di Davide Depascale
«Il Rosatellum non garantisce la governabilità? Bisogna avere fiducia nel Parlamento, non nelle alchimie di ingegneria elettorale». L’alessandrino Federico Fornaro, deputato del Partito democratico e componente della Commissione Affari Costituzionali della Camera che in questi giorni sta discutendo il testo dello Stabilicum, non ha dubbi: la nuova legge elettorale non s’ha da fare, a meno che non venga riscritta da capo. Solo in quel caso l’opposizione – come già suggerito da Dario Franceschini, uno che nel Pd qualcosa conta – sarebbe disposta a collaborare.
Onorevole Fornaro, perché siete contrari a questo progetto di riforma elettorale? Con molti sondaggi che danno il campo largo in vantaggio, una legge di questo tipo finirebbe per agevolarvi.
«La nostra contrarietà si fonda su ragioni di metodo e di merito. La legge elettorale ha una valenza costituzionale e proprio il risultato del referendum sulla giustizia avrebbe dovuto consigliare al centrodestra di ricercare prioritariamente una larga convergenza. Invece hanno fatto i conti e visto che, con l’attuale legge elettorale, correvano il serio rischio di perdere la maggioranza. Così hanno deciso di depositare in fretta e furia la proposta di legge attualmente in discussione».
Schermaglie a parte, cosa non vi convince?
«Entrando nel merito, il premio di 70 seggi alla Camera e di 35 al Senato trasforma una minoranza in maggioranza, fino ad arrivare a oltre il 60%: è il quorum di garanzia stabilito dalla Costituzione per l’elezione dei giudici costituzionali e dei componenti laici del Csm. Per non parlare del vantaggio oltre il limite al momento dell’elezione del Presidente della Repubblica. Il ballottaggio, inoltre, assegnerebbe alla coalizione vincente un premio insufficiente a garantire la maggioranza assoluta, in aperto contrasto con le pronunce della Corte. A questo si aggiungono le liste bloccate, sia nei collegi plurinominali sia nel listone del premio. E mi fermo qui, per carità di patria».
Franceschini, però, in un’intervista di qualche giorno fa suggeriva di sedersi al tavolo per scrivere insieme la nuova legge, contribuendo a migliorarla. Concorda con lui o crede che non ci siano margini?
«L’auspicio di Franceschini può essere condivisibile, ma manca il presupposto del ritiro del testo depositato dalla maggioranza, che presenta problemi strutturali ed è quindi difficilmente modificabile in vista di un futuro esame della Corte Costituzionale. Vedremo, quando si passerà alla fase emendativa, se la maggioranza avrà fatto tesoro delle osservazioni critiche, ma vedo più di un problema anche al loro interno: noto una certa difficoltà nella ricerca di modifiche condivise».
Si è parlato anche di un possibile “do ut des” tra maggioranza e opposizione: approvare la nuova legge elettorale nazionale in cambio dello stop alla legge elettorale per i Comuni, che abbassa la soglia per la vittoria al primo turno al 40%. Questa trattativa è ancora in corso, si è arenata o non è mai esistita?
«Non mi risulta che ci sia mai stata una trattativa in questi termini. Il Pd ha piuttosto chiesto pubblicamente che venisse tolta dal tavolo quella che considero un’autentica provocazione, che rappresenta l’esatto contrario di ciò che servirebbe per contrastare l’astensione dilagante. Il rischio, infatti, è quello di avere sindaci eletti con il 20-25% del corpo elettorale, creando evidenti problemi di legittimazione delle istituzioni. Il doppio turno, comunque la si pensi, garantisce che il sindaco abbia ottenuto almeno la metà più uno dei voti di chi si è recato alle urne».
Se la legge elettorale dovesse rimanere quella attuale, cioè il Rosatellum, e nessuna delle due coalizioni otterrebbe la maggioranza, come pensate allora di garantire la governabilità?
«Non sono per niente d’accordo. Non è scritto da nessuna parte che l’attuale legge elettorale non restituisca un vincitore. È vero che, anche in relazione al taglio dei parlamentari e alla geografia politica italiana, la maggioranza potrebbe ottenere uno scarto di seggi non particolarmente ampio, ma non necessariamente si tratterebbe di un pareggio. Ricordo anche che, fino a prova contraria, siamo ancora in una democrazia parlamentare ed è nelle aule della Camera e del Senato che si devono trovare le soluzioni per dar vita a un governo, non attraverso alchimie di ingegneria elettorale. Riporrei un po’ più di fiducia nel Parlamento e nella capacità dei partiti».


