di Francesca Borri
Il suo primo segretario di sezione. A Torre del Greco. Compagni della CGIL, attivisti dell’Arci. Volontari di Emergency. Mentre la Karma è ancora all’àncora, in attesa di salpare, Arturo ritrova amici di vertenze e cortei e referendum e battaglie di ogni tipo che in questi anni aveva perso di vista: perché l’impegno, per tanti, aveva via via perso di senso.
«Un porto non è un intervallo tra una partenza e l’altra: è una comunità», gli diceva sempre da bambino il padre di suo padre. Marinaio. E aveva ragione. La stampa sfotte “i crocieristi”, che parlano più di sé che di Gaza, la destra attacca “la Flotilla di Hamas”: ma intanto, sugli otto della Karma, come sugli altri delle altre 43 barche, si riversa tutta l’ammirazione degli italiani. E la solidarietà. E l’affetto. Uno viene con del formaggio, uno con erbe per il mal di mare. Un altro va a cercare gasolio. Un altro ancora ripara lo scafo. È stato definito l’equipaggio di terra, e in effetti, questo libro non è solo il diario di Arturo: è il diario di tutti. Chi era a bordo, al timone: e chi era il vento nelle vele.
Perché la Flotilla, è stata intercettata, sì: ma è arrivata comunque.
Arturo dice che non avrebbe mai immaginato di unirsi a un’iniziativa così. Perché non viene dai movimenti, viene dal partito. Da un percorso molto tradizionale. Dice che questa è stata un’esperienza completamente diversa. Ma non è vero. Perché viene dal sud, il suo DNA è da sempre la difesa della legalità: e la Flotilla, cos’è stata se non questo? Quando viene colpita da dei droni, e l’Italia invia una fregata di supporto, Giorgia Meloni dice ad Arturo e agli tre deputati imbarcati che sono degli irresponsabili: che sono pagati per servire le istituzioni, non perché le istituzioni stiano lì a servirli. E a salvarli. Ma Arturo è lì, l’ha detto subito, perché le istituzioni sono ferme. Perché è responsabile.
Certo che la Flotilla non dovrebbe esistere: esiste perché non esiste nient’altro.
E infatti, ha con sé giusto due magliette, le sigarette, un libro su Berlinguer, come un talismano, ma soprattutto, ha l’aiuto da casa: ha al telefono, da Firenze, Micaela Frulli, che ha la cattedra di Diritto Internazionale che era di Antonio Cassese, e che ogni volta, con rigore, con misura, precisa e incontestabile, gli inquadra tutto in chiave giuridica. Rompere un assedio illegale è assolutamente legale. E anzi, è un obbligo. Micaela Frulli è la sua bussola giuridica; e la sua bussola morale.
La rotta verso Gaza è la rotta del diritto internazionale.

Non si illude. Atef Abu Saif, lo scrittore di Gaza che si è rifugiato in Italia, e più esattamente, a casa sua, – perché poi, Arturo è così, non è uno di sinistra solo a telecamere accese, – gli dice che l’obiettivo non è politico: la guerra continuerà. La Flotilla non romperà l’assedio. Però, gli dice, provarci significa non lasciare soli i palestinesi. E ai palestinesi, e agli israeliani, Arturo è legato da anni. La prima volta che è stato qui, era il 2004. Ma l’ultima volta, dopo il 7 ottobre, gli insediamenti tra Ramallah e Nablus erano così tanti che per strada, pensava fossimo ancora in Israele: e invece eravamo già in West Bank. Ed è l’ossimoro di questo momento. La Palestina, fisicamente, sparisce ogni giorno di più, ma allo stesso tempo, è ovunque: perché la guerra a Gaza, va oltre Gaza. L’attacco al diritto internazionale, alle regole comuni e condivise, che siano le Convenzioni di Ginevra o dazi e tariffe: ma anche lo scollamento tra società e governi, la crisi della democrazia, la compressione dei diritti, gli affari che vengono prima di tutto, il modello Dubai, le oligarchie globali. C’è in gioco tanto, a Gaza. Per tutti.
Non lasciare soli, significa non restare soli.
Appena salpata, la Flotilla torna indietro: si imbatte in un gommone di migranti.
In quell’altra Gaza sconfinata che è il Mediterraneo.
In questo mondo in cui se stai senza l’elmetto vieni accusato di essere un disertore, Arturo ha scelto piuttosto il salvagente. E un viaggio che cambia, perché ti cambia.
Suo padre l’aveva detto: è più logorante stare a terra che in mare.


