di Adriano Stabile
Come riportato da molti media nazionali, nella notte di venerdì scorso sono stato coinvolto da un incidente causato da un drone a Odessa, in Ucraina, dove mi trovavo per una missione umanitaria con il Movimento europeo di azione non violenta. Abbiamo contribuito, tra le tante cose, all’allestimento di un bunker sotto un asilo nido e alla realizzazione di reti per imbrigliare i droni e impedirgli di colpire obiettivi civili.

Ora mi trovo qui all’Ospedale Civile di Brescia, dove attendo un intervento alla mandibola, rotta dall’aggressione russa subita a Odessa. La “kill zone” che attraversa l’Ucraina sta diventando per certi tratti il nuovo muro di Berlino: lacera un Paese e separa il mondo libero da un sistema totalitario. Sempre più giovani europei, come noi del MEAN, scelgono di avvicinarsi a quel muro per contribuire ad abbatterlo e, insieme a esso, tutti i muri innalzati dai nazionalismi.
Nel 1989 la classe politica europea seppe dimostrarsi all’altezza della storia e immaginare un mondo nuovo. Oggi chiedo alle istituzioni risposte della stessa portata. Lo faccio anche mettendo in gioco il mio corpo, come purtroppo impongono questi tempi, perché dalle decisioni che prenderemo dipendono la storia e il nostro destino.
Quella “kill zone” ha già ucciso, ferito o mutilato circa un milione e mezzo di persone tra ucraini e russi, civili e militari. È un peso che per me è diventato insopportabile. Sono andato in Ucraina pienamente consapevole dei rischi, perché credo nella solidarietà. Nel mondo di oggi la solidarietà internazionale sarà sempre più indispensabile di fronte alle sfide globali. Lo è stata per noi Italiani durante la pandemia; oggi spetta al popolo ucraino averne bisogno. Domani — speriamo di no — potrebbe toccare a qualcun altro.
Nessuno può salvarsi da solo. Attraverso la solidarietà si può rivendicare un ruolo sulla scena internazionale e acquisire autorevolezza anche nelle trattative di pace. Credo in una politica coraggiosa e generosa. Non in chi umilia la parola nobile della “pace” trasformandola in un alibi per il benaltrismo. La pace ha un valore, ma non è gratuita: richiede impegno, scelte concrete. Presenza. Anche in quella terra che Papa Francesco da subito definì “terra martoriata”.
L’Ucraina di giorno è un’adolescente ferita, che non vuole darla vinta al padrone mostrandole il suo pianto. A Odessa i ragazzi cantano sulla spiaggia e fanno il bagno di notte fino al coprifuoco. Il sorriso è il più potente e genuino atto di resistenza. Ma quando, come è accaduto a me, ti trovi con una mascella rotta e sai che anche gli ospedali sono obbiettivi sensibili, è inutile negare che l’intersezione di guerra e attimo di fragilità si fa sentire un po’.
Ho cercato il primo autobus per la Moldavia: anche le stazioni in Ucraina sono obbiettivi militari e quando vivi un momento di debolezza fanno più paura. Amo il popolo ucraino perché ho sempre amato tutti i popoli. E non comincerò a odiare quello russo, né dopo aver visto in prima persona alcuni aspetti di quella guerra né dopo quel che mi è accaduto. Le madri russe sono, numericamente, quelle che stanno piangendo il maggior numero di figli caduti al fronte. Ma amare un popolo non significa accettare la propaganda del suo regime. Significa, al contrario, sperare che si creino i presupposti perché esso faccia i conti con il male che pervade il proprio sistema di potere.
Dobbiamo parlare con i dissidenti russi e, per dirla con Calvino, «cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Dobbiamo offrire asilo a chi fugge dalla repressione e favorire l’incontro tra le madri russe e quelle ucraine, persino durante gli scambi dei corpi dei caduti. Le autorità religiose ucraine già lavorano in questa direzione, come ci hanno raccontato a Odessa. Vanno sostenute.
Nessuno desidera la pace più profondamente di chi sceglie di assumersi un rischio personale entrando in un territorio di guerra. Vogliamo i negoziati, subito. Ma, nel frattempo, dobbiamo proteggere i civili. Un’intelligence comune e un sistema satellitare europeo possono ridurre il numero degli obiettivi civili colpiti, anche per errore. Costruire bunker sotto gli asili e le scuole ucraine significa salvare vite e ridurre gli incentivi a proseguire la guerra.
A volte mi chiedo cosa accadrebbe se fossimo un milione, europei, civili, disarmati, su quella linea. La politica ritroverebbe la lucidità di tornare al diritto internazionale? Usciremmo dal pantano di un dibattito ostaggio di opportunismo e dei revisionismo storico?
Chiedo alla politica l’ambizione di una visione lunga, come vi fu nell’89. Non semplificazioni, ma un vero slancio. È la più forte dichiarazione d’amore che possiamo mandare da Odessa: in primo luogo agli ucraini, persone semplici e di buon cuore, ma anche alle madri russe.

