di Federico Fornaro
Settanta anni fa, l’8 agosto 1956, nell’incendio che si sviluppò nella miniera del Bois du Cazier, a Marcinelle in Belgio, morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani.
Una tragedia diventata uno dei simboli dell’emigrazione italiana, dei sacrifici e delle sofferenze di milioni di connazionali costretti a lasciare il loro paese d’origine per cercare pane e lavoro.
Al dramma perpetratosi nella miniera belga, Toni Ricciardi, storico delle migrazioni all’Università di Ginevra, aveva già dedicato dieci anni fa Marcinelle, 1956. Quando la vita vale meno del carbone (Donzelli) e oggi ha dato alle stampe per lo stesso editore Una Repubblica fondata sull’emigrazione. Marcinelle:storia e simbolo.
Come scrive l’autore nel prologo al libro: «La tragedia di Bois di Cazier costituisce dunque il punto di osservazione privilegiato attraverso il quale analizzare un processo assai più vasto: il rapporto tra la nascita della Repubblica, la definizione della sua identità costituzionale, la collocazione internazionale dell’Italia e la scelta di fare dell’emigrazione uno degli strumenti fondamentali della ricostruzione economica e politica del paese».
NELL’ICONOGRAFIA di un paese uscito martoriato dalla seconda guerra mondiale trovano certamente un posto d’onore le immagini dei treni speciali, stipati all’inverosimile di uomini che con uno sguardo spaventato si dirigono verso il nord Europa nella speranza di poter cambiare in meglio la loro esistenza e quella dei loro figli.
Il lavoro di Ricciardi ci aiuta a comprendere come l’emigrazione non sia stata, però, una fuga individuale dalla povertà e dalla disoccupazione endemica in molte regioni della penisola, ma abbia rappresentato un tassello fondamentale del progetto politico della ricostruzione economica post bellica italiana.
In ragione di questa scelta strategica la Repubblica organizzò l’emigrazione italiana in assoluta continuità con il passato stringendo accordi, convenzioni, protocolli d’intesa, trattati con decine di nazioni europee per incentivare e provare a governare i flussi di migranti economici.
QUEST’ANNO ricorre anche l’ottantesimo anniversario dell’intesa tra l’Italia e il Belgio, siglata il 23 giugno 1946, con cui il nostro paese si impegnava a fornire duemila lavoratori la settimana in cambio di 200 chilogrammi di carbone per ogni minatore inviato: merce contro braccia da lavoro.
Intesa che fu ratificata dall’Assemblea costituente quasi all’unanimità (316 favorevoli su 323 presenti) e senza alcun intervento in aula.
L’emigrazione era considerata una «dura ma indispensabile necessità per l’economia italiana» ed era funzionale a rispondere sia al sovrappopolamento in un paese privo di materie prime sia all’«eccesso di manodopera» che nell’ottobre 1947 venne stimato in 1.479.943 uomini e 515.575 donne.
D’altronde il fenomeno migratorio non era certamente una novità.
Dal 1869 al 1945, infatti, 9.375.000 persone erano emigrate in paesi europei e 9.680.000 avevano invece scelto destinazioni extra-europee – per un totale di circa 19 milioni di italiani e di italiane – in un paese che nel censimento del 1936 aveva fatto registrare circa 42,4 milioni di abitanti.
Dalla seconda metà degli anni cinquanta e fino al 1964 l’Europa accolse il 76% delle partenze, anche in ragione della ricordata organizzazione centralizzata dei flussi migratori.
Fattore tutt’altro secondario di natura strettamente economica erano poi le rimesse degli emigranti che rappresentavano un sostentamento fondamentale per le famiglie rimaste in Italia e diedero un contributo non marginale ai conti economici della nazione nella difficile fase della ricostruzione.
Tornando all’accordo italo-belga, l’afflusso di minatori italiani sarebbe stato inferiore alle aspettative anche in relazione alle condizioni lavorative, abitative e ambientali e anche l’impegno alle forniture di carbone, a onor del vero, non fu rispettato mai in pieno.
«Sono stati giorni neri, neri – scriveva in una lettera alla moglie un emigrato – abitavamo dentro le baracche e dormivamo senza lenzuola, con una coperta in mezzo alle cimici e alla sporcizia, e tante volte abbiamo fatto intervenire pure il consolato, faceva freddo. C’era qualcuno che durante la notte sognava, e diceva “voglio ritornare, meglio andare a pascere le vacche”».
È IN QUESTA CORNICE STORICA e sociale che occorre dunque inserire quanto accadde a Marcinelle, nel distretto minerario di Charleroi, l’8 agosto 1956. Un anniversario utile anche per non dimenticare i nomi dei nostri 136 connazionali, che meritoriamente sono riportati uno a uno in appendice al libro: un lungo elenco di vittime corredato dall’età, lo stato civile e il numero di figli, che ci ricorda come tragedie del lavoro come queste non possono essere riassunte con una arida cifra perché dietro ogni nome c’erano progetti di vita, affetti, ideali sacrificati sull’altare del progresso e di una colpevole sottovalutazione della sicurezza sul lavoro. Una lezione quanto mai attuale anche nel mondo di oggi, purtroppo.

