D’Attorre: il governo pensi a finanziare l’università, non a controllarla

Alfredo D'Attorre - Domani
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Pubblicato su Domani

di Alfredo D’Attorre

La settimana scorsa le forze di opposizione hanno tenuto una conferenza stampa congiunta alla Camera sui temi dell’università. Abbiamo rivolto al governo un appello accorato su tre questioni rilevanti, di cui si sta parlando poco nel dibattito pubblico, ma che rischiano di avere un impatto devastante su quello che dovrebbe essere considerato da tutti uno dei beni fondamentali per il paese, il suo sistema universitario pubblico.

La prima questione riguarda il ddl 1518, approvato in Commissione al Senato e in attesa dell’arrivo in aula, con il quale il governo propone di abolire l’abilitazione scientifica nazionale, di sostituirla con un’autocertificazione dei candidati sulla base della quantità dei loro lavori e di affidare interamente il reclutamento a concorsi locali. È una scelta che incontra diffusissime e giustificate preoccupazioni nella comunità scientifica, perché abolisce qualsiasi filtro e verifica nazionale sulla qualità dei candidati. Si rischia un pesante passo indietro in termini di trasparenza e rigore delle procedure di valutazione, con una torsione localistica dei concorsi che disarticola ciò che resta della dimensione nazionale del sistema universitario e rischia di favorire pratiche deteriori.

L’abilitazione nazionale, introdotta peraltro da un governo di centrodestra nel 2010, può essere senz’altro corretta e migliorata, a partire dal fatto di privilegiare una variazione più qualitativa e meno quantitativa (come suggeriscono anche le raccomandazioni europee). Su questo abbiamo presentato diverse proposte e ci siamo dichiarati fin dall’inizio aperti al confronto con il governo e con la maggioranza, finora senza alcun risultato.

L’appello che rivolgiamo alla ministra Bernini è quello di tenere conto dell’enorme mole di critiche e preoccupazioni emerse anche nelle audizioni parlamentari, oltre che nei documenti di molte società scientifiche. Si eviti una forzatura con conseguenze potenzialmente molto gravi per la qualità del nostro sistema universitario e si apra finalmente quel confronto di merito che finora è mancato.

L’autonomia
La seconda questione riguarda l’autonomia dell’università. Il governo ha emanato con un Dpr il nuovo regolamento dell’Anvur, l’agenzia di valutazione della ricerca. Ci sarebbero molte cose da correggere nel funzionamento di questa agenzia, a partire dall’abnorme e inutile carico burocratico che essa genera per le università pubbliche e dalle procedure di verifica inefficaci fin qui garantire rispetto alle università telematiche private. Il nuovo regolamento non affronta nessuno di questi problemi e prevede, invece, che il presidente dell’agenzia sia nominato direttamente dal ministero dell’Università, a cui viene attribuita la facoltà di disporre di fondi premiali aggiuntivi da distribuire discrezionalmente agli atenei. A ciò si sommano indiscrezioni insistenti che filtrano dal ministero riguardo ad altri due progetti di riforma. Con uno si prevederebbe che il Cun venga ridotto nella sua composizione, penalizzando in particolare la rappresentanza di studenti e ricercatori, e che non elegga più all’interno il suo presidente, in quanto sarebbe presieduto dalla ministra o dal ministro in carica. Con l’altro, relativo alla governance degli atenei, si prevederebbe addirittura la presenza di un delegato del governo nei Cda di tutti gli atenei. Abbiamo chiesto alla ministra di fare chiarezza e di smentire queste incredibili ipotesi che neppure meritano un commento. Siamo fiduciosi che la stessa conferenza dei rettori dell’università italiana farà sentire la sua voce rispetto a scenari semplicemente inconcepibili. Forse qualcuno nella maggioranza di governo ha pensato di ottenere il consenso dei rettori a forme di ingerenza così scomposte del governo nella vita degli atenei, in cambio della possibilità di prolungare il loro mandato fino a 8 anni. È un’idea pessima e va accantonata quanto prima.

Risorse insufficienti
La terza questione riguarda le risorse del tutto insufficienti per l’università pubblica. Quando il governo Meloni si è insediato, lo stato spendeva per il sistema universitario lo 0,53 per cento del Pil. Quest’anno siamo allo 0,51. per cento e i documenti del governo prevedono una discesa fino allo 0,47 per cento nel 2028. Ogni centesimo di Pil corrisponde a circa 200 milioni di euro: fatti i conti, ciò significa che al termine della legislatura gli atenei riceveranno 1,2 miliardi in meno di quanto avrebbero avuto se si fosse almeno stabilizzata la spesa universitaria rispetto al Pil, sia pure alla soglia già bassa che storicamente caratterizza il nostro paese. Per avere un’idea, nello stesso periodo si prevede che la spesa militare passi dall’1,46 per cento al 2,5 per cento del Pil, con un incremento di circa 28 miliardi. Anche nell’ultima legge di bilancio non vi è alcun piano e alcuna risorsa per offrire una prospettiva ad almeno una parte degli oltre 30.000 precari della ricerca, buona parte dei quali assunti con fondi Pnrr in scadenza. Non ci possiamo permettere di disperdere del tutto un patrimonio così grande di competenze essenziali per il futuro dell’Italia. Spendere di più in armi e smantellare la ricerca pubblica non è il modo più intelligente di difendere la Nazione: dovrebbe capirlo anche chi si riempie continuamente la bocca di questa parola.

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