla qualità delle nostre democrazie. Perché se si tratta di garantire impunità a Israele tutto vale sempre fino a «un certo punto».

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Il 25 novembre si è tenuta a Roma la prima iniziativa di Compagno è il Mondo. Sono intervenuti tra gli altri: Pier Luigi Bersani, Maria Cecilia Guerra, Elly Schlein, Arturo Scotto, Michael Braun, Cristian Ferrari, Michele Raitano, Alessandra Raffi.
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