Intervista a Il Tirreno
di Libero Red Dolce
Prima di essere D’Alema e Mussi, prima dei congressi, delle correnti, delle svolte e delle scissioni, furono due ragazzi con i capelli lunghi, studenti brillanti, che si incontrarono sulle scale della Normale. Era il novembre del 1967 e intorno a loro stava per esplodere il Sessantotto pisano, mentre il PCI era ancora una casa politica dalla quale nessuno dei due immaginava di uscire. Da allora le loro strade hanno attraversato quasi sessant’anni di storia italiana: a volte parallele, a volte divergenti, mai davvero estranee. Ci sono stati il potere e l’opposizione, le battaglie condivise e quelle perse, le discussioni senza fine e le frasi in latino lanciate come stoccate tra vecchi amici. Poi, quando la politica ha smesso di dividerli, è stata la vita a farlo. Oggi D’Alema torna con la memoria a quel ragazzo incontrato sulle scale e a una stagione che definisce semplicemente così: “Sono stati anni straordinari”.
Quando conobbe Mussi?
Era il novembre del 1967. L’ho conosciuto il primo giorno, sulle scale della Normale. Era un ragazzo con una frangetta e i capelli piuttosto lunghi. Anche i miei erano piuttosto lunghi, ma ricci. Eravamo gli unici due iscritti del PCI alla Normale. C’era una forte presenza della sinistra, ma prevaleva quella cattolica. Il rappresentante degli studenti era Riccardo Di Donato, esponente dell’Intesa. Noi eravamo una rarità e fu il bibliotecario, comunista anche lui, si chiamava Balboni, a presentarci.
E il vostro primo giorno a Pisa come andò, subito chini sui libri?
Eh no, fu un inizio turbolento, diciamo così. La prima sera andammo direttamente a una manifestazione. Lasciammo la valigia in portineria e scendemmo dalla Casa dello studente verso la mensa per una manifestazione contro i fascisti, che avevano organizzato un’iniziativa di sostegno ai colonnelli greci con Pino Rauti. Fu una contestazione piuttosto agitata (ridacchia, ndr).
Mussi ha parlato di voi come di “fratelli gemelli”. Quanto vi siete portati dietro di quella prima stagione?
Abbiamo vissuto insieme tutti quegli anni. Insieme diventammo funzionari del Partito comunista: lui responsabile della propaganda, io del settore culturale. Furono i nostri primi incarichi di partito. Poi lui andò abbastanza presto a Roma, ma continuammo a intrecciare le nostre vite: lui fu condirettore di Rinascita, io segretario della FGCI. Poi io fui segretario regionale in Puglia e lui in Calabria e continuavamo a incontrarci.
Avete attraversato anche momenti di dissenso politico molto forti. Vi è mai capitato di litigare davvero?
No, abbiamo avuto tanti momenti diversi nella vita politica, ma non abbiamo mai litigato.
Mussi apparteneva alla generazione dei dirigenti legati a Berlinguer. Che ruolo ebbe secondo lei in quella stagione?
Era uno di quelli che venivano chiamati i “colonnelli berlingueriani”, sia per ragioni personali sia per scelta politica. Poi ebbe un ruolo importante su diverse questioni. In particolare, insieme a Bassolino, aprì nel partito il fronte ambientalista. Al congresso di Firenze del 1986 presentò il documento contro il nucleare. Vinsero e io votai contro (dice ridendo, ndr). Ero scettico, Fabio invece su questo fece una battaglia importante, così come sulla difesa dell’ambiente.
Anche in un momento decisivo della sua carriera fu Mussi a spingerla verso Palazzo Chigi?
Era capogruppo alla Camera e fu lui a venire con l’idea di farmi assumere quell’incarico. Io non ero così entusiasta. Vennero lui e Veltroni e mi dissero: “Abbiamo discusso qui, devi fare il governo”. Poi ci furono altri momenti di dissenso.
Quando il gruppo del manifesto decise di uscire per voi, immaginiamo, non fu facile stabilire dosa fare: nel PCI eravate considerati quelli più vicini a loro. Ne avete discusso in quei giorni?
Eravamo molto legati ai compagni del manifesto. Quando decidemmo di non uscire dal partito, parlammo molto. Ricordo che andammo sul monte Serra con la moto di Fabio, una moto Guzzi Lodola, che era il nostro unico mezzo di trasporto e che usavamo anche per andare alle manifestazioni. Era molto bravo in sella, io invece avevo un po’ paura. In quell’occasione Fabio tirò fuori quella citazione: Extra ecclesia nulla salus, fuori dalla Chiesa non c’è salvezza.
Quella frase è conosciuta perché gliela disse lei quando Mussi decise di non venire nel Partito democratico.
Sì, ma fu lui a utilizzarla per primo. Politicamente gliela riproposi. Gli dissi: “Fabio, tu non ricordi…” e la utilizzai per provare a convincerlo. Non funzionò, ma forse non aveva tutti i torti sulla fragilità di quel progetto.
Le citazioni ritornano spesso nel vostro rapporto.
Fabio aveva una grande passione per le citazioni. Quando andò con Veltroni mi disse Amicus Plato, sed magis amica veritas… Non la presi bene, ma lo ringrazio per avermi paragonato a Platone (dice ridendo, ndr).
Quella fu una delle occasioni in cui la vostra strada politica si divise. Negli ultimi anni, invece, vi siete visti ancora?
Purtroppo, negli ultimi anni siamo stati lontani, e lo dico con rimpianto e anche con un po’ di senso di colpa. Ma non per ragioni politiche, per ragioni di vita. Fabio si è ritratto a causa della malattia e ci siamo sentiti poco.
Quando vi siete visti l’ultima volta?
Quando ci fu il compleanno di Achille Occhetto. Ci siamo incontrati in quell’occasione. Poi ci siamo sentiti poco tempo fa, a giugno: Fabio mi aveva mandato il libro scritto da sua moglie sulla sua famiglia a Piombino, che rievoca la Piombino operaia degli anni Quaranta e Cinquanta. Io gli ho mandato un commento, per Luana, a giugno.
Si ferma D’Alema. Tace per qualche secondo. E poi decide di concludere l’intervista. “È un grande dispiacere, sabato (domani, ndr) sarò a Piombino per salutarlo”.

