di Anna Colombo e Simone Oggionni
A cinquant’anni dalla Conferenza di Helsinki, molti si chiedono se quel momento di ricerca di una sicurezza comune nel tentativo di superare i conflitti attraverso la cooperazione e il disarmo sarebbe ancora possibile. La risposta può essere articolata secondo prospettive diverse e complementari: storica, giuridica, politica, diplomatica. Su un punto, però, si può convenire: il 1975 fu un anno cruciale, il picco di un’ondata mondiale per la pace che accompagnò, anche oltre Helsinki, risultati storici di prima grandezza. Fu innanzitutto l’anno in cui la guerra del Vietnam giunse al suo epilogo con il ritiro americano. Il Vietnam era stato il motore del pacifismo internazionale e la fine di quella guerra fu vissuta come una vittoria collettiva dal movimento. La Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, il cui Atto finale fu firmato il 1° agosto da 35 stati, fra cui USA e URSS, fu talmente significativa che ancora oggi si invoca lo “spirito di Helsinki”: un’idea di pace fondata non solo sul silenzio delle armi, ma anche sulla cooperazione tra individui e società civili.
Il 1975 fu poi un anno fondamentale per l’obiezione di coscienza al servizio militare, in particolare in Italia: riconosciuta dalla legge 772/1972 (legge Marcora), nel maggio di quell’anno la Comunità Papa Giovanni XXIII firmò la prima convenzione con il Ministero della Difesa per impiegare obiettori nelle proprie case famiglia. Infine, l’ONU proclamò il 1975 Anno Internazionale della Donna: dal 19 giugno al 22 luglio si tenne a Città del Messico la prima Conferenza Internazionale sulle Donne, con una dichiarazione finale articolata attorno ai tre pilastri dell’uguaglianza, dello sviluppo e della pace.
Potremmo continuare. Il 1975 fu il picco di un’onda lunga che attraversò per anni le società davanti alla guerra fredda, all’escalation bellica e soprattutto alla minaccia nucleare, percepita come concreta e imminente. La crisi di Cuba negli anni Sessanta aveva già mostrato quanto si potesse arrivare vicini all’abisso. Gli anni Ottanta avrebbero aggiunto una storia meno nota ma non meno istruttiva: quella di Stanislav Petrov, l’ufficiale sovietico che nel settembre del 1983, di fronte a un sistema di allerta che segnalava un attacco missilistico americano, decise autonomamente di non rispondere. Il documentario che ne racconta la storia si intitola, non per caso, The Man Who Saved the World. La paura di un conflitto atomico, sullo sfondo del ricordo di Hiroshima e Nagasaki, coinvolgeva le famiglie, i quartieri, la vita quotidiana. Quella paura era politicamente produttiva: muoveva corpi, costruiva coalizioni, imponeva scelte. Oggi siamo messi considerevolmente peggio. Secondo gli ultimi dati del SIPRI (Military Expenditure Database 2025), la spesa militare globale ha raggiunto i 2.887 miliardi di dollari, segnando l’undicesimo anno consecutivo di crescita. Più di sessanta conflitti sono in corso sul pianeta. La minaccia nucleare si è moltiplicata, per numero di testate, per potenza distruttiva e per l’imprevedibilità di chi le detiene. Il diritto internazionale è tornato a cedere il passo alla supremazia della forza.
E allora: perché non assistiamo a una presa di coscienza maggioritaria e diffusa come quella che permise all’umanità la conferenza di Helsinki e il grande movimento pacifista che la sorresse?
Ci sono ragioni strutturali, oggettive. Il mondo del 1975 aveva un suo ordine. Brutale, per molti versi profondamente ingiusto, ma leggibile. La bipolarità imponeva una geometria chiara: sapevi chi era il nemico, sapevi dove stava, e paradossalmente quella chiarezza rendeva possibile riconoscerlo anche come interlocutore. La mobilitazione contro le politiche belliciste dei rispettivi governi aveva un bersaglio preciso, e quindi una direzione. Oggi il mondo è caotico e multipolare, e la complessità non è solo una difficoltà tattica: è un ostacolo alla stessa formazione della coscienza collettiva. Quando la minaccia non ha un solo volto — quando si moltiplica nella crisi climatica, nelle guerre civili, nel terrorismo, nelle pandemie, negli squilibri demografici, nell’intelligenza artificiale militarizzata — diventa più difficile non solo agire, ma anche nominare il problema. E ciò che non si riesce a nominare con precisione si fatica a combattere.
C’è poi una ragione più profonda, che riguarda l’identità del movimento. Nel 1975, il Movimento per la Pace e per il Disarmo si identificava orgogliosamente con l’internazionalismo: con la convinzione, cioè, che la pace richiedesse istituzioni internazionali forti e il rispetto universale del diritto. Oggi il ritorno dei nazionalismi — e Mitterrand lo disse con precisione al Parlamento europeo nel gennaio del 1995: «Le nationalisme c’est la guerre» — esacerba i conflitti, criminalizza il pacifismo dipingendolo come antipatriottico, o come ingenuità da “anime belle”. Non è una novità assoluta: Rosa Luxemburg fu assassinata nel 1919 per le sue idee. Ma la sistematicità con cui oggi questa criminalizzazione avviene, amplificata dai media e dai social, è un salto di qualità rispetto al passato.
A questo si aggiunge la trasformazione delle forme dell’agire collettivo. La digitalizzazione ha reso possibile la mobilitazione istantanea e spesso la ha resa effimera. Il “clic” sulla petizione sostituisce la piazza senza produrne gli effetti: non cementa comunità, non costruisce relazioni, non trasforma la protesta in proposta. Ed è proprio questa trasformazione — dalla protesta alla proposta — che fece la differenza nel 1975, consentendo al movimento di tradurre la sua tensione morale in risultati concreti: leggi, convenzioni, trattati. La crisi della rappresentanza — dei partiti, dei sindacati — ha ulteriormente svuotato gli strumenti attraverso cui quella trasformazione era storicamente avvenuta.
Ci sono infine ragioni nuove e più subdole, che riguardano il modo in cui la guerra viene percepita. I conflitti odierni sono spesso asimmetrici, e la loro copertura mediatica è selettiva e orientata. Le stesse armi — i droni in primo luogo — veicolano l’idea di una guerra chirurgica e pulita, anestetizzandone l’orrore e riducendone l’impatto emotivo sull’opinione pubblica. È significativo che proprio in questo contesto la recente enciclica Magnifica Humanitas lanci una sfida radicale alla dottrina della “guerra giusta”, affermando che non esiste algoritmo capace di rendere la guerra moralmente accettabile. È un’affermazione che vale molto al di là del suo orizzonte confessionale: tocca il cuore del problema politico, che è la progressiva normalizzazione della violenza bellica come strumento di governo del mondo.
Eppure, in questo quadro poco incoraggiante, ci sono segnali che meritano attenzione. La generazione nata dopo il 2000 ha vissuto la cooperazione globale come un dato acquisito, non come una conquista da difendere: questo non la rende automaticamente la più pacifista della storia, ma le conferisce una sensibilità diversa davanti alla sua dissoluzione. La frammentazione del movimento oscura spesso la portata reale di micro-mobilitazioni molto concrete: bloccare una fornitura di armi in un porto, opporsi al ritorno della leva obbligatoria, costruire reti di solidarietà transnazionale. Poche settimane fa a Bruxelles una marcia per il disarmo ha raccolto quindicimila presenze, per lo più giovani, da tutta Europa; il 22 giugno, a Londra, un’assemblea ha visto la partecipazione di movimenti e sindacati di più continenti. I canali mainstream non ne parlano. Ma accade.
Questa miriade di mobilitazioni orizzontali, che vanno dalle assemblee locali alle campagne digitali, potrebbe dar vita a qualche cosa di nuovo. Forse, sottotraccia, spesso lontani dai partiti, milioni di persone stanno cambiando abitudini, lavoro, linguaggio, relazioni. Si sta formando una nuova coscienza collettiva. Dobbiamo imparare a riconoscere una folla che forse c’è, anche se non scende in piazza.
Il Comitato Economico e Sociale Europeo si appresta a discutere l’inserimento nell’European Civil Compact dei Corpi Civili di Pace, un’intuizione cara ad Alexander Langer che oggi si arricchisce di una dimensione nuova: fare degli algoritmi dell’intelligenza artificiale non strumenti di guerra ma strumenti di pace, capaci di identificare in anticipo le scintille dei conflitti per prevenirli attraverso il dialogo e la cooperazione. È un’idea concreta, che può trasformare un movimento in forza politica.
Se la paura che muoveva la società nel 1975 era quella di un futuro possibile e terribile, oggi sembra che l’inerzia sia dettata dalla rassegnazione davanti a un futuro distopico già cominciato. La sfida è capire che non è così. Mai come oggi l’umanità ha davanti a sé tanti futuri possibili. Alcuni davvero orribili, ma dipende da noi. Il cambio radicale di cui il mondo ha bisogno esistenziale ha una precondizione: la pace. Tocca allora soprattutto alla sinistra europea. Sollecitare, attivare, dare forza a una mobilitazione per la pace e il disarmo insieme a movimenti, sindacati, società civile organizzata. In fondo, è la precondizione per dirsi di sinistra. E, in ogni caso, è la condizione senza la quale tutto il resto — giustizia sociale, lavoro, diritti, democrazia — rimane sospeso nel vuoto.

