Rotta per Gaza: la più grande democrazia del Medio Oriente/9

Arturo Scotto
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Mario Rossi - La Repubblica

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di Arturo Scotto

È andata così. Questo è il racconto delle ultime quarantotto ore sulla Karma e di quelle successive in Israele. Proverò a spiegarlo nei termini più freddi e lineari, evitando di confondere emozioni e memoria.

Sapevamo che a 150 miglia dalla striscia di Gaza la marina militare ci avrebbe lasciato dicendo che entravamo in quella che Israele ritiene una zona rossa di sua esclusiva pertinenza. Naturalmente si tratta di acque internazionali ma, come poi ha confessato il ministro degli Esteri italiano, “il diritto internazionale vale fino a un certo punto”. Inutile commentare simili frasi che sulla bocca di un uomo delle istituzioni possono apparire poco meno che pornografiche.

Decidiamo di proseguire, nonostante l’appello a salire sulla nave Alpino. Trascorre la notte e l’intera giornata: non dormiamo, restiamo in attesa ma non succede niente. Alle 19.45 di mercoledì sera salta la rete Starlink e capiamo che è il momento in cui diventa possibile l’abbordaggio: ci prepariamo andando in pozzetto e aspettando.

Passano diverse ore e intorno alle 23 e 30 torna a funzionare Starlink. Nel frattempo, le sei imbarcazioni più importanti della flotta, a partire da Alma dove era imbarcata Greta Thunberg, sono già nelle mani degli israeliani. Molto strano.

(Il ministro Tajani, in una discutibile quanto approssimativa relazione in Parlamento, dirà il giorno dopo che la Karma aveva deciso volontariamente di raggiungere il Porto di Ashdod per scaricare gli aiuti. Un falso in piena regola, pronunciato addirittura nella solennità di un’aula parlamentare. Evidentemente in quelle ore all’interno del governo italiano le comunicazioni non erano propriamente coordinate).

Andiamo avanti e seguiamo la Flotilla fino ad arrivare a 35 miglia da Gaza, quando alle 6.05 del mattino ci staccano definitivamente Starlink e mezz’ora dopo veniamo abbordati da una lancia della Marina Militare israeliana. Noi alziamo le mani, consegniamo i passaporti, ci ordinano di stare sottocoperta mentre loro si impadroniscono della barca e la timonano fino al porto israeliano. Ci sequestrano i cellulari dicendoci che li avrebbero riconsegnati dopo le identificazioni. Non accadrà mai, tant’è che al mio ritorno ho denunciato per furto l’esercito israeliano.

Attraccata la barca, ci separano e fanno scendere innanzitutto me e Annalisa Corrado per condurci nell’hub allestito per l’identificazione degli attivisti della Flotilla. Lì veniamo perquisiti almeno quattro volte, ci aprono gli zaini, ce li svuotano e tolgono tutto quello che è elettronico, i medicinali e le sigarette. Con una manovra stranamente abile, riesco a salvare un pacchetto che però potrò aprire soltanto una volta arrivato a Roma. Ci prendono le impronte digitali, ci fanno le foto segnaletiche e poi ci interrogano chiedendoci perché abbiamo deciso di imbarcarci.

Naturalmente ci impediscono di vedere l’avvocato – che è un israeliano, Golen Ben Itzak in coordinamento con la nostra avvocata italiana, Alessandra Ballerini – e nessuno dell’ambasciata può farsi vivo perché gli israeliani hanno deciso che non possono accedere all’area. Alla richiesta di poter chiamare qualcuno ci viene indicata una fila di telefoni. Peccato che non ci sia la linea: una sorta di gioco cinico con cui provano ad aumentare il disorientamento.

Mi viene sottoposto un foglio in ebraico da firmare. Rifiuto. Poi uno inglese dove si prevede il reimpatrio immediato entro 72 ore. Lo firmo scrivendo una postilla in italiano: ho agito secondo il diritto internazionale. Non so che fine farà, ma che resti agli atti.

Prima di uscire dall’hub mi perquisiscono per l’ennesima volta, faccio l’ennesimo interrogatorio dove mi viene chiesto se so cosa sia successo il 7 ottobre. Gli rispondo: certo, sono così a conoscenza di cosa sia accaduto quel giorno che insieme a Roberto Speranza – nome che ovviamente non ho fatto al poliziotto – sono stato tra i primi, se non il primo, parlamentare italiano a visitare uno dei kibbutz colpiti – quello di Kvar Aza – e a incontrare le famiglie degli ostaggi. Mi guarda stranito e mi chiede: allora perché sei qui? Perché state ammazzando troppi bambini, gli rispondo.

Mi trascinano fuori, e prima di salire su una camionetta blindata dove c’è una cella che contiene venti persone mi tagliano i lacci delle scarpe. Resto tre ore chiuso lì dentro: riscaldamento acceso, poi aria condizionata a palla, luci spente e poi accese, motore in folle rumorosissimo e tante urla. Chiedo di andare in bagno: niente. Chiedo di avere dell’acqua: men che meno. Poi un poliziotto entra nella cella – che divido con attivisti spagnoli, argentini, brasiliani, tedeschi, turchi, francesi, americani di tutte le età -, legge il mio nome e mi tira fuori portandomi all’esterno dove incontro Annalisa Corrado, Benedetta Scuderi e Marco Croatti. Ci fanno una foto. Inizialmente ho pensato che volessero mandarla ai media italiani per dire che eravamo vivi, ma quella foto non arriverà mai alle nostre famiglie né in tv.

Ci riportano dentro, almeno per un’altra ora e mezza. Successivamente ci chiedono di uscire di nuovo e fare stavolta un video, sempre tutti e quattro. Ci chiedono di ripetere: “We stay alive”. Ci rifiutiamo stavolta, se non a condizione che arrivi acqua a noi e ai detenuti e che si possa chiamare qualcuno dell’ambasciata. A casa, mi diranno poi successivamente, sapevano che l’ambasciatore italiano ci avrebbe visti, essendo riuscito a penetrare nella barriera delle forze dell’ordine. Cosa che a noi non risulta: invece l’unico con cui riusciamo a parlare, per pochi secondi al telefono, è il vice ambasciatore, il quale gentilmente ci tranquillizza e ci dice che saremo portati al carcere di Ketziot dove trascorreremo la notte e l’indomani mattina riceveremo la visita consolare per accelerare la procedura di espulsione.

Ma invece, finita questa conversazione e ricevuta finalmente un po’ d’acqua, ci portano in un’altra cella, più piccola, dove non è possibile nemmeno stendere le gambe. Sembra un loculo, e anche lì il giochetto dell’aria calda e fredda continua. Divido lo spazio con il senatore Croatti che ammirevolmente riesce a trovare una posizione per distendersi un po’ e schiacciare un pisolino. Io riesco invece, urlando un po’, a parlare con Annalisa Corrado che è in una cella attigua. Ci facciamo coraggio a vicenda e ci è chiaro che ci hanno separato dal resto degli attivisti. Non abbiamo coscienza di cosa vogliano farci, non abbiamo nessuna cognizione di che ora sia e di quanto tempo resteremo.

Passano minimo un paio di ore e ci cambiano di nuovo cella. Simile, solo un po’ più sporca. Poi a un certo punto ci fanno uscire, ci mettono sempre in coppia – me con Croatti, Corrado con Scuderi – su una vettura con le sbarre e ci portano in un luogo imprecisato dopo circa quaranta minuti di viaggio. Si tratta di un banale posto di polizia. Scopriremo dopo che è vicino all’aeroporto Ben Gurion.

Io e Croatti veniamo trasferiti in una cella dove riceveremo un po’ d’acqua, dello yogurt e una fetta di formaggio. Passano almeno due ore e ritroviamo Annalisa e Benedetta: ci portano in una sala dell’aeroporto dove ci fanno i controlli, ma poi ci dicono che l’aereo non c’è e ci rimandano nel posto di polizia. Questa volta non in cella, ma in un corridoio stretto dove siamo sorvegliati da almeno sei poliziotti armati. Per andare in bagno, naturalmente, occorre chiedere il permesso e la porta deve restare aperta.

Passano altre due ore e ci riportano in aeroporto. Stavolta riusciamo a vedere di persona il vice ambasciatore che ci chiede se stiamo bene e se abbiamo bisogno di qualcosa. Gli chiediamo un caffè, ma le autorità rifiutano drasticamente. Meglio non insistere. Riusciamo a parlare un minuto con Tajani che ci annuncia che saremo espulsi e portati su un volo di linea a Roma, e che gli altri italiani saranno rimpatriati nelle 24 ore successive.

La compagnia è di origine rumena anche se le scritte sono tutte in ebraico. Quando ci fanno salire sulle scalette, a distanza vediamo delle telecamere che ci riprendono e persone che ci fanno gesti non proprio gentili. Ci fanno accomodare in ultima fila vicino ai bagni dell’aereo e dall’altoparlante il capitano pronuncia in ebraico e in inglese il benvenuto e annuncia che a bordo ci sono quattro parlamentari italiani reduci dalla «Hamas Flotilla». La reazione dei passeggeri non è esattamente di benvenuto. Si sentono brusii e molti ci fotografano. Ogni dieci minuti un giovane – avrà avuto vent’anni- passa davanti a noi facendoci il dito medio e dicendo che siamo amici di Greta e dei terroristi. Non abbiamo nessun addetto dell’ambasciata, né civile né militare che ci scorta durante il viaggio. Per fortuna nessuno di noi perde la calma e aspettiamo di atterrare.

Singolare un paese che riaccompagna Al Masri, un torturatore destinatario di mandato di cattura della Cpi in volo di Stato a casa, e non trova nemmeno un carabiniere per riportare a casa quattro parlamentari della Repubblica.

Fiumicino: prima del controllo passaporto e recupero bagagli ci vengono a salutare Elly Schlein, Flavio Alivernini, Marta Bonafoni e Guglielmo Masin. Un abbraccio bellissimo e lunghissimo. Quando usciamo vedo finalmente mia sorella Claudia e mia figlia Héloise – minuti indimenticabili – e telefono a mia moglie Elsa che per due notti ha fatto da ponte di tutte le interlocuzioni esterne con il governo, con il partito e con familiari e amici, ma che per lavoro è ancora a Berlino.

È trascorso un mese esatto da quando, il 3 settembre, sono arrivato a Catania per imbarcarmi: sembra un secolo. Preferisco non rivelare nulla alla stampa – tantissima e molto rispettosa sul piano umano – e dico soltanto: ora il nostro pensiero va esclusivamente agli altri 41 italiani ancora detenuti nelle carceri israeliane. Soltanto il giorno dopo potremo riabbracciarne 26 – e ricomporre il nostro equipaggio della Karma – che avranno trascorso due notti terribili in carcere nel Negev e con la visita incredibile di Ben Gvir che in molti hanno visto in rete e in tv. Scene da Cile del 1973 o se volete da Bolzaneto del 2001.

Questa è la cronaca dei fatti, di quello che ci è accaduto. Non volendo apparire troppo enfatico, mi domando: per quanto tempo dovremo sorbirci la retorica sulla più grande democrazia del Medio Oriente?

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Lavoro e democrazia. Per una legge sulla rappresentanza.

Il 25 novembre si è tenuta a Roma la prima iniziativa di Compagno è il Mondo. Sono intervenuti tra gli altri: Pier Luigi Bersani, Maria Cecilia Guerra, Elly Schlein, Arturo Scotto, Michael Braun, Cristian Ferrari, Michele Raitano, Alessandra Raffi.
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