Fornaro: quattro secoli indipendenti: la Repubblica degli Escarton

Federico Fornaro - Il manifesto
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Pubblicato su Il manifesto

di Federico Fornaro

Correva l’anno 1342 quando diciotto rappresentanti delle comunità alpine poste al confine tra Italia e Francia decisero di affrontare un viaggio di circa 200 chilometri per raggiungere il castello di Beavoir-en-Royans, nelle vicinanze di Grenoble, per chiedere udienza al delfino Umberto II alle prese con un grave crisi delle sue finanze.

La proposta degli ambasciatori-montagnard era tanto semplice quanto rivoluzionaria: non una concessione come nelle tradizioni del tempo, ma un accordo duraturo tra pari che prevedeva il versamento di denaro (una tantum e poi una rendita annuale) in cambio della completa rinuncia all’esercizio del potere reale su quei territori e il contestuale esercizio di una piena libertà amministrativa, economica e sociale.

Il 29 maggio 1342 nasceva una straordinaria esperienza di autogoverno delle comunità, destinata a durare per quasi quattro secoli fino al 1713, recentemente raccontata dal giornalista e fotografo Franco Faggiani nel suo Escarton. Le libere comunità delle Alpi Occitane (Fusta editore).

Le terre alte del Delfinato erano divise in quattro Escarton, tutti confinanti tra loro, il più grande dei quali era quello d’Oulx, in alta valle Susa, con ventidue piccoli paesi, seguito da quello di Briançon (dodici), del Queyras (sette), dell’alta Val Varaita con capoluogo Chàteau-Dauphin, l’attuale Casteldefino (quattro). Dal 1598 si aggiunse anche la Val Cluson, diventata poi di Pragelato (sei): in tutto 51 comunità per un totale, all’epoca di circa cinquantamila abitanti. A loro volta un piccola porzione della grande area dell’Occitania.

Come ha scritto Fredo Valla nel suo libro Le parole del padre (Aragno editore) «L’Occitania è un caleidoscopio. Un paesaggio che condensa tutti i paesaggi: dai vertici delle Alpi ai Pirenei, alla costa illimitata e incolta delle Landes; dai vulcani d’Alvernia agli acquitrini della Camargue; dall’Atlantico al Mediterraneo. Ruotiamo il caleidoscopio e scopriamo luoghi, uomini e storie (…) Ma se la cerchiamo sull’atlante non la troviamo». A unire questa area di circa 190mila chilometri era l’identità linguistica, la lingua d’oc, amata anche da Dante Alighieri al punto che nella Divina commedia scrisse otto versi in occitano.

L’atto di nascita della Repubblica degli Escarton è contenuto ne La Grande Charte o anche Charte des Libertés, il cui originale, scritto in latino medievale, è oggi conservato nel municipio di Briançon. Un documento vergato su due pergamene di circa 52 centimetri di larghezza e un metro e 60 centimetri di lunghezza. In estrema sintesi, con questo documento, gli abitanti delle terre alte del Delfinato diventarono cittadini «franchi, liberi e borghesi», esenti dagli obblighi e le vessazioni del feudalesimo e poterono godere di ampi diritti sia nel possesso dei beni privati sia nell’amministrazione dei beni comuni. Era altresì garantita loro piena autonomia nell’amministrazione della giustizia e una limitata fornitura di «genti in arma», cinquecento in caso di guerre. Permanevano, invece, obblighi formali di rispetto dell’autorità come l’omaggio al delfino «baciando il suo anello o il palmo superiore della mano come fanno gli uomini franchi e liberi, e non più i due pollici come lo fanno i popolani e i coraggiosi di oggi».

Gli accordi furono rispettati anche dai re di Francia, quando, a partire dal 31 marzo 1349, Umberto II cedette l’intero Delfinato. Di norma due volte l’anno si riuniva il Gran Consiglio composto dai più elevati rappresentanti delle cinque valli alpine, per deliberare sulle regole e sulle norme di interesse comunitario nel massimo rigore ed equità con particolare attenzione alle tasse. Il verbo che veniva usato per quest’ultima delicata operazione era exquartonare, dividere in quattro (le firmatarie originarie della Charte), da cui trae origine il termine Escarton.

La partecipazione attiva e democratica dei cittadini alla vita comune non si limitava all’elezione annuale dei consoli (o sindaci) delle comunità, individuati tra le persone meritevoli e possibilmente anche facoltose, perché l’eletto doveva depositare una sorta di cauzione di almeno duecento scudi a garanzia di eventuali errori commessi durante la sua amministrazione. Il console, poi, aveva il diritto di scegliersi dei collaboratori, una sorta di giunta, responsabili dei diversi settori d’attività (regolare l’attività dei lavori nei campi coltivabili e di uso comune, controllo del corretto uso delle acque e delle relative canalizzazioni, spostamento degli animali e rotazione dei pascoli e anche sorveglianza sui fuochi e camini).

C’era una larga condivisione delle risorse pubbliche quali forni e lavatoi, la manutenzione di sentieri e canali, ma anche prestazioni d’opera collettive, spontanee e gratuite, fornite dai membri della comunità alle famiglie bisognose, seguendo un principio che spesso sentiamo evocare anche oggi del «non lasciare indietro nessuno».

Al centro dell’idea di sviluppo ed emancipazione c’era l’istruzione anche perché saper leggere e scrivere era condizione per esercitare compiutamente la propria libertà e cogliere le opportunità generate dalle innovazioni. Grazie ai maestri itineranti, si assistette a quello che gli storici hanno definito il «paradosso alpino», ovvero che gli abitanti degli Escarton avevano un livello d’istruzione e culturale superiore a quello delle popolazioni di pianura e delle stesse città.

La stagione delle libere comunità alpine si concluse con il Trattato di Utrecht del 1713 che pose fine alla guerra di successione spagnola che mutò i confini di molte nazioni europee. Gli Escarton di Briançon e del Queyras furono assegnati al regno di Francia, mentre per quelli di Oulx, Casteldefino e Pragelato tutto finì con il passaggio ai Savoia.

Quattro secoli di autogoverno furono sconfitti dalla logica ferrea della centralizzazione del potere. La Repubblica degli Escarton riuscì comunque, nel lontano Medioevo, a dare concreta realizzazione alla gestione dei beni comuni e al principio di solidarietà, temi ancora oggi di straordinaria attualità.

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