Intervista a La Gazzetta del Mezzogiorno
di Leonardo Petrocelli
L’Italia vittima dei suoi errori di calcolo, l’Europa che annaspa tra le proprie incoerenze e un occidente che fatica a non pensarsi egemone. Sullo sfondo la tragedia di Gaza, punto di non ritorno in un mondo che ha smarrito l’equilibrio. È un ragionamento ad ampio raggio quello che offre Massimo D’Alema, ex premier e presidente della Fondazione Italianieuropei, oggi (ore 17) relatore – insieme alla giurista Marina Castellaneta – nell’incontro “L’Italia e l’Europa nel disordine mondiale”, organizzato dall’associazione E. Berlinguer nell’Aula Leogrande dell’Università di Bari.
Presidente D’Alema, che fase stiamo attraversando?
«Ci stiamo misurando con la fine di un relativo ordine del mondo sorto dopo il secondo conflitto mondiale. Dico “relativo” perché comunque c’era la Guerra Fredda, ma anche la capacità di regolare i conflitti attraverso una serie di istituzioni che esercitavano un ruolo di prevenzione».
E ora?
«Oggi questa struttura è drammaticamente in crisi, sostituita da una politica di potenza senza nessuna remora di carattere giuridico e morale».
Se l’Occidente prendesse atto di vivere in una dimensione multipolare forse si potrebbe ricostruire un equilibrio.
«Il problema è che l’Occidente deve rendersi conto che il proprio primato è messo in discussione sempre di più. È un dato di fatto: se guardiamo all’economia e alla demografia ci rendiamo conto che il mondo non è più imperniato sull’Occidente».
Uno degli attori di questo ordine multipolare dovrebbe essere l’Unione europea, determinata sulla questione Ucraina, timida sul Medio Oriente. Come se lo spiega?
«Di base l’Europa non appare in grado di muoversi come grande potenza di pace, animata da una visione coerente. Piuttosto, pare oggi dominata da un doppio standard: da una parte agiamo nei confronti della Russia con sanzioni giustificate, dall’altra però accettiamo ogni violazione del diritto internazionale e del diritto umanitario da parte di Israele con conseguenze gravi non solo sulla credibilità dell’Ue ma, credo, nel lungo periodo, sulla stabilità e la sicurezza del nostro continente».
È una linea di non ritorno?
«Dopo quello che sta accadendo a Gaza è difficile che l?occidente possa tornare a parlare al mondo di diritti umani e legalità internazionale. Si rischia una perdita di credibilità irrimediabile».
Ricorre l’obiezione: lei, presidente del Consiglio, autorizzò nel 1999 la partecipazione ai bombardamenti Nato contro la Serbia senza mandato esplicito dell’Onu.
«Innanzitutto, noi intervenimmo per fermare la pulizia etnica della popolazione kosovara. Cioè facemmo quello che nessuno ha fatto per Gaza. Una scelta difficile, resa inevitabile dall’impossibilità di indurre politicamente la Serbia a fermarsi. Inoltre, il conflitto era in corso già da alcuni anni, con un bilancio di 300mila morti, e noi esercitammo una pressione militare per trovare un accordo politico. E infatti la Serbia accettò di ritirarsi dal Kosovo e nei Balcani si ritrovò una certa stabilità».
Rimane il problema dell’Onu.
«Le aggiungo un elemento dirimente: quando alla fine del conflitto una forza internazionale entrò in Kosovo lo fece sotto l’egida dell’Onu. Non entrò la Nato. Di fatto, abbiamo ex post sanato il vulnus, ricostruendo un tessuto internazionale lacerato».
Torniamo all’oggi. L’Italia come si sta muovendo?
«Mi pare che l’Italia non abbia alcun ruolo significativo. La nostra politica estera è rimasta imprigionata nell’idea sbagliata della presidente del Consiglio di poter esercitare una funzione di ponte tra l’Europa e l’America di Trump, in virtù della sua affinità con il trumpismo».
Non poteva funzionare?
«È stata fin dall’inizio un’illusione, tramontata presto anche a causa dell’aggressività dell’amministrazione americana e delle polemiche con il papa. In questo momento il governo si barcamena tra esigenze europee e posizioni americane ma in maniera sostanzialmente irrilevante. In un contesto simile non ci sono vie di mezzo: o si è pienamente europei, e dunque si lavora per un salto di qualità della politica continentale, o non si è nulla. L’Italia ha davvero perso rilevanza perché, ripeto, la sua strategia partiva da un presupposto sbagliato».
C’è da dire, però, che anche il trumpismo muoveva da premesse diverse: isolazioniste, non certo interventiste. Cosa è cambiato?
«Bisogna vedere per quali vie Israele riesce a condizionare la politica americana. Ci sono aspetti non sempre chiaramente comprensibili. Ma personalmente non ho mai creduto che la destra avrebbe riportato la pace nel mondo».
Dall’altra parte, il mondo progressista, anche italiano, è attraversato da profonde divisioni su questi temi. Riuscirà a fare sintesi?
«La reazione democratica c’è già e non solo in Europa ma nella stessa America. È stato il presidente della California ad accusare l’Europa di essere troppo servile nei confronti di Trump. Il punto è che a muovere il sovranismo è l’idea di una rivincita dell’Occidente contro gli effetti della globalizzazione. Una cultura revanscista che porta con sé germi pericolosi. Questo è il mondo Maga, Make America Great Again, o Make the West, cioè l’Occidente, se vogliamo allargare la definizione».
Eppure proprio gran parte del mondo Maga è profondamente scontenta dell’operato di Trump.
«Naturalmente, perché c’erano altre aspettative legate a quanto promesso, dalla pace alla ripresa economica. Ma la risposta non verrà da lì. Al contrario, quanto succede potrebbe avere la funzione di immunizzare il mondo da certe derive che liquidano i valori occidentali. Da qui potrebbe ripartire una coalizione democratica che vada anche al di là dei confini della sinistra e che voglia riproporre un’idea di Occidente fondato su valori richiamati anche dal papa nell’enciclica Magnifica Humanitas. Un concentrato di riflessioni che dovrebbero essere uno stimolo prezioso per la politica democratica».

